CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Acqua “privata” in Africa: la lotta della Nigeria contro la Banca Mondiale

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Acqua “privata” in Africa: la lotta della Nigeria contro la Banca Mondiale

[su ilcambiamento.it] Il nuovo colonialismo in Africa non sta solo derubando il continente delle terre, si sta anche impadronendo delle risorse primarie, tra cui l’acqua. I fondi della Banca Mondiale sono legati a doppio filo alle privatizzazioni e molti governi ormai, corrotti o con il cappio al collo, condannano le popolazioni a una nuova schiavitù. Non bastavano il Mali, il Sud Africa (6 Corporation hanno contratti), il Ghana (dove dopo la privatizzazione il costo dell’acqua è aumentato del 95% e un terzo della popolazione non ha accesso ad acqua pulita), la Namibia. Ora la Banca Mondiale preme sulla Nigeria per permettere a una partnership pubblico-privata di mantenere e ampliare la gestione dell’erogazione dell’acqua aumentandone i costi. Ma la popolazione si sta opponendo con tutte le sue forze. La capitale Lagos, che conta 21 milioni di abitanti, è il “boccone” che le Corporations si sono servite in tavola e bramano il resto della preda. «Da decenni la Banca Mondiale sta facendo di tutto per impedire lo sviluppo di un sistema pubblico di gestione – spiega Akinbode Oluwafemi, responsabile per i diritti ambientali di Friends of the Earth Nigeria – tanto che oggi nove persone su dieci non hanno accesso ad acqua potabile. Sappiamo bene quali interessi si nascondono dietro la trasformazione dell’acqua in un bene di mercato. Nel mio villaggio ho realizzato una pompa che permette ai vicini di avere libero accesso a questa preziosa risorsa e per questo ho ricevuto minacce dalle società che invece l’acqua la vogliono vendere a peso d’oro, poiché stavo mettendo a rischio i loro profitti. Ma non farò retromarcia. La Banca Mondiale ora sta tentando di convincere le comunità anche al di fuori della capitale che la privatizzazione dell’acqua è la risposta ai problemi della gente, se ne infischia dei processi democratici. Abbiamo ospitato a Lagos in questi giorni attivisti ed esperti per il Lagos Water Summit, co-promosso insieme a Corporate Accountability International. Ma abbiamo bisogno di far sentire la nostra voce anche oltre confine, anche nel resto del mondo. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti, per questo chiediamo ad ogni cittadini in ogni nazione di scrivere alla Banca Mondiale sollecitando lo stop al processo di privatizzazione (qui trovate la lettera da mandare e le istruzioni). Il nostro movimento vuole crescere nei prossimo mesi, ma abbiamo bisogno che il nostro problema diventi il problema di tutti». E Akinbode Oluwafemi sa bene come sia in corso non solo in Africa (con effetti assolutamente devastanti), ma anche negli altri paesi del mondo il processo di privatizzazione dell’acqua. In Italia la situazione non è affatto migliore. «C’è un preciso piano attraverso il quale il Governo intende rilanciare con forza il processo di privatizzazione e finanziarizzazione dei beni comuni ma ciò avviene in maniera molto più subdola degli anni passati – ha spiegato Paolo Carsetti, del Forum italiano dei Movimenti per l’acqua –  Tutti i provvedimenti elencati non esplicitano un attacco diretto all’acqua o ai servizi pubblici locali come fatto nel 2009 dal governo Berlusconi, l’attacco è strisciante, non si pronuncia la parola privatizzazione perchè è un tema su cui si è già registrato una sconfitta epocale ma la sostanza è la stessa. Il governo si muove dietro la propaganda che prova a descrivere uno scenario come quello della necessità di riduzione della spesa pubblica anche attraverso la razionalizzazione delle cosiddette partecipate o...

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Cinque multinazionali controllano il mercato dei semi di tutta Europa

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Cinque multinazionali controllano il mercato dei semi di tutta Europa

[su dolcevitaonline.it]  Il gruppo parlamentare europeo Greens European Free Alliance ha presentato alla Commissione Europea un rapporto sul mercato della varietà di sementi in Europa (pdf completo al link in basso) e ha lanciato un appello: il 95% di semi è controllato da sole cinque multinazionali (Pioneer, Syngenta, Monsanto, Limagrain e Kws), è necessario cambiare le regole con urgenza per scongiurare il rischio della perdita totale della biodiversità. Cinque aziende, presenti anche sul mercato agrochimico, detengono il controllo della quasi totalità delle sementi sul mercato europeo, come anche la Fao conferma, questo sistema sta causando l’uniformazione delle varietà, aggravando la perdita già calcolata del 75% dell’agro-biodiversità e incidendo negativamente sulla sicurezza alimentare, sul lavoro degli agricoltori e sui prezzi dei prodotti sementieri, aumentati del 30% tra il 2000 e il 2008. Approfondisci : “Concentration of market power in the EU seed market”   Pubblicato il 28 agosto 2015 su dolcevitaonline.it...

