CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

«Guerra a bassa intensità» nelle miniere del Perù

Posted by on 8:50 am in Notizie | Commenti disabilitati su «Guerra a bassa intensità» nelle miniere del Perù

«Guerra a bassa intensità» nelle miniere del Perù

Titolo originale: Protestano, dunque sono criminali? «Guerra a bassa intensità» nelle miniere [di Forti Marina su terraterraonline.org] Immaginate gli abitanti di una vallata del Perù o di un altro paese andino, o anche del Guatemala o forse dell’Argentina. Pensate che nelle vicinanze ci sia una grande miniera, che inquina i fiumi o crea invasi di scarti tossici o rende impossibile coltivare la terra. Quelli cominciano a chiedere giustizia e/o risarcimenti. Magari nascono movimenti di protesta. Allora è molto probabile che qualcuno li accusi di essere nemici dello sviluppo, o peggio, criminali. «Sempre più spesso, quando popolazioni native, contadini, ambientalisti, giornalisti e altri cittadini si pronunciano contro questo modello di crescita economica, su determinati progetti e/o sul loro impatto, diventano oggetto di minacce, accuse, calunnie che tendono a presentarli come nemici dello sviluppo, minacce contro lo stato, delinquenti, criminali, terroristi. Nei casi peggiori si arriva a violenza fisica e uccisioni». Leggo così nel rapporto diffuso la settimana scorsa da MiningWatch Canada e dal International Civil Liberties Monitoring Group, organizzazioni canadesi di monitoraggio sull’industria mineraria e sui diritti civili, che descrivono in termini molto negativi il comportamento delle compagnie minerarie canadesi nelle Americhe (In the National Interest? Criminalization of Land and Environment Defenders in the Americas ). Il rapporto dice tra l’altro che «il modello di estrazione mineraria industriale promossa dal Canada all’estero è improntata alla deregulation e al passato e presente coloniale, … che vede le opinioni di coloro che sollevano obiezioni come una minaccia agli interessi nazionali». Gli autori del rapporto lo paragonano a «Una guerra a bassa intensità contro le comunità e organizzazioni che si battono per la giustizia ambientale in America Latina». Il rapporto analizza i casi di Guatemala, Peru, Ecuador e Messico, esempi di come la deregolamentazione e la grande espansione dell’industria mineraria dagli anni ’90 abbia portato a «intensa criminalizzazione». In Guatemala c’è il caso della protesta contro le miniere d’argento di Escobal, appartenenti alla canadese Tahoe Resources (canadese). Una novantina di persone sono state prese di mira per aver partecipato a proteste pubbliche e pacifiche, o per aver cercato di organizzare un referendum locale sulle miniere. Molti sono stati incarcerati per mesi, il conflitto ha potato a militarizzazione e violenza. È successo in particolare durante l’amministrazione del presidente Otto Perez Molina, ex generale dell’esercito accusato di genocidio per le azioni compiute durante il conflitto civile degli anni ’80 contro le popolazioni indigene ma ugualmente eletto capo dello stato nel 2011: di fronte a proteste contadine Molina è noto per aver detto «che torni la pace, o la imporremo noi». In Peru, il rapporto cita numerosi conflitti legati alle miniere, e cambiamenti legislativi che hanno via via aumentato le sanzioni per chi partecipa a proteste soociali e dato impunità alla polizia, autorizzata a usare forza letale per “riportare l’ordine”. Tra il 2006 e il 2014, dice il rapporto di Mining Watch, 230 persone sono state uccise e 3,318 ferite nel corso di conflitti socio-ambientali, spesso legati a miniere. A metà dell’anno scorso circa 400 persone erano imputate e sottoposte a procedure giudiziarie per accuse di solito mosse dalle compagnie minerarie o dal loro staff, o dalle forse dell’ordine: imputazioni come ribellione, terrorismo e violenze. Il Messico, dove le compagnie minerarie canadesi hanno investito molto (soprattutto dopo la firma del Nafta, il Trattato di libero commercio del Nord America), risulta il...

