CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Clima, Descalzi: alla conferenza di Parigi regole non solo obiettivi

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Clima, Descalzi: alla conferenza di Parigi regole non solo obiettivi

L’amministratore delegato di Eni fa dichiarazioni sulla giusta strategia da seguire per arrestare i cambiamenti climatici: in sostanza – secondo Descalzi- basta ridurre l’utilizzo del carbone pur lasciando inalterati i livelli di consumo degli altri combustibili fossili [su agi.it] Assisi Conferenza sul clima di Pargi- “Alla conferenza sul clima di Parigi serviranno regole non solo obiettivi. Sara’ necessario realizzare dei piani di azione applicati da tutti”. E’ quanto ha affermato l’ad di Eni, Claudio Descalzi, partecipando al convegno ad Assisi Il Cortile di Francesco. “Se si daranno solo obiettivi non servira’ a nulla”, ha aggiunto. L’Europa dovrebbe scegliere un mix energetico razionale non puntando sul carbone che, a livello climatico, annulla gli effetti positivi delle rinnovabili. E’o il messaggio lanciato dall’ad di Eni, Claudio Descalzi, durante il convegno. “L’Europa deve adottare una politica energetica che abbia una logica. Non si puo’ investire dai 65 ai 73 miliardi di euro all’anno per promuovere le rinnovabili, che va benissimo, e dall’altra parte fare aumentare del 10% dal 2010 al 2014 il carbone. Questo e’ il mix energetico piu’ stupido che esista perche’ l’1% in piu’ di carbone annulla il 10% di rinnovabili”, ha evidenziato il manager. Secondo Descalzi “questa non e’ una politica energetica razionale ma e’ lasciare libero il mercato di scegliere il mix energetico. Se pensiamo che i 2 gradi non debbano essere superati, il mix energetico non puo’ essere lasciato libero. Perche’ il mercato ha scelto il carbone perche’ costa circa la meta’ del gas”. A margine del convegno, l’ad di Eni ha risposto a chi gli chiedeva i tempi di produzione di gas dal giacimento egiziano di Zohr: “Gli accordi con gli egiziani sono di procedere in modo veloce. lavoriamo insieme a loro, hanno la necessita’ di produrre questo gas. Presumo che nel 2017 potremo avere la prima produzione”. Leggi anche: “Eni: prima produzione Zohr nel 2017” Pubblicato il 26 settembre 2015 su...

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Novità per i servizi pubblici locali dalla recente normativa ambientale

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Novità per i servizi pubblici locali dalla recente normativa ambientale

[di Alberto pierobon su Azienditalia 10/2015] Recentemente sono state emanate, sia a livello normativo che di provvedimenti attuativi, nonché come atti di indirizzo e/o di chiarimento, varie disposizioni e note provenienti da diversi organi e fonti. Queste novità si riflettono sulle strategie, sulle programmazioni e sulla gestione dei servizi pubblici locali: imprese e loro Enti di riferimento. Ne diamo, di seguito, una breve sintesi, guardando agli aspetti evolutivi e di tendenza, comunque sotto il profilo di quanto incide sulle scelte e sull’operatività delle aziende pubbliche e degli Enti Locali. L’Albo Nazionale Gestori Ambientali (ANGA) del Ministero dell’Ambiente, dopo le varie semplificazioni introdotte soprattutto dal D.P.C.M. 17 dicembre 2014 (e da altri provvedimenti successivamente emanati (1)), assume interesse con la recentissima nota del Comitato prot. n. 437/ALBO/-PRES del 29 maggio 2015 con la quale si è chiarito che “l’impresa che intende trasportare ai centri raccolta disciplinati dal D.M. 8 aprile 2008 i rifiuti speciali prodotti dalla propria attività sia sottoposta all’iscrizione all’Albo ai sensi dell’art. 212, comma 8, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, anche qualora i rifiuti stessi siano stati assimilati ai rifiuti urbani”. Il comma 8 del cit. art. 212 così recita: “i produttori iniziali di rifiuti non pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto dei propri rifiuti,nonché i produttori iniziali di rifiuti pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto dei propri rifiuti pericolosi in quantità non eccedenti trenta chilogrammi o trenta litri al giorno, non sono soggetti alle disposizioni di cui ai commi 5, 6 e 7 a condizione che tali operazioni costituiscano parte integrante ed accessoria dell’organizzazione dell’impresa dalla quale i rifiuti sono prodotti”. Si tratta del c.d. trasporto in conto proprio, che diversamente da quanto avviene per gli altri soggetti gestori, viene “alleggerito” nell’iscrizione all’apposita Sezione dell’ANGA. Il Codice ambientale (cit. D.Lgs. n. 152/2006) all’art. 183, lett. “mm” definisce il “centro di raccolta” come “una area presidiata ed allestita, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, per l’attività di raccolta mediante raggruppamento differenziato dei rifiuti urbani per frazioni omogenee conferiti dai detentori per il trasporto agli impianti di recupero e trattamento”. Il Comitato osserva che l’art. 212, comma 8, cit. “Non opera alcuna distinzione tra i rifiuti speciali e i rifiuti speciali assimilati ai rifiuti urbani e non prevede deroghe all’obbligo d’iscrizione all’Albo per il trasporto di questi ultimi effettuato dal produttore iniziale. Pertanto, l’impresa che intende trasportare ai centri di raccolta … i rifiuti speciali assimilati ai rifiuti urbani prodotti dalla propria attività ha l’obbligo di iscrizione nella categoria 2-bis di cui al D.M. 120/2014”. continua a leggere qui. Pubblicato il...

