CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
    Leggi l’articolo

Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Agricoltura, la truffa dei fondi europei. Anche Cosa Nostra torna alla terra

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Agricoltura, la truffa dei fondi europei. Anche Cosa Nostra torna alla terra

[di Salvo Catalano su meridionews.it] In Sicilia la criminalità, soprattutto quella organizzata, è attratta dai finanziamenti comunitari. Gli agricoltori sono costretti a vendere a prezzi stracciati, o si ritrovano coinvolti, a loro insaputa, in truffe all’Ue. Numerose le indagini negli ultimi due anni. E anche le istituzioni vivono sotto minaccia.   A Enna i fondi europei per l’agricoltura arrivavano direttamente nelle tasche del presunto reggente di Cosa Nostra. A Caltagirone il capitano della Guardia di finanza che lo scorso febbraio ha condotto una vasta operazione ha sequestrato beni per quasi tre milioni di euro, precisando che si trattava di appena «un quarto dei finanziamenti sottratti illecitamente». La scorsa settimana ancora le Fiamme gialle hanno messo i sigilli a terreni e fabbricati tra Siracusa e Ragusa per un valore di 600mila euro, perché una società di allevamento per sei anni avrebbe ottenuto risorse comunitarie usufruendo di terreni, all’insaputa dei legittimi proprietari. In Sicilia il ritorno alla terra non vale solo per giovani e motivati imprenditori. Ma anche per truffatori e, in molti casi, per la criminalità organizzata. Lo certificano le numerose inchieste portate avanti recentemente da diverse Procure. Lo dimostrano le denunce delle istituzioni coinvolte e le storie dei contadini vessati dalle nuove forme di violenza e intimidazione. Costretti a cedere i propri appezzamenti o catapultati senza neanche saperlo dentro indagini per truffa.   Diego Gandolfo, originario di Favignana, e il bolognese Alessandro Di Nunzio sono due giovani giornalisti che hanno percorso in lungo e in largo l’Isola per cinque mesi, mettendo insieme i racconti degli agricoltori. Con la loro inchiesta, Fondi rubati all’agricoltura, hanno vinto il premio di giornalismo d’inchiesta dedicato a Roberto Morrione, ex direttore di RaiNews24. «In tutte le province siciliane la terra è un obiettivo della criminalità organizzata – spiega Gandolfo – perché alla terra corrispondono ricchi finanziamenti europei, la mafia rurale non è passata, è più viva che mai. E chi è custode della terra, sia agricoltori che istituzioni, è costretto a subire». È il caso ad esempio del sindaco di Troina, Sebastiano Fabio Venezia, che ha sfidato la mafia dei Nebrodi e da dicembre è costretto a vivere sotto scorta per le minacce ricevute. «Il territorio dei Nebrodi è stato per lungo tempo terra di nessuno – ha spiegato a MeridioNews – e la criminalità rurale è riuscita ad avere un controllo capillare e a curare indisturbata i propri interessi economici. Per scardinare questo sistema occorrerà una forte sinergia tra cittadini ed istituzioni. Si tratta di uno sforzo collettivo che deve riguardare non solo le forze dell’ordine e la magistratura inquirente: anche le altre istituzioni devono fare la propria parte».   Violenza, intimidazione e corruzione sono alla base delle truffe nei confronti dell’Agea, l’agenzia per le erogazioni in agricoltura, l’ente che sta a Roma e che gestisce i fondi stanziati dal Fondo Europeo Agricolo di Garanzia e dal Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale. Dal 2013 gli investigatori di Caltagirone, coordinati dalla locale Procura, portano avanti indagini che si sono estese su tutta la Regione. Nel marzo di due anni fa è finito nella rete dei carabinieri Salvatore Seminara, 66 anni, ritenuto il fiduciario del boss La Roccadi Catagirone, e che si trovava già nel carcere di Parma per associazione mafiosa; a gestire sul territorio gli affari sarebbe stata la moglie Maria Concetta Sciarpa, per cui in quell’occasione sono scattati gli arresti domiciliari. Un’altra operazione della Finanza – a maggio del 2014 e nel febbraio del 2015 – ha fatto luce su una truffa di 2,7 milioni di euro. Tra le vittime, cioè i proprietari dei terreni...