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Idrocarburi e incidenti in mare, cambiano le regole italiane

Posted by on 9:00 am in Notizie | Commenti disabilitati su Idrocarburi e incidenti in mare, cambiano le regole italiane

Idrocarburi e incidenti in mare, cambiano le regole italiane

[di Eleonora Santucci su greenreport.it] Dopo 5 anni dall’incidente Deepwater Horizon entra in vigore il decreto che recepisce la direttiva Ue.   Sono arrivate le nuove regole per prevenire gli incidenti gravi nelle operazioni in mare nel settore degli idrocarburi e limitare le conseguenze di tali incidenti. È entrato in vigore oggi il decreto legislativo “Attuazione della direttiva 2013/30/UE sulla sicurezza delle operazioni in mare nel settore degli idrocarburi e che modifica la direttiva 2004/35/CE”, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale di ieri.   Il decreto recepisce la direttiva europea del 2013, la direttiva fortemente voluta dalla Commissione Ue a seguito dell’incidente del 2010 alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon. Un incidente avvenuto quando durante le fasi finali di realizzazione di un pozzo nelle acque profonde del Golfo del Messico si è verificata un’esplosione che ha provocato un incendio, la morte di 11 persone e un’immensa fuoriuscita di idrocarburi dal fondale marino. A seguito di ciò il legislatore europeo ha introdotto regole più severe per le operazioni petrolifere off-shore e ha cercato di armonizzare le normative dei paesi membri in materia.   Dunque, il decreto italiano – allineandosi alla direttiva – si pone come obiettivo l’ulteriore rafforzamento del livello di sicurezza delle attività in mare in materia di idrocarburi: integra la normativa italiana in materia di sicurezza per le attività offshore e la relativa salvaguardia ambientale.   Infatti, attraverso una gestione del rischio sistematica cerca di prevenire gli incidenti gravi, limitare le conseguenze, aumentare la protezione dell’ambiente marino e delle economie costiere dall’inquinamento così come cerca di limitare le possibili interruzioni della produzione energetica interna dell’Unione. Introduce, quindi, nuove e maggiori forme di garanzia economica e sistemi di controllo continuo sulla sicurezza delle operazioni. Prevede l’istituzione di un’autorità competente, che individui le responsabilità dell’operatore per il controllo dei grandi incidenti, che attivi procedure per la valutazione approfondita delle relazioni sui grandi rischi e di ogni altra specifica documentazione richiesta agli operatori del settore e che provveda a far rispettare le norme della direttiva stessa anche mediante ispezioni, indagini e azioni di esecuzione. Introduce ulteriori sanzioni applicabili in caso di violazione delle disposizioni nazionali adottate conformemente alla direttiva Ue, nonché tutte le misure necessarie per garantirne l’attuazione.   Gli incidenti gravi relativi alle operazioni in mare nel settore degli idrocarburi possono avere conseguenze devastanti e irreversibili sull’ambiente marino e costiero, nonché rilevanti impatti negativi sulle economie costiere. Riducendo tali rischi di inquinamento le nuove regole dovrebbero contribuire ad assicurare la protezione dell’ambiente marino e in particolare il raggiungimento o il mantenimento di un buono stato ecologico al più tardi entro il 2020, obiettivo stabilito dalla direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino.   Pubblicato il 17 settembre 2015 su...

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[:en]Agip’s Azuzuama tragedy[:]

Posted by on 9:00 am in CDCA, News | Commenti disabilitati su [:en]Agip’s Azuzuama tragedy[:]

[:en]Agip’s Azuzuama tragedy[:]