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[:en]Italian climate policy: doubling fossil fuel extraction.[:]

Posted by on 3:00 pm in CDCA, News | Commenti disabilitati su [:en]Italian climate policy: doubling fossil fuel extraction.[:]

[:en]Italian climate policy: doubling fossil fuel extraction.[:]

[:en][By Camila Rolando Mazzuca on ejolt.org] Today’s world energy production mainly derives from non-renewable sources and represents up to 47% of the world’s greenhouse gas emissions for the 2000s decade. These emissions reinforce the inequalities between low income populations, whose environment and health are usually the most affected by it, and the profits made by fossil-fuel corporations. While threatening the climate and feeding multiple risks, the energy production from fossil fuels remains supported through unquestioned public subsidies. In their essay “Italy’s case in the global emergency: development, social justice and the environmental crisis”, Salvatore Altiero and Marica Di Pierri from A Sud give a concise summary of the latest Italian energy legislation, bringing to light its complete incoherence to face climate change. Since the beginning of the 2000s decade, the tendency of the Italian legislation is to reduce power plants’ environmental standards, while facilitating the granting of permits for offshore and mainland oil drilling. The latest Italian national plan for energy from 2013 does not envision a transition towards making renewable energy the main source of energy. Quite the contrary, the foreseen perspectives for Italy are to become a transit hub for gas to Northwest Europe while doubling fossil fuels extraction on the national territory. Read the full article here (6 pages) Salvatore Altiero and Marica Di Pierri highlight the lack of Italian politicians’ willingness to challenge the root causes of the climate crisis: the whole economic production and consumption model. Yet, this curse is internationally widespread. As the scientific community warns on the necessity of sharp emissions’ cuts, there is little hope that the sum of all States’ voluntary reduction pledges at the forthcoming conference on climate in Paris will match with the emergency of the situation. This has not stopped concerned people all over the world to take action themselves. The climate justice movement keeps growing and keeps taking a variety of actions to correct course. But which course is the movement itself going and what should the next steps look like? The EJOLT report “Refocusing resistance for climate justice” will combine cases studies and elaborate on a strategy for climate justice movements all over the world. It will be launched later this week. Posted by Nick on September 21st,...

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Repressione e censura. La svolta autoritaria dell’Ecuador

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Repressione e censura. La svolta autoritaria dell’Ecuador