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I nuovi profughi, in fuga dal clima impazzito

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I nuovi profughi, in fuga dal clima impazzito

[di Francesca Paci su lastampa.it] L’allarme lanciato a Roma dall’icona del movimento ecologista Jeffrey Sachs: «Già oggi ci sono milioni di rifugiati climatici, e anche la crisi siriana è stata aggravata dalle alterazioni meteo».   “Sull’ambiente siamo in corsa contro il tempo e non siamo affatto in condizione di vantaggio”. L’allarme di Jeffrey Sachs, anima dell’Earth Institute della Columbia University e popolare paladino ecologista sin dai tempi dei primi movimenti no global di Seattle 1999 (quando Julia “butterfly” Hill diventava l’icona verde per antonomasia vivendo 738 giorni sopra una sequoia millenaria per impedirne l’abbattimento), arriva dal meeting internazionale “Giustizia ambientale e cambiamenti climatici”, la grande tavola rotonda organizzata a Roma dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile in vista dell’appuntamento Parigi 2015.   I numeri degli esperti sono da brivido. Non c’è solo il surriscaldamento del pianeta che prevede le temperature medie in aumento di 4° C ma ci sono gli studi sulle migrazioni che per i prossimi anni parlano di un potenziale esodo di 250 milioni di profughi climatici”, ossia persone non in fuga da una guerra o da persecuzioni etnico-religiose ma da fenomeni meteorologici estremi, una carestia, un’alluvione, una prolungata siccità.   Da vent’anni Jeffrey Sachs non si stanca di suonare la sirena. I nodi vengono al pettine, dice a La Stampa. In qualsiasi forma si manifestino: “Nessuno può fare previsioni precise, ma possiamo dire che già oggi ci sono milioni di rifugiati climatici e che per esempio una crisi come quella siriana, che non ha cause strettamente climatiche, ha però subito la pressione delle alterazioni meteo. Quando sono esplose le proteste contro Assad nel 2011 il paese usciva da una delle peggiori siccità della sua storia, una crisi ambientale che aveva esasperato gli animi e che ha certamente inasprito azioni e razioni. Il fenomeno è in crescita esponenziale, sempre più spesso sono piogge scarse o abbondanti a muovere i popoli, fisicamente o psicologicamente. E’ una deriva che va arginata, l’urgenza siriana è fermare la violenza ma subito dopo dobbiamo occuparci dell’ambiente. A Parigi bisogna essere seri nel cercare un accordo perché finora la politica è stata inadeguata”.   Senza uno stop, denuncia l’Agenzia Internazionale per l’Ambiente, le emissioni mondiali di Co2 da processi energetici continueranno a crescere dell’8% fino al 2030 (dai 32,2 miliardi di tonnellate del 2013 crescerebbero a 34,8 miliardi, anziché diminuire a 25,6 miliardi come previsto dalla traiettoria necessaria per limitare l’aumento della temperatura media globale non oltre 2°C). La Cina in particolare emetterebbe 3,7 miliardi di tonnellate in più di quelle previste, gli Stati Uniti un miliardo in più. Per come siamo messi (male), dicono gli esperti, anziché lievitare le emissioni mondali di gas serra nel 2050 dovrebbero essere tagliate del 40-70% rispetto a quelle del 2010.   Molte cose sono cambiate, e non in meglio, da quando negli anni ’90 l’ambiente sembrava il tema dei temi. Jeffrey Sachs ammette che continuando così la scarsità delle risorse idriche si aggraverebbe in molte regioni con conseguenze prevedibili: “Nel 1992 circolavano grandi speranze, c’era stato il summit sulla terra, un contesto promettente. Poi gli Stati Uniti hanno fallito più volte, una prima nel ratificare la convenzione sulla diversità con l’idea che la proprietà privata fosse più importante della diversità della specie e un’altra nel 95 quando il senato ha rifiutato Kyoto segnando la debacle. Allora la...

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[:en]Latest News on the (never-ending) Texaco/Chevron in Ecuador case[:]

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[:en]Latest News on the (never-ending) Texaco/Chevron in Ecuador case[:]