[:en]The Environmental Rights Action/Friends of the Earth Nigeria (ERA/FoEN) through field monitoring has recorded the death of 14 persons while several others were burnt along Agip’s Tebidabe? Clough Creek pipeline at a damaged section of the pipeline during a Joint Investigation Visit (JIV). It has conducted field visits to the sites and documented the tragic incident which occurred on the 9th July 2015. Such incidence is not new in the operations of the Nigerian Agip Oil Company [NAOC] but is becoming a recurring issue needing attention. Before we turn to the incident which claimed several lives in 2015, perhaps more pathetic is the Agip Ozochi Tragedy which claimed at least 7 workers attempting to clear a major spill by a state of the art technology of spade and bucket. The spillage occurred in early June 1995 and eventually 7 persons were roasted while clearing oil spills by spade and bucket. When the spill occurred, Agip reacted by contacting DAEWOO, a contracting firm for the clean up. The firm in turn hired some 20 unskilled labourers from Ozochi, Odua, and without any supervision from Agip or DAEWOO and without any training and proper clean up kits were mobilized to site on 25 June. As instructed, they dug pits which they transferred the crude oil into in order to set it ablaze later. By noon during a short break one of the crew decided to smoke a cigarette. He struck a match and the entire spillage site erupted in flames. 14 of the labourers were instantly trapped in the inferno, and 5 men died on the spot. The four unhurt labourers working some 100 metres away carried the injured to the nearest community 10 kilometres away and two of the injured later died in the community. The seven injured were later admitted at Ahoada General Hospital. Download the...

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Proteggere la Foresta Amazzonica con arco, frecce e GPS

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[su thepostinternazionale.it] La storia dei Ka’apor, i guardiani della foresta che – abbandonati dallo stato – proteggono l’Amazzonia dai commercianti illegali di legname. Si fanno chiamare Guardiani della foresta e sono circa 2.200, armati di archi, frecce e spade, ma anche di gps e videocamere. Abitano nel nord del Brasile, nello stato federato del Maranhão, a 400 chilometri di distanza dal capoluogo São Luís. I Ka’apor sono una comunità indigena che risiede da secoli nella Foresta Amazzonica e che dal 2011 combatte una lotta in solitaria per difendere il proprio territorio dai commercianti illegali di legname, i quali trovano nelle risorse naturali dell’Amazzonia una ricca fonte di guadagno. Per fare questo, la tribù unisce le tradizionali armi – per lo più archi, frecce e spade – con localizzatori gps e videocamere nascoste che individuano le aree dove i taglialegna illegali perpetrano i loro crimini. L’inviato del quotidiano britannico The Guardian Jonathan Watts è volato in Brasile per vedere come questi uomini combattono la loro personale lotta contro lo sfruttamento incondizionato dell’Amazzonia portato avanti da contrabbandieri e commercianti illegali. A 11 ore di auto da São Luís sorge Jaxipuxirenda, uno degli otto campi che i Ka’apor hanno allestito nel cuore della foresta per contrastare le attività dei taglialegna. Qui c’è solo qualche capanna di paglia e delle amache su cui dormire: non c’è elettricità, impianti satellitari, negozi o ambulatori medici come nei villaggi intorno alla foresta. Gli uomini di Jaxipuxirenda sono però combattivi e determinati nel proprio obiettivo. Grazie ai gps e alle telecamere che nascondono tra gli alberi, riescono a localizzare i taglialegna e a fermare le loro azioni illecite. “Siamo costretti a usare la violenza, lo stato ci ha abbandonati e non possiamo permettere che il nostro territorio venga venduto per degli affari privati”, così spiega uno degli uomini del villaggio. Quando vengono catturati, i trafficanti sono ammoniti una prima volta di non tornare mai più. Quelli che decidono di ignorare l’avvertimento vengono presi, legati, spogliati, picchiati e viene dato fuoco ai loro camion. L’attività dei Guardiani è molto pericolosa. Dal 2011 già quattro membri della tribù sono stati uccisi e molti altri hanno ricevuto minacce di morte. Il governo brasiliano si è pronunciato in merito dicendo che spetta alle forze di polizia ufficiali monitorare le attività illecite, e non alle milizie che si fanno giustizia da sé. I Ka’apor lamentano però di essere stati abbandonati a loro stessi e anzi spesso denunciano le attività di ufficiali della polizia collusi con i trafficanti di legname, i quali spesso si vedono concedere autorizzazioni per deforestare la regione. L’Alto Turiaçu – la provincia in cui vivono gli indigeni – è grande il triplo di Londra e contiene la metà della Foresta Amazzonica presente nel Maranhão. Negli ultimi anni l’estensione della foresta è diminuita dell’8 per cento nello stato, e i Guardiani della foresta non tollerano che questo numero cresca ancora. Di fronte alle misure dello stato, giudicate insufficienti, i Ka’apor hanno allora deciso di lanciare un appello di aiuto ai media e alle Ong internazionali per far conoscere la loro condizione anche al di fuori del Paese. Per questo gruppo indigeno il respingimento dei trafficanti non si tratta quindi solamente di un lavoro, ma di una vera e propria questione di identità e sopravvivenza, da cui tutto l’ecosistema potrà trarre beneficio. Pubblicato l’11 settembre 2015 su...