[di Forti Marina su terraterraonline.it] Una protesta pacifica repressa con brutalità, i leader del movimento indigeno arrestati, una giornalista straniera espulsa – e una raffica di decreti liberticidi: l’Ecuador vive una involuzione autoritaria.   Il 13 agosto il centro di Quito, in Ecuador, è stato invaso da una pacifica protesta. Un paro nacional: ha riunito sindacati, insegnanti, medici, e i movimenti indigeni giunti nella capitale ecuadoregna dopo una marcia di 800 chilometri attraverso il paese. Circa centomila persone nella capitale, molte altre nelle altre città del paese, forse la più numerosa protesta mai vista contro le politiche economiche del governo. Quel giorno però la polizia antisommossa è intervenuta in forze, ha caricato brutalmente i manifestanti, fermato centinaia di persone. A Quito ha picchiato e arrestato i leader del movimento indigena, tra cui Salvador Quishpe, prefetto della provincia di Zamora Chinchipe (dove era cominciata la marcia del movimento indigena), e Carlos Pérez Guartambel, avvocato e presidente dell’organizzazione Ecuarunari.   Repressione e arresti hanno rilanciato le accuse di autoritarismo verso il presidente Rafael Correa, che pure è annoverato tra i governi di sinistra emersi nell’ultimo decennio nel continente latinoamericano. Insomma: che succede in Ecuador? La domanda ormai travalica lo stesso Ecuador. Anche perché quel giorno la polizia ha malmenato e arrestato una ricercatrice e giornalista franco-brasiliana, Manuela Picq Lavinas: era nel corteo insieme al suo compagno, Carlos Pérez, il leader di Ecuarunari.   Sui media ecuadoregni circola il video che mostra la polizia mentre li circonda, si accanisce con i manganelli, li trascina via.   «Dapprima la polizia ha negato di avermi picchiata. Poi hanno detto che siamo stati noi ad attaccare gli agenti: ma quel video parla chiaro», mi ha detto Manuela Picq il 18 settembre, di passaggio a Roma.   Picq viveva da 8 anni in Ecuador; insegna relazioni internazionali all’Università San Francisco di Quito, studia i movimenti femministi e indigeni. Quel giorno, racconta, lei è stata separata dagli altri e portata al ministero dell’interno. «Quando ho chiesto di contattare il console brasiliano mi hanno trasferito in ospedale. Ma hanno avviato le procedure di espulsione», racconta.   La cosa ha fatto scalpore, con quella faccia piena di lividi spiattellata sui giornali. «Credo che mi abbiano preso di mira per colpire Carlos, punirlo del suo attivismo politico», dice Picq. Lui e gli altri leader indigeni sono stati rimessi in libertà dopo poche ore; lei è stata rinchiusa in un centro di detenzione per migranti. Il 17 agosto, quando è comparsa in tribunale, erano ormai circolate petizioni contro la sua espulsione, migliaia di accademici di tutto il mondo avevano firmato a suo sostegno. Le Monde ha scritto che in Ecuador regna l’arbitrio, la Cnn ha inviato i suoi reporter. Sotto i riflettori, la giudice non ha convalidato l’espulsione: anzi ha decretato che non c’era base legale per allontanarla, che la detenzione era arbitraria e la cancellazione del visto illegale. «Abbiamo festeggiato. Ma la giudice ha lasciato al governo la decisione finale sul mio visto». E il governo, che accusa Picq di aver abusato del visto accademico per fare attività politica, lo ha revocato. La giornalista-accademica-attivista è stata costretta a partire («ho deciso che senza più un legale visto sarei partita prima di farmi deportare»); il 18 settembre la sua richiesta di un nuovo visto è stata formalmente respinta. Del resto, duecento persone arrestate durante la marcia del 13 agosto sono...

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Agricoltura, la truffa dei fondi europei. Anche Cosa Nostra torna alla terra

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Agricoltura, la truffa dei fondi europei. Anche Cosa Nostra torna alla terra