[:en][by [Camila Rolando on CDCA.IT] Recap on the Texaco/Chevron disaster in Ecuadorian Amazon The Texaco company started oil drilling activities in Ecuadorian Amazon in 1964 and continued up to 1994. Thrilled by the promises of dollars, Ecuadorian State’s representatives and decision-makers welcomed Texaco to the country. The arrangements between the national State and the transnational company were with no consultation or concern for the local populations whose environment, health and lifestyles got affected by these new activities. During the 30 years of presence in Ecuador, Texaco succeeded in extracting over 1.5 billion barrels. Its activities enjoyed the total absence of environmental regulations and provoked widespread contamination estimated up to 16.8 million gallons of crude oil discharged into the environment, along with toxic substances and heavy metals contaminating the land and the water. The overall deforestation provoked by Texaco presence in the Ecuadorian Amazon goes up to 2 million hectares. The attempts to make Chevron acknowledge its responsibilities Besides its fructuous dirty business, the company has been all the more successful in postponing the judicial condemnations it was sentenced to. In 1993, Texaco was suited before New York federal court by 30.000 Ecuadorian citizens. The case became known under the name Aquinda vs. Texaco. While the court pronounced a dismissal of the case it also announced that Texaco is committed to accept Ecuador’s jurisdiction. This means that any judicial decision taken in Ecuador would be enforce in the United States. In 2003, Chevron (which bought Texaco in the meantime) is brought to the Ecuadorian Provincial Court of Sucumbios in Nueva Loja by victims from Lago Agraio who gathered under the Amazon Defence Coalition. In February 2011 the Court announced in favor of the claimants, ordering Chevron to pay 8.6 billion dollars in reparation. Ever since, Chevron constant efforts try to counteract this original announcement. A month later Chevron appealed but the Provincial Court confirmed the previous decision in January 2012. Trying to block the enforcement of the judgment, Chevron started two procedures. In 2009 the multinational required from the Hague to open an international arbitration. A year later it also filed a civil complaint before the US District Court, Southern District New York.  The two attempts failed and both judicial decisions upheld the Ecuadorian Court decision. The latest chapter written by the Canadian Ontario Tribunal In May 2012, a lawsuit was filed by the complainants in Superior court of Justice in Ontario (Canada) targeting Chevron’s assets in the country in order to compel the company to pay the sentenced sum by the Ecuadorian court.  In the beginning of September 2015, the Canadian court ratified Chevron as guilty and it will ensure the collect of the money. Learn more about the most recent news on RadioMundoReal, on the following link: http://www.radiomundoreal.fm/8552-canadian-tribunal-ratified-chevron?lang=es Bibliography; Kimerling J., 2013. Oil, Contact, and Conservation in the Amazon: Indigenous Huaorani, Chevron, and Yasuni. Colorado J. of International Environmental Law and Policy. 43, 43-115 The Texaco-Chevron case in Ecuador, EJOLT factsheet 042, 02/08/2015. http://www.ejolt.org/wordpress/wp-content/uploads/2015/08/FS-42.pdf [14/09/02015] Webography: Barsocchini R., 14/03/2015. International Court, Hague, Rules in Favor of Ecuador in its Case against U.S. Oil Giant, Chevron. Washington Blogpost. http://www.washingtonsblog.com/2015/03/international-court-hague-rules-favor-ecuador-case-u-s-oil-giant-chevron.html [11/09/2015] The Hague rules against Chevron in Ecuador case, 13/03/2015. Telesur. . http://www.telesurtv.net/english/news/The-Hague-Rules-against-Chevron-in-Ecuador-Case-20150313-0009.html [11/09/2015] Klasfeld A., 12/03/2015. Ecuador Lands a Victory in Chevron’s Hague Challenge. Courtshouse News Service, http://www.courthousenews.com/2015/03/12/ecuador-lands-a-victory-in-chevrons-hague-challenge.htm. [11/09/2015] Published on...

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Wwf: “Il pianeta si squaglia nelle mani dell’uomo”

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Wwf: “Il pianeta si squaglia nelle mani dell’uomo”