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L’incubo Xylella sulla riscossa dell’olio

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L’incubo Xylella sulla riscossa dell’olio

[di Jenner Meletti su repubblica.it]Dopo il disastro del 2014, quando la mosca olearia ha distrutto oltre il 50% del prodotto nazionale, la stagione alle porte si annuncia buona grazie al grande caldo che ha impedito al parassita di riprodursi. All’ottimismo degli olivicoltori fa ombra però la minaccia del micidiale batterio killer. Confinata per ora nel Salento, dove sta facendo strage di piante, l’epidemia potrebbe colpire tutta la Penisola. E gli esperti avvertono: “Bisogna fare presto a trovare una cura, è a rischio l’intero bacino del Mediterraneo” Dopo l’annus horribilis arriverà l’annus mirabilis? Si sta parlando di olio, prodotto ovviamente scivoloso. L’anno terribile è stato il 2014, quello che si spera meraviglioso è quello che stiamo aspettando, con la raccolta delle olive che inizierà a novembre. Meglio non farsi illusioni: l’annata sarà meglio di quella passata ma non sarà certamente mirabilis. I primi ad annunciare problemi sono stati i tecnici della Coldiretti lombarda, che già ai primi di giugno denunciavano “una scarsa fioritura del leccino”, con un calo previsto – rispetto alla media storica di produzione – di circa il 30%. Sempre meglio, comunque, dell’anno scorso, quando la produzione lombarda, attorno ai laghi Garda, Sebino a Lario, era stata più che dimezzata dalla troppa pioggia e da patogeni vari. “E’presto per fare previsioni”, mette le mani avanti Pietro Sandali, direttore di Unaprol (Consorzio olivicolo italiano) che assieme al consorzio Cno (Consorzio nazionale olivicoltori) raccoglie l’80% dei produttori italiani. “Dai contatti di questi giorni, e tenendo conto che molte cose possono ancora cambiare, posso dire che la prossima raccolta dovrebbe aggirarsi sulle 400 mila tonnellate, contro una produzione storica di 480- 550 mila tonnellate. Una produzione buona ma non eccezionale. Meglio al centro sud, peggio al centro nord. Ma, lo ripeto, è ancora presto per numeri precisi. Basta una pioggia intensa, per cambiare un uliveto. Magari le olive diventano grosse, ma con olio scarso”. Continua a leggere qui Pubblicato il 21 settembre 2015 su...

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Terzo valico, nel cantiere concentrazioni di amianto fuori norma. Si indaga su smaltimento

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Terzo valico, nel cantiere concentrazioni di amianto fuori norma. Si indaga su smaltimento