[di Salvo Catalano su meridionews.it] In Sicilia la criminalità, soprattutto quella organizzata, è attratta dai finanziamenti comunitari. Gli agricoltori sono costretti a vendere a prezzi stracciati, o si ritrovano coinvolti, a loro insaputa, in truffe all’Ue. Numerose le indagini negli ultimi due anni. E anche le istituzioni vivono sotto minaccia.   A Enna i fondi europei per l’agricoltura arrivavano direttamente nelle tasche del presunto reggente di Cosa Nostra. A Caltagirone il capitano della Guardia di finanza che lo scorso febbraio ha condotto una vasta operazione ha sequestrato beni per quasi tre milioni di euro, precisando che si trattava di appena «un quarto dei finanziamenti sottratti illecitamente». La scorsa settimana ancora le Fiamme gialle hanno messo i sigilli a terreni e fabbricati tra Siracusa e Ragusa per un valore di 600mila euro, perché una società di allevamento per sei anni avrebbe ottenuto risorse comunitarie usufruendo di terreni, all’insaputa dei legittimi proprietari. In Sicilia il ritorno alla terra non vale solo per giovani e motivati imprenditori. Ma anche per truffatori e, in molti casi, per la criminalità organizzata. Lo certificano le numerose inchieste portate avanti recentemente da diverse Procure. Lo dimostrano le denunce delle istituzioni coinvolte e le storie dei contadini vessati dalle nuove forme di violenza e intimidazione. Costretti a cedere i propri appezzamenti o catapultati senza neanche saperlo dentro indagini per truffa.   Diego Gandolfo, originario di Favignana, e il bolognese Alessandro Di Nunzio sono due giovani giornalisti che hanno percorso in lungo e in largo l’Isola per cinque mesi, mettendo insieme i racconti degli agricoltori. Con la loro inchiesta, Fondi rubati all’agricoltura, hanno vinto il premio di giornalismo d’inchiesta dedicato a Roberto Morrione, ex direttore di RaiNews24. «In tutte le province siciliane la terra è un obiettivo della criminalità organizzata – spiega Gandolfo – perché alla terra corrispondono ricchi finanziamenti europei, la mafia rurale non è passata, è più viva che mai. E chi è custode della terra, sia agricoltori che istituzioni, è costretto a subire». È il caso ad esempio del sindaco di Troina, Sebastiano Fabio Venezia, che ha sfidato la mafia dei Nebrodi e da dicembre è costretto a vivere sotto scorta per le minacce ricevute. «Il territorio dei Nebrodi è stato per lungo tempo terra di nessuno – ha spiegato a MeridioNews – e la criminalità rurale è riuscita ad avere un controllo capillare e a curare indisturbata i propri interessi economici. Per scardinare questo sistema occorrerà una forte sinergia tra cittadini ed istituzioni. Si tratta di uno sforzo collettivo che deve riguardare non solo le forze dell’ordine e la magistratura inquirente: anche le altre istituzioni devono fare la propria parte».   Violenza, intimidazione e corruzione sono alla base delle truffe nei confronti dell’Agea, l’agenzia per le erogazioni in agricoltura, l’ente che sta a Roma e che gestisce i fondi stanziati dal Fondo Europeo Agricolo di Garanzia e dal Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale. Dal 2013 gli investigatori di Caltagirone, coordinati dalla locale Procura, portano avanti indagini che si sono estese su tutta la Regione. Nel marzo di due anni fa è finito nella rete dei carabinieri Salvatore Seminara, 66 anni, ritenuto il fiduciario del boss La Roccadi Catagirone, e che si trovava già nel carcere di Parma per associazione mafiosa; a gestire sul territorio gli affari sarebbe stata la moglie Maria Concetta Sciarpa, per cui in quell’occasione sono scattati gli arresti domiciliari. Un’altra operazione della Finanza – a maggio del 2014 e nel febbraio del 2015 – ha fatto luce su una truffa di 2,7 milioni di euro. Tra le vittime, cioè i proprietari dei terreni...

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I nuovi profughi, in fuga dal clima impazzito

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I nuovi profughi, in fuga dal clima impazzito