  [su Repubblica.it] Lo dicono i dati del rapporto “Ghiaccio bollente” dell’associazione ambientalista. Le Alpi hanno perso il 40% di ghiaccio in 50 anni ma il fenomeno interessa soprattutto Artide e Antartide.   DA 519 CHILOMETRI quadrati del 1962 agli attuali 368: le Alpi hanno perso in poco più di 50 anni il 40% dei loro ghiacci. Il dato emerge dal rapporto “Ghiaccio bollente” del Wwf Italia, in cui l’associazione ambientalista descrive gli effetti del cambiamento climatico sui ghiacci del pianeta e, di conseguenza, sugli animali e sull’uomo. Il fenomeno interessa innanzitutto Artide e Antartide, dove l’aumento delle temperature è doppio rispetto alle altre aree del globo. Ma oltre ai poli ci sono i ghiacciai cosiddetti “alpini” – le nostre Alpi ma anche l’Himalaya, la Patagonia, l’Alaska, gli Urali e il  Kilimangiaro – che sono il serbatoio d’acqua dolce durante i mesi caldi, fondamentali per l’agricoltura, e che vedono una riduzione fino al 75%.   “Il problema non è così remoto come sembra: dal ghiaccio del pianeta dipendono risorse idriche, mitigazione del clima, equilibrio degli Oceani, emissioni di gas serra”, sottolinea il Wwf. E anche la sicurezza dell’uomo: “l’innalzamento dei mari minaccia i 360 milioni di abitanti delle metropoli costiere. Il 70% delle coste mondiali rischia di venire sommerso”. Il ghiaccio è poi vitale per la sopravvivenza di numerose specie animali, dalle balene agli orsi polari, i due terzi dei quali, senza ghiaccio, potrebbero scomparire già nel 2050. “La lettura del quadro d’insieme è impressionante. Nelle mani dell’uomo il pianeta si squaglia”, sottolinea il Wwf. Per questo il 2015, dal summit Onu sullo sviluppo sostenibile al vertice sul clima, “è un anno cruciale. Uscire dai combustibili fossili deve essere l’obiettivo ineludibile dell’intera umanità”.   Pubblicato il 22 settembre 2015 su Repubblica.it   Vedi anche: Photo...

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[:en]Undisciplined Environments: ENTITLE conference full program[:]

Posted by on 12:44 pm in News | Commenti disabilitati su [:en]Undisciplined Environments: ENTITLE conference full program[:]

[:en]Undisciplined Environments: ENTITLE conference full program[:]

[:en][by entitlefellows] A compilation of panels and workshops that have open calls for contributions to the Undisciplined Environments international political ecology conference (Stockholm, March 20-23, 2016). The International political ecology conference UNDISCIPLINED ENVIRONMENTS will be held in Stockholm, 20-23 March 2016. The Conference is organized by the European Network of Political Ecology (ENTITLE), the Centre for Social Studies of the University of Coimbra, and the Environmental Humanities Laboratory of the KTH Royal Institute of Technology, Stockholm. It aims to bring scholars, activists and practitioners together to discuss the possibilities for anundisciplinary political ecology, which would transcend the pervasive divisions across scholarly traditions and address the structures of the problems and the conflicts at hand. Below we have compiled a non-exhaustive list of calls for contributions to panels or workshops that have been organized for this conference (in order of deadlines). For each call we provide the title, names and contact details of the organizers, deadlines for abstract submission, and links to the full calls. Individuals (scholars, activists, practitioners, etc.) whose papers do not fit into any of these panels can also submit a stand-alone paper to the conference’s general Call for Papers (deadline: October 9th), which will then be integrated with other papers with similar topics into additional panels. 1. CFP – The More-than-Human Commons and the Politics of Knowledge Organizers: Patrick Bresnihan (National Economic and Social Council, Dublin) and Naomi Millner (University of Bristol, School of Geographical Sciences) Contact for abstract submission/information: bresnip@tcd.ie, naomimillner@gmail.com Deadline: September 25th, 2015 (this deadline has been extended, please contact organizers for details) You can find the full call for papers here. 2. CFC – Undisciplined Activism – a workshop at the ‘Entitle’ Conference Organizers: Lucie Greyl (Center for the Documentation of Environmental Conflicts, Rome) and Laura Centemeri (French National Centre for Scientific Research) Contact for abstract submission/information: luciegreyl@asud.net and laucetta@gmail.com (abstracts must be 500 word max. + 100 word max. bio). Deadline: September 30th, 2015 You can find the full call for contributions here. 3. CFP – Interrogating Environmental Pragmatism: Philosophy, Ecology, and Politics Organizers: Mine Islar (Lund University), Gregory Thaler (Cornell University) Contact for abstract submission/information: mine.islar@lucsus.lu.se, gmt45@cornell.edu (abstracts must be 300 words max.) Deadline: October 2nd, 2015 You can find the full call for papers here. 4. CFP – Who will queer political ecology? or Cute goners, (in)human thinkers, and queer wastoids Organizers: Cleo Woelfle-Erskine (Department of Environmental Science, Policy, and Management, University of California at Berkeley) and July Cole (Poet and independent scholar, Water Underground, Oakland, California). Contact for abstract submission/information: cleo.we@berkeley.edu, july.oskar@gmail.com (abstracts must be 300 words max.) Deadline: October 2nd, 2015 You can find the full call for papers here. 5. CFP – Political Ecologies of The Levant: Ruination, Contestation and Reimagination of Socio-Ecological Landscapes in the Greater Middle East Organizers: Ethemcan Turhan (Istanbul Policy Center, Sabanc? University), Bengi Akbulut (Independent Researcher), Sinan Erensü (Minnesota University) Contact for abstract submission/information: ethemcanturhan@sabanciuniv.edu (abstracts should be 300 words max.) Deadline: October 4th, 2015 You can find the full call for papers here. 6. CFP – The affective in political ecologies: Arts as ways to cultivate resistances Organizers: Marien González-Hidalgo, Maria Heras and Panagiota Kotsila (Institute of Environmental Sciences and Technology, Universitat Autonoma de Barcelona) Contact for abstract submission/information: marien.gonzalezhidalgo@gmail.com Deadline: October 5th, 2015. You can find the full call for papers here 7. CFP – Postcommunist forms of resistance to capitalist ecological devastation Organizers: Florin Poenaru (Independent researcher), and Valentina Gueorguieva (University of Sofia, Department of Cultural Studies) Contact for abstract submission/information: poenaru.florin@gmail.com and valentina.gueorguieva@gmail.com(abstracts must be 500 word max. + 100 word max. bio). Deadline: October 5th, 2015. You can find the full call for papers here....