[di Renzo Parodi su ilfattoquotidiano.it] Le perizie eseguite dall’Arpal confermano gli allarmi lanciati dal comitato No Tav. Le analisi sono state consegnate alla procura di Genova che da tempo ha aperto un fascicolo per ora senza indagati. Il sospetto è che le ditte subappaltatrici incaricate dello smaltimento abbiano aggirato le rigide norme sullo stoccaggio e il trasporto delle rocce pericolose.   Concentrazioni di amianto quasi due volte superiori ai limiti di legge nel cantiere del terzo valico a Cravasco, in Valverde, sulle colline alle spalle di Genova. Lo ha accertato una serie di perizie eseguite dall’Arpal, l’Agenzia regionale per l’ambiente. La presenza del minerale è risultata di 1,7 grammi per chilogrammo di roccia o terra esaminata. Il limite massimo è stabilito in 1 grammo per chilo. Trovano dunque piena conferma gli allarmi che da mesi gli attivisti del comitato No Tav – scesi in strada per protestare e raggiunti, alcuni di loro, da denunce – avevano lanciato mettendo in guardia autorità e cittadini per la presenza dell’amianto, pericolosissimo per la salute umana.   Un allarme ignorato dal Cociv, il consorzio di imprese che si è aggiudicato l’appalto per la costruzione del tunnel di 37 chilometri sul tracciato di complessivi 53, fra Liguria e Piemonte, che dovrebbe ospitare il Treno ad Alta velocità. Un’opera che costerà, anzi costerebbe visto che i tempi si stanno allungando, 6,4 miliardi di euro e certamente sarà terminata dopo il 2020.   Le perizie dell’Arpal sono state trasmesse alla procura delle Repubblica di Genova che da tempo aveva aperto un fascicolo sul cantiere di Cravasco. La questione è seguita personalmente dal procuratore capo, Michele Di Lecce, un magistrato esperto, specializzato in materia di lavoro. Di Lecce ha rimesso in pista una serie di esposti presentati prima del suo arrivo a Genova e ignorati dal suo predecessore, ed è intenzionato ad andare fino in fondo. Lo conferma lo stesso procuratore a ilfattoquotidino.it: “Le nostre indagini erano iniziate ben prima dell’accertamento eseguito dall’Arpal, a seguito degli esposti dei comitati o di semplici cittadini. Le perizie ci forniscono altri elementi utili alle indagini che proseguiranno fino all’accertamento della verità dei fatti. Per il momento non ci sono persone iscritte nel registro degli indagati”. Di Lecce non ha voluto precisare se è reale l’eventualità disequestrare il cantiere.   La questione più delicata riguarda le modalità con le quali, fino ad ora, è avvenuto lo smaltimento delle rocce e del terreno proveniente dallo scavo di Cravasco. La procura vuole accertare se le operazioni siano avvenute nel pieno rispetto delle leggi, senza quindi causare pregiudizio alla salute dei residenti. Il Cociv finora ha sostenuto in un comunicato che tutte le operazioni svolte dopo il ritrovamento di rocce amiantifere “si sono svolte nel pieno rispetto del piano di lavoro approvato dagli enti preposti, finalizzato ad evitare che da queste stesse attività scaturissero danni per i lavoratori e i cittadini. Le terre sono state immediatamente trattate con un prodotto incapsulante e dopo averle riposte negli appositi big bag, sono state trasportate in discarica autorizzata con camion, garantendo l’apposita copertura dei carichi”.   Implicitamente si ammetteva l’esistenza di rocce amiantifere negli scavi. Il sospetto della procura è che le ditte subappaltatrici incaricate dello smaltimento del materiale amiantifero (che fanno capo alla romana HTR, leader nel settore ambientale), abbiano aggirato le rigide norme sullo stoccaggio e il trasporto delle rocce pericolose. Le risultanze delle perizie confermano il rischio per la salute umana...

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[:en]India: 200,000 refugees in Assam’s devastating floods[:]

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[:en]India: 200,000 refugees in Assam’s devastating floods[:]