[di Francesca Paci su lastampa.it] L’allarme lanciato a Roma dall’icona del movimento ecologista Jeffrey Sachs: «Già oggi ci sono milioni di rifugiati climatici, e anche la crisi siriana è stata aggravata dalle alterazioni meteo».   “Sull’ambiente siamo in corsa contro il tempo e non siamo affatto in condizione di vantaggio”. L’allarme di Jeffrey Sachs, anima dell’Earth Institute della Columbia University e popolare paladino ecologista sin dai tempi dei primi movimenti no global di Seattle 1999 (quando Julia “butterfly” Hill diventava l’icona verde per antonomasia vivendo 738 giorni sopra una sequoia millenaria per impedirne l’abbattimento), arriva dal meeting internazionale “Giustizia ambientale e cambiamenti climatici”, la grande tavola rotonda organizzata a Roma dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile in vista dell’appuntamento Parigi 2015.   I numeri degli esperti sono da brivido. Non c’è solo il surriscaldamento del pianeta che prevede le temperature medie in aumento di 4° C ma ci sono gli studi sulle migrazioni che per i prossimi anni parlano di un potenziale esodo di 250 milioni di profughi climatici”, ossia persone non in fuga da una guerra o da persecuzioni etnico-religiose ma da fenomeni meteorologici estremi, una carestia, un’alluvione, una prolungata siccità.   Da vent’anni Jeffrey Sachs non si stanca di suonare la sirena. I nodi vengono al pettine, dice a La Stampa. In qualsiasi forma si manifestino: “Nessuno può fare previsioni precise, ma possiamo dire che già oggi ci sono milioni di rifugiati climatici e che per esempio una crisi come quella siriana, che non ha cause strettamente climatiche, ha però subito la pressione delle alterazioni meteo. Quando sono esplose le proteste contro Assad nel 2011 il paese usciva da una delle peggiori siccità della sua storia, una crisi ambientale che aveva esasperato gli animi e che ha certamente inasprito azioni e razioni. Il fenomeno è in crescita esponenziale, sempre più spesso sono piogge scarse o abbondanti a muovere i popoli, fisicamente o psicologicamente. E’ una deriva che va arginata, l’urgenza siriana è fermare la violenza ma subito dopo dobbiamo occuparci dell’ambiente. A Parigi bisogna essere seri nel cercare un accordo perché finora la politica è stata inadeguata”.   Senza uno stop, denuncia l’Agenzia Internazionale per l’Ambiente, le emissioni mondiali di Co2 da processi energetici continueranno a crescere dell’8% fino al 2030 (dai 32,2 miliardi di tonnellate del 2013 crescerebbero a 34,8 miliardi, anziché diminuire a 25,6 miliardi come previsto dalla traiettoria necessaria per limitare l’aumento della temperatura media globale non oltre 2°C). La Cina in particolare emetterebbe 3,7 miliardi di tonnellate in più di quelle previste, gli Stati Uniti un miliardo in più. Per come siamo messi (male), dicono gli esperti, anziché lievitare le emissioni mondali di gas serra nel 2050 dovrebbero essere tagliate del 40-70% rispetto a quelle del 2010.   Molte cose sono cambiate, e non in meglio, da quando negli anni ’90 l’ambiente sembrava il tema dei temi. Jeffrey Sachs ammette che continuando così la scarsità delle risorse idriche si aggraverebbe in molte regioni con conseguenze prevedibili: “Nel 1992 circolavano grandi speranze, c’era stato il summit sulla terra, un contesto promettente. Poi gli Stati Uniti hanno fallito più volte, una prima nel ratificare la convenzione sulla diversità con l’idea che la proprietà privata fosse più importante della diversità della specie e un’altra nel 95 quando il senato ha rifiutato Kyoto segnando la debacle. Allora la...

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[:en]Latest News on the (never-ending) Texaco/Chevron in Ecuador case[:]

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[:en]Latest News on the (never-ending) Texaco/Chevron in Ecuador case[:]