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In Siria si combatte la guerra dell’acqua

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In Siria si combatte la guerra dell’acqua

[di Forti Marina su terraterraonline.org] Una delle armi usate nella guerra in Siria è l’acqua. Nella zona di Aleppo, ad esempio, tutte le parti in causa, governativi e ribelli, hanno deliberatamente colpito gli acquedotti: l’Onu ha contato 18 casi di interruzione intenzionale della fornitura d’acqua nel solo 2015. Gli abitanti così devono procurarsi l’acqua avventurandosi fuori, a rischio di essere intrappolati nei combattimenti, e camminare per lunghi tratti con temperature sui 40 gradi. In alcune zone sono rimasti senz’acqua fino a 17 giorni consecutivi, in altre per oltre un mese.   Tagliare le forniture d’acqua è un gesto vietato dalle leggi internazionali sulla protezione dei civili nei teatri di guerra, ricordava l’Unicef in un duro comunicato, qualche giorno fa, in cui accusa tutte le parti in conflitto. Si dirà che non è l’unico atto “illegale” commesso durante il conflitto siriano (e che quelle convenzioni internazionali assomigliano sempre più a carta straccia).   La mancanza d’acqua ha reso ancora più difficile e miserabile la vita ad almeno 5 milioni di persone negli ultimi mesi, sottolinea l’Unicef: 2,3 milioni di persone a Aleppo e 2 milioni e mezzo a Damasco, afferma l’Unicef, e 250mila persone a Dera’a. La crisi idrica si fa sempre più grave più si prolunga il conflitto; secondo l’Onu oggi i siriani hanno a disposizione la metà dell’acqua disponibile alla vigilia della guerra, nel 2011. L’accesso all’acqua potabile è «un bisogno essenziale e un diritto umano fondamentale», ricorda l’agenzia dell’Onu, e «negare ai civili l’accesso all’acqua è una flagrante violazione delle leggi di guerra, e deve finire».   La “guerra degli acquedotti” è aggravata dal fatto che anche l’energia elettrica manca spesso. E che in molti casi i combattimenti, aerei e di terra, hanno messo fuori uso le infrastrutture – stazioni di pompaggio bombardate, reti fognarie danneggiate, con gli addetti che non si avventurano a fare le riparazioni perché troppo pericoloso.   Così resta andare a prendere acqua con secchi e taniche dove possibile, dove resta una conduttura aperta, o dove arriva un camion cisterna dell’Onu. L’Unicef si allarma perché spesso il compito di andare a prendere l’acqua è delegato ai bambini, che così sono esposti a un grande rischio, oltre che fatica (L’Unicef, agenzia dell’Onu per l’infanzia, cita tre casi di bambini uccisi a Aleppo di recente mentre erano alla ricerca di acqua).   Poi c’è il problema sanitario. Sia ad Aleppo che in molte altre zone gli abitanti si arrangiano cercando acqua nei pozzi o fonti che non sono sempre sane, con il rischio che si diffondano malattie – gastroenteriti, epatite, tifo. E c’è la speculazione: ad Aleppo il prezzo dell’acqua è salito fino al 3.000 per cento. Senza contare che senz’acqua per irrigare, anche la produzione di cereali è a rischio.   Infatti l’intera regione, dalla Siria all’Iraq, già attraversa il ciclo di siccità più grave e lungo degli ultimi 50 anni, e ora le Nazioni unite parlano di situazione critica. (L’Onu cerca di supplire: ha distribuito acqua con camion cisterna a oltre mezzo milione di persone, dice l’Unicef, di cui 400mila a Aleppo. Ha anche riparato 94 pozzi, e distribuito 300mila litri di carburante per far funzionare il sistema di distribuzione pubblica a Aleppo e Damasco).   Pubblicato il 2 settembre 2015 su...