[:en][by Sneha Krishnan on theecologist.org] India’s tea capital, Assam, has been hit by devastating floods for the second time in three years, writes Sneha Krishnan. But the government has failed to address key environmental issues like deforestation and soil conservation, or involve local communities in developing solutions. So ever more fertile land is lost to erosion, and millions of the country’s poorest people suffer.   Heavy flooding has affected more than a million people in the north-eastern Indian state of Assam, with 45 dead and more than 200,000 in relief camps.   And yet there is still very little coverage of the disaster in the international media – perhaps not surprising when you consider even most Indians aren’t paying attention.   But they should – and so should you. The fact a region that is flooded regularly should be so unprepared for the latest downpour is scandalous, as is the shortsighted or uncaring government response.   The floods have also affected local wildlife, with the Kaziranga National Park – home to two thirds of the world’s Indian rhinos – reporting the electrocution of elephants fleeing from the water, as well as the death of at least three rhinos.   The floods come amid reports of increasing illegal immigration from Bangladesh and poor working conditions on local tea plantations, while armed conflicts between separatist groups and state security forces make the situation in the region even more unstable.   Perfect conditions for tea – and flooding   Assam is best known for its black tea, which grows well in the hot, steamy Brahmaputra valley. But while the monsoon may create perfect conditions for tea, it also means the region is highly susceptible to flooding.   More than 40% of the region is at risk and severe floods occur every few years, eroding riverbanks and dumping large amounts of sand on farmland, often rendering lands infertile.   For local communities, these floods have been disastrous and many are not receiving sufficient aid. For example my own research on recovery after major floods in 2012 found affected families who hadn’t received the promised compensation from the government, even two years on.   Government initiatives to build new embankments have led to further distress. For example, new barriers constructed in 2012 displaced hundreds of families who found their resettled homes were now on the wrong side of the embankments.   Compensation was poor, lower than market rates, while others received no support for resettlement due to identity and land ownership issues for illegal immigrants from Bangladesh.   Some embankments built along the Brahmaputra in central Assam as an ad hoc response to the 2012 floods (see photo) were so poorly constructed over natural drainage they actually failed to keep the river movements in check and increased erosion. The embankments simply breached in the following year’s monsoon. The subsequent relocations and distress were entirely preventable. The Brahmaputra has caused serious erosion for decades now, and yet the government response has been inefficient. Plans to tackle the problem remain confined only to paper.   The real cost for Assam’s communities   The floods in Assam have taken a heavy toll on water, sanitation, health and education systems. Affected people flee their homes and create makeshift camps, where access to essential facilities is inadequate for the hundreds of thousands displaced.   The quality and accessibility of drinking water in particular is severely affected, and people are depending on contaminated sources – even when...

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Ilva e salute, i costi dell’inquinamento in un e-book

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Ilva e salute, i costi dell’inquinamento in un e-book

scarica l’e-book [di Alessandra Congedo su inciostroverde.it]È stato pubblicato questa mattina l’e-book dal titolo “Valutazione economica degli effetti sanitari dell’inquinamento atmosferico: la metodologia dell’EEA”, a cura di Giorgio Assennato, direttore generale di Arpa Puglia, contenente gli atti del workshop di approfondimento sul Report dell’Agenzia Europea per l’Ambiente Revealing the costs of air pollution from industrial facilities in Europe (EEA technical Report n .15/2011), tenutosi a Taranto il 23 e 24 luglio 2012.   Il documento, composto da oltre 170 pagine e arricchito da contributi aggiornati, dedica una sezione importante al caso Taranto, curata dalla dott.ssa Paola Biasi (Facoltà di Economia – Università degli Studi di Firenze). Riteniamo quanto mai opportuno immergersi nella lettura di questo testo per rendersi conto di quanto sia complesso il rapporto tra inquinamento, danno sanitario e costo sociale. Un tema che non dovrebbe essere affidato, come spesso accade, a semplicistiche argomentazioni. Intanto, partiamo da un dato: basandosi sul framework delineato dalla European Environmental Agency per la città di Taranto è stato possibile stimare un danno sanitario imputabile all’inquinamento atmosferico pari, in media, a oltre 280 milioni di euro annui.   “La quantificazione monetaria del danno – si legge – è stata effettuata utilizzando dati indiretti; in particolare il riferimento è al metodo dello unit value transfer approach. Coerentemente con quanto stabilito dall’EPA, i valori utilizzati sono stati desunti da rapporti e studi riconducibili ad istituzioni internazionali. In particolare si fa riferimento al progetto ExternE per la quantificazione monetaria delle esternalità legate alla produzione di energia (Bickel e Friedrich, 2005). I valori monetari sono ovviamente stati adattati considerando la rivalutazione della moneta per adeguare il valore del danno calcolato al periodo in analisi.   La fonte principale per i dati ambientali e sanitari utilizzati nello studio è costituita da due tra i più importanti studi a livello nazionale che hanno analizzato le relazioni tra inquinamento atmosferico e salute: “Metanalisi italiana degli studi sugli effetti a breve termine dell’inquinamento atmosferico” (Biggeri et al., 2004) relativo al periodo 1996-2002; il secondo è lo studio dal titolo “Inquinamento atmosferico e salute: sorveglianza epidemiologica e interventi di prevenzione” (Berti et al., 2009), relativo al periodo 2000-2005.   Il dataset relativo al capoluogo ionico include dati relativi alla concentrazione di PM10 nell’aria della città di Taranto, oltre che i dati sanitari sulla mortalità raccolti dall’Azienda Sanitaria Locale Taranto/1. In particolare, per la mortalità sono stati utilizzati coefficienti di Relative Risk (RR) mutuati dalla letteratura epidemiologica; per gli eventi sanitari sono invece state utilizzate Impact Functions (IF). Sulla base di tali dati è stato possibile effettuare il calcolo dei casi attribuibili all’inquinamento in tre scenari controfattuali. Il dato ottenuto è quindi da intendersi come danno economico potenzialmente evitabile con diverse concentrazioni di PM10 nell’aria.   Ovviamente – fa notare la Biasi – tale stima rappresenta solo una frazione del costo sociale dell’inquinamento atmosferico: l’arco temporale in cui tale valore è stato stimato è limitato (come già specificato, il periodo dal 2001 al 2005); è stato preso in considerazione un solo inquinante; l’analisi è limitata ad una sola matrice ambientale in un contesto in cui la contaminazione ambientale è molto più pervasiva e complessa. Ciò nonostante, la base informativa fornita dalla stima è di notevole importanza, sia in termini di policy making che di dibattito pubblico”. Per i soli costi di mortalità “il...