[:en][by [Camila Rolando on CDCA.IT] Recap on the Texaco/Chevron disaster in Ecuadorian Amazon The Texaco company started oil drilling activities in Ecuadorian Amazon in 1964 and continued up to 1994. Thrilled by the promises of dollars, Ecuadorian State’s representatives and decision-makers welcomed Texaco to the country. The arrangements between the national State and the transnational company were with no consultation or concern for the local populations whose environment, health and lifestyles got affected by these new activities. During the 30 years of presence in Ecuador, Texaco succeeded in extracting over 1.5 billion barrels. Its activities enjoyed the total absence of environmental regulations and provoked widespread contamination estimated up to 16.8 million gallons of crude oil discharged into the environment, along with toxic substances and heavy metals contaminating the land and the water. The overall deforestation provoked by Texaco presence in the Ecuadorian Amazon goes up to 2 million hectares. The attempts to make Chevron acknowledge its responsibilities Besides its fructuous dirty business, the company has been all the more successful in postponing the judicial condemnations it was sentenced to. In 1993, Texaco was suited before New York federal court by 30.000 Ecuadorian citizens. The case became known under the name Aquinda vs. Texaco. While the court pronounced a dismissal of the case it also announced that Texaco is committed to accept Ecuador’s jurisdiction. This means that any judicial decision taken in Ecuador would be enforce in the United States. In 2003, Chevron (which bought Texaco in the meantime) is brought to the Ecuadorian Provincial Court of Sucumbios in Nueva Loja by victims from Lago Agraio who gathered under the Amazon Defence Coalition. In February 2011 the Court announced in favor of the claimants, ordering Chevron to pay 8.6 billion dollars in reparation. Ever since, Chevron constant efforts try to counteract this original announcement. A month later Chevron appealed but the Provincial Court confirmed the previous decision in January 2012. Trying to block the enforcement of the judgment, Chevron started two procedures. In 2009 the multinational required from the Hague to open an international arbitration. A year later it also filed a civil complaint before the US District Court, Southern District New York.  The two attempts failed and both judicial decisions upheld the Ecuadorian Court decision. The latest chapter written by the Canadian Ontario Tribunal In May 2012, a lawsuit was filed by the complainants in Superior court of Justice in Ontario (Canada) targeting Chevron’s assets in the country in order to compel the company to pay the sentenced sum by the Ecuadorian court.  In the beginning of September 2015, the Canadian court ratified Chevron as guilty and it will ensure the collect of the money. Learn more about the most recent news on RadioMundoReal, on the following link: http://www.radiomundoreal.fm/8552-canadian-tribunal-ratified-chevron?lang=es Bibliography; Kimerling J., 2013. Oil, Contact, and Conservation in the Amazon: Indigenous Huaorani, Chevron, and Yasuni. Colorado J. of International Environmental Law and Policy. 43, 43-115 The Texaco-Chevron case in Ecuador, EJOLT factsheet 042, 02/08/2015. http://www.ejolt.org/wordpress/wp-content/uploads/2015/08/FS-42.pdf [14/09/02015] Webography: Barsocchini R., 14/03/2015. International Court, Hague, Rules in Favor of Ecuador in its Case against U.S. Oil Giant, Chevron. Washington Blogpost. http://www.washingtonsblog.com/2015/03/international-court-hague-rules-favor-ecuador-case-u-s-oil-giant-chevron.html [11/09/2015] The Hague rules against Chevron in Ecuador case, 13/03/2015. Telesur. . http://www.telesurtv.net/english/news/The-Hague-Rules-against-Chevron-in-Ecuador-Case-20150313-0009.html [11/09/2015] Klasfeld A., 12/03/2015. Ecuador Lands a Victory in Chevron’s Hague Challenge. Courtshouse News Service, http://www.courthousenews.com/2015/03/12/ecuador-lands-a-victory-in-chevrons-hague-challenge.htm. [11/09/2015] Published on...

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Wwf: “Il pianeta si squaglia nelle mani dell’uomo”

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Wwf: “Il pianeta si squaglia nelle mani dell’uomo”

  [su Repubblica.it] Lo dicono i dati del rapporto “Ghiaccio bollente” dell’associazione ambientalista. Le Alpi hanno perso il 40% di ghiaccio in 50 anni ma il fenomeno interessa soprattutto Artide e Antartide.   DA 519 CHILOMETRI quadrati del 1962 agli attuali 368: le Alpi hanno perso in poco più di 50 anni il 40% dei loro ghiacci. Il dato emerge dal rapporto “Ghiaccio bollente” del Wwf Italia, in cui l’associazione ambientalista descrive gli effetti del cambiamento climatico sui ghiacci del pianeta e, di conseguenza, sugli animali e sull’uomo. Il fenomeno interessa innanzitutto Artide e Antartide, dove l’aumento delle temperature è doppio rispetto alle altre aree del globo. Ma oltre ai poli ci sono i ghiacciai cosiddetti “alpini” – le nostre Alpi ma anche l’Himalaya, la Patagonia, l’Alaska, gli Urali e il  Kilimangiaro – che sono il serbatoio d’acqua dolce durante i mesi caldi, fondamentali per l’agricoltura, e che vedono una riduzione fino al 75%.   “Il problema non è così remoto come sembra: dal ghiaccio del pianeta dipendono risorse idriche, mitigazione del clima, equilibrio degli Oceani, emissioni di gas serra”, sottolinea il Wwf. E anche la sicurezza dell’uomo: “l’innalzamento dei mari minaccia i 360 milioni di abitanti delle metropoli costiere. Il 70% delle coste mondiali rischia di venire sommerso”. Il ghiaccio è poi vitale per la sopravvivenza di numerose specie animali, dalle balene agli orsi polari, i due terzi dei quali, senza ghiaccio, potrebbero scomparire già nel 2050. “La lettura del quadro d’insieme è impressionante. Nelle mani dell’uomo il pianeta si squaglia”, sottolinea il Wwf. Per questo il 2015, dal summit Onu sullo sviluppo sostenibile al vertice sul clima, “è un anno cruciale. Uscire dai combustibili fossili deve essere l’obiettivo ineludibile dell’intera umanità”.   Pubblicato il 22 settembre 2015 su Repubblica.it   Vedi anche: Photo...