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«Guerra a bassa intensità» nelle miniere del Perù

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«Guerra a bassa intensità» nelle miniere del Perù

Titolo originale: Protestano, dunque sono criminali? «Guerra a bassa intensità» nelle miniere [di Forti Marina su terraterraonline.org] Immaginate gli abitanti di una vallata del Perù o di un altro paese andino, o anche del Guatemala o forse dell’Argentina. Pensate che nelle vicinanze ci sia una grande miniera, che inquina i fiumi o crea invasi di scarti tossici o rende impossibile coltivare la terra. Quelli cominciano a chiedere giustizia e/o risarcimenti. Magari nascono movimenti di protesta. Allora è molto probabile che qualcuno li accusi di essere nemici dello sviluppo, o peggio, criminali. «Sempre più spesso, quando popolazioni native, contadini, ambientalisti, giornalisti e altri cittadini si pronunciano contro questo modello di crescita economica, su determinati progetti e/o sul loro impatto, diventano oggetto di minacce, accuse, calunnie che tendono a presentarli come nemici dello sviluppo, minacce contro lo stato, delinquenti, criminali, terroristi. Nei casi peggiori si arriva a violenza fisica e uccisioni». Leggo così nel rapporto diffuso la settimana scorsa da MiningWatch Canada e dal International Civil Liberties Monitoring Group, organizzazioni canadesi di monitoraggio sull’industria mineraria e sui diritti civili, che descrivono in termini molto negativi il comportamento delle compagnie minerarie canadesi nelle Americhe (In the National Interest? Criminalization of Land and Environment Defenders in the Americas ). Il rapporto dice tra l’altro che «il modello di estrazione mineraria industriale promossa dal Canada all’estero è improntata alla deregulation e al passato e presente coloniale, … che vede le opinioni di coloro che sollevano obiezioni come una minaccia agli interessi nazionali». Gli autori del rapporto lo paragonano a «Una guerra a bassa intensità contro le comunità e organizzazioni che si battono per la giustizia ambientale in America Latina». Il rapporto analizza i casi di Guatemala, Peru, Ecuador e Messico, esempi di come la deregolamentazione e la grande espansione dell’industria mineraria dagli anni ’90 abbia portato a «intensa criminalizzazione». In Guatemala c’è il caso della protesta contro le miniere d’argento di Escobal, appartenenti alla canadese Tahoe Resources (canadese). Una novantina di persone sono state prese di mira per aver partecipato a proteste pubbliche e pacifiche, o per aver cercato di organizzare un referendum locale sulle miniere. Molti sono stati incarcerati per mesi, il conflitto ha potato a militarizzazione e violenza. È successo in particolare durante l’amministrazione del presidente Otto Perez Molina, ex generale dell’esercito accusato di genocidio per le azioni compiute durante il conflitto civile degli anni ’80 contro le popolazioni indigene ma ugualmente eletto capo dello stato nel 2011: di fronte a proteste contadine Molina è noto per aver detto «che torni la pace, o la imporremo noi». In Peru, il rapporto cita numerosi conflitti legati alle miniere, e cambiamenti legislativi che hanno via via aumentato le sanzioni per chi partecipa a proteste soociali e dato impunità alla polizia, autorizzata a usare forza letale per “riportare l’ordine”. Tra il 2006 e il 2014, dice il rapporto di Mining Watch, 230 persone sono state uccise e 3,318 ferite nel corso di conflitti socio-ambientali, spesso legati a miniere. A metà dell’anno scorso circa 400 persone erano imputate e sottoposte a procedure giudiziarie per accuse di solito mosse dalle compagnie minerarie o dal loro staff, o dalle forse dell’ordine: imputazioni come ribellione, terrorismo e violenze. Il Messico, dove le compagnie minerarie canadesi hanno investito molto (soprattutto dopo la firma del Nafta, il Trattato di libero commercio del Nord America), risulta il...