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Nuova Zelanda, rimpatriato il primo rifugiato climatico

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Nuova Zelanda, rimpatriato il primo rifugiato climatico

[Su Repubblica.it] Viene dall’arcipelago di Kiribati e aveva messo su famiglia a Auckland SYDNEY – Poteva essere il primo rifugiato al mondo per cambiamento climatico, ma purtroppo Ioane Teitiota, 38enne originario di Kiribati, un piccolo stato-arcipelago nel Pacifico, si è visto rifiutare la sua richiesta di asilo e oggi è stato espulso dalla Nuova Zelanda. L’uomo, che dal 2007 vive nel Paese con la moglie e ha tre figli neozelandesi, è stato imbarcato su un volo presso l’aeroporto di Auckland, dopo che il Ministro Associato per l’Immigrazione Craig Foss ha respinto un appello dell’ultimo minuto per permettergli di restare per motivi umanitari. Anche la sua famiglia dovrà rispondere a un ordine di espulsione, ma gli è stato accordato il permesso di rimanere per un ulteriore settimana per preparare la partenza. Arrivati in Nuova Zelanda nel 2007, Teitiota e la moglie Angua Erikava sono rimasti nel paese anche dopo che i loro permessi di lavoro erano scaduti nel 2010. L’anno seguente l’uomo ha chiesto lo status di rifugiato climatico, sostenendo di non poter rimpatriare perché l’innalzamento del livello delle acque marine provocato dai cambiamenti climatici mette a rischio l’isola da cui proviene e quindi la sua vita e quella della sua famiglia. Lo scorso luglio però la Corte Suprema della Nuova Zelanda ha rigettato la sua richiesta stabilendo che “anche se Kiribati affronta indubbiamente delle difficoltà, il signor Teitiota non si troverà ad affrontare alcun ‘danno grave’ tornando a casa”. Il parlamentare del partito laburista Phil Twyford aveva chiesto al ministro Associato per l’Immigrazione di considerare la possibilità di permettere alla famiglia di rimanere per motivi umanitari. Tuttavia, Craig Foss ha deciso di non intervenire. Kiribati è una piccola nazione del Pacifico di 100 mila abitanti, le cui isole coralline affiorano di pochi metri dal mare. Pubblicato il 23 settembre 2015 su...