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[:en]Undisciplined Environments: ENTITLE conference full program[:]

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[:en]Undisciplined Environments: ENTITLE conference full program[:]

[:en][by entitlefellows] A compilation of panels and workshops that have open calls for contributions to the Undisciplined Environments international political ecology conference (Stockholm, March 20-23, 2016). The International political ecology conference UNDISCIPLINED ENVIRONMENTS will be held in Stockholm, 20-23 March 2016. The Conference is organized by the European Network of Political Ecology (ENTITLE), the Centre for Social Studies of the University of Coimbra, and the Environmental Humanities Laboratory of the KTH Royal Institute of Technology, Stockholm. It aims to bring scholars, activists and practitioners together to discuss the possibilities for anundisciplinary political ecology, which would transcend the pervasive divisions across scholarly traditions and address the structures of the problems and the conflicts at hand. Below we have compiled a non-exhaustive list of calls for contributions to panels or workshops that have been organized for this conference (in order of deadlines). For each call we provide the title, names and contact details of the organizers, deadlines for abstract submission, and links to the full calls. Individuals (scholars, activists, practitioners, etc.) whose papers do not fit into any of these panels can also submit a stand-alone paper to the conference’s general Call for Papers (deadline: October 9th), which will then be integrated with other papers with similar topics into additional panels. 1. CFP – The More-than-Human Commons and the Politics of Knowledge Organizers: Patrick Bresnihan (National Economic and Social Council, Dublin) and Naomi Millner (University of Bristol, School of Geographical Sciences) Contact for abstract submission/information: bresnip@tcd.ie, naomimillner@gmail.com Deadline: September 25th, 2015 (this deadline has been extended, please contact organizers for details) You can find the full call for papers here. 2. CFC – Undisciplined Activism – a workshop at the ‘Entitle’ Conference Organizers: Lucie Greyl (Center for the Documentation of Environmental Conflicts, Rome) and Laura Centemeri (French National Centre for Scientific Research) Contact for abstract submission/information: luciegreyl@asud.net and laucetta@gmail.com (abstracts must be 500 word max. + 100 word max. bio). Deadline: September 30th, 2015 You can find the full call for contributions here. 3. CFP – Interrogating Environmental Pragmatism: Philosophy, Ecology, and Politics Organizers: Mine Islar (Lund University), Gregory Thaler (Cornell University) Contact for abstract submission/information: mine.islar@lucsus.lu.se, gmt45@cornell.edu (abstracts must be 300 words max.) Deadline: October 2nd, 2015 You can find the full call for papers here. 4. CFP – Who will queer political ecology? or Cute goners, (in)human thinkers, and queer wastoids Organizers: Cleo Woelfle-Erskine (Department of Environmental Science, Policy, and Management, University of California at Berkeley) and July Cole (Poet and independent scholar, Water Underground, Oakland, California). Contact for abstract submission/information: cleo.we@berkeley.edu, july.oskar@gmail.com (abstracts must be 300 words max.) Deadline: October 2nd, 2015 You can find the full call for papers here. 5. CFP – Political Ecologies of The Levant: Ruination, Contestation and Reimagination of Socio-Ecological Landscapes in the Greater Middle East Organizers: Ethemcan Turhan (Istanbul Policy Center, Sabanc? University), Bengi Akbulut (Independent Researcher), Sinan Erensü (Minnesota University) Contact for abstract submission/information: ethemcanturhan@sabanciuniv.edu (abstracts should be 300 words max.) Deadline: October 4th, 2015 You can find the full call for papers here. 6. CFP – The affective in political ecologies: Arts as ways to cultivate resistances Organizers: Marien González-Hidalgo, Maria Heras and Panagiota Kotsila (Institute of Environmental Sciences and Technology, Universitat Autonoma de Barcelona) Contact for abstract submission/information: marien.gonzalezhidalgo@gmail.com Deadline: October 5th, 2015. You can find the full call for papers here 7. CFP – Postcommunist forms of resistance to capitalist ecological devastation Organizers: Florin Poenaru (Independent researcher), and Valentina Gueorguieva (University of Sofia, Department of Cultural Studies) Contact for abstract submission/information: poenaru.florin@gmail.com and valentina.gueorguieva@gmail.com(abstracts must be 500 word max. + 100 word max. bio). Deadline: October 5th, 2015. You can find the full call for papers here....