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Idrocarburi e incidenti in mare, cambiano le regole italiane

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Idrocarburi e incidenti in mare, cambiano le regole italiane

[di Eleonora Santucci su greenreport.it] Dopo 5 anni dall’incidente Deepwater Horizon entra in vigore il decreto che recepisce la direttiva Ue.   Sono arrivate le nuove regole per prevenire gli incidenti gravi nelle operazioni in mare nel settore degli idrocarburi e limitare le conseguenze di tali incidenti. È entrato in vigore oggi il decreto legislativo “Attuazione della direttiva 2013/30/UE sulla sicurezza delle operazioni in mare nel settore degli idrocarburi e che modifica la direttiva 2004/35/CE”, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale di ieri.   Il decreto recepisce la direttiva europea del 2013, la direttiva fortemente voluta dalla Commissione Ue a seguito dell’incidente del 2010 alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon. Un incidente avvenuto quando durante le fasi finali di realizzazione di un pozzo nelle acque profonde del Golfo del Messico si è verificata un’esplosione che ha provocato un incendio, la morte di 11 persone e un’immensa fuoriuscita di idrocarburi dal fondale marino. A seguito di ciò il legislatore europeo ha introdotto regole più severe per le operazioni petrolifere off-shore e ha cercato di armonizzare le normative dei paesi membri in materia.   Dunque, il decreto italiano – allineandosi alla direttiva – si pone come obiettivo l’ulteriore rafforzamento del livello di sicurezza delle attività in mare in materia di idrocarburi: integra la normativa italiana in materia di sicurezza per le attività offshore e la relativa salvaguardia ambientale.   Infatti, attraverso una gestione del rischio sistematica cerca di prevenire gli incidenti gravi, limitare le conseguenze, aumentare la protezione dell’ambiente marino e delle economie costiere dall’inquinamento così come cerca di limitare le possibili interruzioni della produzione energetica interna dell’Unione. Introduce, quindi, nuove e maggiori forme di garanzia economica e sistemi di controllo continuo sulla sicurezza delle operazioni. Prevede l’istituzione di un’autorità competente, che individui le responsabilità dell’operatore per il controllo dei grandi incidenti, che attivi procedure per la valutazione approfondita delle relazioni sui grandi rischi e di ogni altra specifica documentazione richiesta agli operatori del settore e che provveda a far rispettare le norme della direttiva stessa anche mediante ispezioni, indagini e azioni di esecuzione. Introduce ulteriori sanzioni applicabili in caso di violazione delle disposizioni nazionali adottate conformemente alla direttiva Ue, nonché tutte le misure necessarie per garantirne l’attuazione.   Gli incidenti gravi relativi alle operazioni in mare nel settore degli idrocarburi possono avere conseguenze devastanti e irreversibili sull’ambiente marino e costiero, nonché rilevanti impatti negativi sulle economie costiere. Riducendo tali rischi di inquinamento le nuove regole dovrebbero contribuire ad assicurare la protezione dell’ambiente marino e in particolare il raggiungimento o il mantenimento di un buono stato ecologico al più tardi entro il 2020, obiettivo stabilito dalla direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino.   Pubblicato il 17 settembre 2015 su...

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[:en]Agip’s Azuzuama tragedy[:]

Posted by on 9:00 am in CDCA, News | Commenti disabilitati su [:en]Agip’s Azuzuama tragedy[:]

[:en]Agip’s Azuzuama tragedy[:]

[:en]The Environmental Rights Action/Friends of the Earth Nigeria (ERA/FoEN) through field monitoring has recorded the death of 14 persons while several others were burnt along Agip’s Tebidabe? Clough Creek pipeline at a damaged section of the pipeline during a Joint Investigation Visit (JIV). It has conducted field visits to the sites and documented the tragic incident which occurred on the 9th July 2015. Such incidence is not new in the operations of the Nigerian Agip Oil Company [NAOC] but is becoming a recurring issue needing attention. Before we turn to the incident which claimed several lives in 2015, perhaps more pathetic is the Agip Ozochi Tragedy which claimed at least 7 workers attempting to clear a major spill by a state of the art technology of spade and bucket. The spillage occurred in early June 1995 and eventually 7 persons were roasted while clearing oil spills by spade and bucket. When the spill occurred, Agip reacted by contacting DAEWOO, a contracting firm for the clean up. The firm in turn hired some 20 unskilled labourers from Ozochi, Odua, and without any supervision from Agip or DAEWOO and without any training and proper clean up kits were mobilized to site on 25 June. As instructed, they dug pits which they transferred the crude oil into in order to set it ablaze later. By noon during a short break one of the crew decided to smoke a cigarette. He struck a match and the entire spillage site erupted in flames. 14 of the labourers were instantly trapped in the inferno, and 5 men died on the spot. The four unhurt labourers working some 100 metres away carried the injured to the nearest community 10 kilometres away and two of the injured later died in the community. The seven injured were later admitted at Ahoada General Hospital. Download the...