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Papa Francesco ai ministri Ue: “Onorare debito ecologico con il Sud. I poveri sono vulnerabili”

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Papa Francesco ai ministri Ue: “Onorare debito ecologico con il Sud. I poveri sono vulnerabili”

[su Repubblica.it] Il monito lanciato durante l’incontro di questa mattina in Vaticano in vista della ‘Cop 21′, la Conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici che si terrà dal 30 novembre all’11 dicembre a Parigi. Alla delegazione europea il Pontefice indica “tre principi: solidarietà, giustizia, partecipazione”   CITTA’ DEL VATICANO – I poveri sono i più vulnerabili, i più colpiti dal degrado ambientale. Sono quelli che ne patiscono le conseguenze più gravi. E’ questa la leva che sostiene il discorso di papa Francesco ai ministri dell’Ambiente europei. “Dobbiamo onorare il ‘debito ecologico’ tra Nord e Sud”, il suo monito lanciato durante l’incontro di questa mattina in Vaticano. I ministri erano presenti a Roma per i lavori in vista della ‘Cop 21’, la Conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici che si terrà dal 30 novembre all’11 dicembre a Parigi. Alla delegazione europea, guidata dal ministro italiano dell’Ambiente Gianluca Galletti, il Papa indica “tre principi: solidarietà, giustizia, partecipazione”.   Il Pontefice osserva che “l’incarico di ministro dell’Ambiente, negli ultimi anni, ha assunto sempre maggiore importanza per la cura della casa comune. Infatti, l’ambiente è un bene collettivo, patrimonio dell’intera umanità. Ed è responsabilità di ognuno di noi; una responsabilità che non può che essere trasversale e che richiede una efficace collaborazione all’interno dell’intera comunità internazionale”. Solidarietà, “parola talvolta dimenticata, altre volte abusata in maniera sterile. Sappiamo che le persone più vulnerabili dal degrado ambientale sono i poveri, che ne patiscono le conseguenze più gravi”, spiega.   “Solidarietà – spiega Francesco – vuol dire allora mettere in atto strumenti efficaci, capaci di unire la lotta al degrado ambientale con quella alla povertà. Si tratta, ad esempio, di sviluppo e trasferimento di tecnologie appropriate, capaci di utilizzare al meglio risorse umane, naturali, socio-economiche, maggiormente accessibili a livello locale, in modo da garantire una loro sostenibilità anche nel lungo periodo”.   Dal principio di solidarietà a quello di giustizia, il passaggio è logico. “Nell’enciclica ‘Laudato sì’ ho parlato di ‘debito ecologico’, soprattutto tra Nord e Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi. Dobbiamo onorare questo debito”, chiede con forza il Papa.   Sono consigli pratici, parole reali, forti. “Questi Paesi sono chiamati a contribuire, a risolvere questo debito dando il buon esempio – esorta Francesco – limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile, apportando risorse ai Paesi più bisognosi per promuovere politiche e programmi di sviluppo sostenibile, adottando sistemi di gestione adeguata delle foreste, del trasporto, dei rifiuti, affrontando seriamente il grave problema dello spreco del cibo, favorendo un modello circolare dell’economia, incoraggiando nuovi atteggiamenti e stili di vita”.   Infine, “c’è il principio di partecipazione che – sottolinea – richiede il coinvolgimento di tutte le parti in causa, anche quelle che spesso rimangono al margine dei processi decisionali”. Osserva Francesco: “Viviamo in un momento storico molto interessante: da una parte, la scienza e la tecnologia mettono nelle nostre mani un potere senza precedenti; dall’altra, il corretto uso di tale potere presuppone l’adozione di una visione più integrale e integrante. Ciò richiede di aprire le porte ad un dialogo, dialogo ispirato da tale visione radicata in quella ecologia integrale, che è oggetto dell’enciclica ‘Laudato sì’. Si tratta ovviamente di una grande sfida culturale, spirituale ed educativa”.   Dunque, sintetizza il Pontefice,...

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