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In Siria si combatte la guerra dell’acqua

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In Siria si combatte la guerra dell’acqua

[di Forti Marina su terraterraonline.org] Una delle armi usate nella guerra in Siria è l’acqua. Nella zona di Aleppo, ad esempio, tutte le parti in causa, governativi e ribelli, hanno deliberatamente colpito gli acquedotti: l’Onu ha contato 18 casi di interruzione intenzionale della fornitura d’acqua nel solo 2015. Gli abitanti così devono procurarsi l’acqua avventurandosi fuori, a rischio di essere intrappolati nei combattimenti, e camminare per lunghi tratti con temperature sui 40 gradi. In alcune zone sono rimasti senz’acqua fino a 17 giorni consecutivi, in altre per oltre un mese.   Tagliare le forniture d’acqua è un gesto vietato dalle leggi internazionali sulla protezione dei civili nei teatri di guerra, ricordava l’Unicef in un duro comunicato, qualche giorno fa, in cui accusa tutte le parti in conflitto. Si dirà che non è l’unico atto “illegale” commesso durante il conflitto siriano (e che quelle convenzioni internazionali assomigliano sempre più a carta straccia).   La mancanza d’acqua ha reso ancora più difficile e miserabile la vita ad almeno 5 milioni di persone negli ultimi mesi, sottolinea l’Unicef: 2,3 milioni di persone a Aleppo e 2 milioni e mezzo a Damasco, afferma l’Unicef, e 250mila persone a Dera’a. La crisi idrica si fa sempre più grave più si prolunga il conflitto; secondo l’Onu oggi i siriani hanno a disposizione la metà dell’acqua disponibile alla vigilia della guerra, nel 2011. L’accesso all’acqua potabile è «un bisogno essenziale e un diritto umano fondamentale», ricorda l’agenzia dell’Onu, e «negare ai civili l’accesso all’acqua è una flagrante violazione delle leggi di guerra, e deve finire».   La “guerra degli acquedotti” è aggravata dal fatto che anche l’energia elettrica manca spesso. E che in molti casi i combattimenti, aerei e di terra, hanno messo fuori uso le infrastrutture – stazioni di pompaggio bombardate, reti fognarie danneggiate, con gli addetti che non si avventurano a fare le riparazioni perché troppo pericoloso.   Così resta andare a prendere acqua con secchi e taniche dove possibile, dove resta una conduttura aperta, o dove arriva un camion cisterna dell’Onu. L’Unicef si allarma perché spesso il compito di andare a prendere l’acqua è delegato ai bambini, che così sono esposti a un grande rischio, oltre che fatica (L’Unicef, agenzia dell’Onu per l’infanzia, cita tre casi di bambini uccisi a Aleppo di recente mentre erano alla ricerca di acqua).   Poi c’è il problema sanitario. Sia ad Aleppo che in molte altre zone gli abitanti si arrangiano cercando acqua nei pozzi o fonti che non sono sempre sane, con il rischio che si diffondano malattie – gastroenteriti, epatite, tifo. E c’è la speculazione: ad Aleppo il prezzo dell’acqua è salito fino al 3.000 per cento. Senza contare che senz’acqua per irrigare, anche la produzione di cereali è a rischio.   Infatti l’intera regione, dalla Siria all’Iraq, già attraversa il ciclo di siccità più grave e lungo degli ultimi 50 anni, e ora le Nazioni unite parlano di situazione critica. (L’Onu cerca di supplire: ha distribuito acqua con camion cisterna a oltre mezzo milione di persone, dice l’Unicef, di cui 400mila a Aleppo. Ha anche riparato 94 pozzi, e distribuito 300mila litri di carburante per far funzionare il sistema di distribuzione pubblica a Aleppo e Damasco).   Pubblicato il 2 settembre 2015 su...

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