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Proteggere la Foresta Amazzonica con arco, frecce e GPS

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[su thepostinternazionale.it] La storia dei Ka’apor, i guardiani della foresta che – abbandonati dallo stato – proteggono l’Amazzonia dai commercianti illegali di legname. Si fanno chiamare Guardiani della foresta e sono circa 2.200, armati di archi, frecce e spade, ma anche di gps e videocamere. Abitano nel nord del Brasile, nello stato federato del Maranhão, a 400 chilometri di distanza dal capoluogo São Luís. I Ka’apor sono una comunità indigena che risiede da secoli nella Foresta Amazzonica e che dal 2011 combatte una lotta in solitaria per difendere il proprio territorio dai commercianti illegali di legname, i quali trovano nelle risorse naturali dell’Amazzonia una ricca fonte di guadagno. Per fare questo, la tribù unisce le tradizionali armi – per lo più archi, frecce e spade – con localizzatori gps e videocamere nascoste che individuano le aree dove i taglialegna illegali perpetrano i loro crimini. L’inviato del quotidiano britannico The Guardian Jonathan Watts è volato in Brasile per vedere come questi uomini combattono la loro personale lotta contro lo sfruttamento incondizionato dell’Amazzonia portato avanti da contrabbandieri e commercianti illegali. A 11 ore di auto da São Luís sorge Jaxipuxirenda, uno degli otto campi che i Ka’apor hanno allestito nel cuore della foresta per contrastare le attività dei taglialegna. Qui c’è solo qualche capanna di paglia e delle amache su cui dormire: non c’è elettricità, impianti satellitari, negozi o ambulatori medici come nei villaggi intorno alla foresta. Gli uomini di Jaxipuxirenda sono però combattivi e determinati nel proprio obiettivo. Grazie ai gps e alle telecamere che nascondono tra gli alberi, riescono a localizzare i taglialegna e a fermare le loro azioni illecite. “Siamo costretti a usare la violenza, lo stato ci ha abbandonati e non possiamo permettere che il nostro territorio venga venduto per degli affari privati”, così spiega uno degli uomini del villaggio. Quando vengono catturati, i trafficanti sono ammoniti una prima volta di non tornare mai più. Quelli che decidono di ignorare l’avvertimento vengono presi, legati, spogliati, picchiati e viene dato fuoco ai loro camion. L’attività dei Guardiani è molto pericolosa. Dal 2011 già quattro membri della tribù sono stati uccisi e molti altri hanno ricevuto minacce di morte. Il governo brasiliano si è pronunciato in merito dicendo che spetta alle forze di polizia ufficiali monitorare le attività illecite, e non alle milizie che si fanno giustizia da sé. I Ka’apor lamentano però di essere stati abbandonati a loro stessi e anzi spesso denunciano le attività di ufficiali della polizia collusi con i trafficanti di legname, i quali spesso si vedono concedere autorizzazioni per deforestare la regione. L’Alto Turiaçu – la provincia in cui vivono gli indigeni – è grande il triplo di Londra e contiene la metà della Foresta Amazzonica presente nel Maranhão. Negli ultimi anni l’estensione della foresta è diminuita dell’8 per cento nello stato, e i Guardiani della foresta non tollerano che questo numero cresca ancora. Di fronte alle misure dello stato, giudicate insufficienti, i Ka’apor hanno allora deciso di lanciare un appello di aiuto ai media e alle Ong internazionali per far conoscere la loro condizione anche al di fuori del Paese. Per questo gruppo indigeno il respingimento dei trafficanti non si tratta quindi solamente di un lavoro, ma di una vera e propria questione di identità e sopravvivenza, da cui tutto l’ecosistema potrà trarre beneficio. Pubblicato l’11 settembre 2015 su...

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