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Maltempo, i cambiamenti climatici e le «priorità» del governo

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Maltempo, i cambiamenti climatici e le «priorità» del governo

[su greenreport.it] In caso di pioggia, oltre a munirsi di ombrello conviene ormai avere sempre sott’occhio gli aggiornamenti per allerta meteo diffusi dalla Protezione civile.  Il maltempo si trasforma sempre più in occasione di cronaca, con eventi meteo un tempo eccezionali oggi resi assai più frequenti dai cambiamenti climatici, e in grado di mettere ko le capacità di resilienza del territorio.   È quanto sta (di nuovo) accadendo in queste ore nell’Italia del nord, con la Toscana ancora una volta tra le regioni maggiormente colpite. Nelle stesse ore il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, intervenendo dal meeting di Comunione e liberazione testimonia a favore dell’impegno governativo contro il dissesto idrogeologico.   «Abbiamo incominciato un lavoro che durerà anni, e non vorrei che questo attivasse nella gente aspettative che abbiamo risolto il problema. Il problema resta, ma per la prima volta il governo ha posto come priorità la lotta al dissesto idrogeologico. Tra un po’ di anni potremo avere un Paese più sicuro. Ci vorrà molto, molto tempo per risolvere il problema del dissesto idrogeologico in Italia. Ma rispetto all’anno scorso – riporta Galletti nelle parole raccolte dall’Ansa – abbiamo fatto molti passi in avanti: abbiamo semplificato il sistema, il che ci ha permesso di aprire oltre 700 cantieri per oltre un miliardo di euro che erano già disponibili. Abbiamo presentato il primo stralcio del piano nazionale per un miliardo e 300 milioni di cui già 750 già disponibili. Questi cantieri potranno essere aperti entro l’inizio del prossimo anno».   Riassumendo, al momento sono 750 milioni di euro quelli stanziati dal nuovo governo, e in tutto la programmazione di risorse contro il dissesto idrogeologico arriverà a circa 2,3 miliardi di euro. Su più anni. È pur sempre un inizio, e questo va riconosciuto, ma si tratta di una frazione infinitesima degli stanziamenti ritenuti necessari: gli interventi più urgenti, secondo le stime dello stesso ministero dell’Ambiente, ammontano a 40 miliardi di euro. Lo stesso importo promesso dal governo alle imprese per gli sgravi contributivi), mentre al territorio rimangono le briciole.   Dunque il problema risiede nelle «priorità» del governo, piuttosto che nell’individuazione delle risorse monetarie. Anche perché in tali «priorità», prima ancora che la lotta al dissesto idrogeologico, spiccano le trivellazioni petrolifere incoraggiate dallo Sblocca Italia, con il loro carico di gas climalteranti e nessun vantaggio spendibile per la competitività economica.   Da una parte si difende debolmente il territorio dall’impatto di eventi meteo estremi (che sono destinati ad aumentare,insieme alle temperature medie), dall’altra si spinge l’acceleratore sui cambiamenti climatici che ne sono concausa. Quali che siano le priorità del governo, sarebbe utile fossero anzitutto coerenti con sé stesse.   Pubblicato il 24 agosto 2015 su...

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[:en]Global warming contributed to Syria’s 2011 uprising, scientists claim[:]

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[:en]Global warming contributed to Syria’s 2011 uprising, scientists claim[:]

[:en][by Ian Sample on theguardian.com] US study claims regime’s unsustainable agricultural policies meant drought led to collapse of farming in north-eastern region and triggered mass migration to cities and added to feelings of discontent.   The prolonged and devastating drought that sparked the mass migration of rural workers into Syrian cities before the 2011 uprising was probably made worse by greenhouse gas emissions, US scientists say.   The study is one of the first to implicate global warming from human activities as one of the factors that played into the Syrian conflict which is estimated to have claimed more than 190,000 lives.   The severity of the 2006 to 2010 drought, and more importantly the failure of Bashar al-Assad’s regime to prepare, or respond to it effectively, exacerbated other tensions, from unemployment to corruption and inequality, which erupted in the wake of the Arab spring revolutions, the scientists say.   “We’re not arguing that the drought, or even human-induced climate change, caused the uprising,” said Colin Kelley at the University of California in Santa Barbara. “What we are saying is that the long term trend, of less rainfall and warmer temperatures in the region, was a contributing factor, because it made the drought so much more severe.”   From 2006, the Fertile Crescent, where farming was born 12,000 years ago, faced the worst three year drought in the instrumental record. Unsustainable agricultural policies meant that the drought led to the broad collapse of farming in northeastern Syria. Their livelihoods gone, an estimated one to 1.5 million people surged into the cities.   The arrival of so many rural families came on the heels of a million Iraqi refugees who arrived after 2006, causing what Kelley refers to as a “huge population shock” in Syria’s most affected urban centres. Many of the displaced settled on the edges of cities, where already tough living conditions were made more challenging by poor access to water and electricity.   Writing in the journal, Proceedings of the National Academy of Sciences, Kelley describes how the unsustainable farming practices in Syria led to a massive depletion of groundwater which was crucial for irrigating land beyond the reaches of the rivers.   But the dwindling groundwater was accompanied by a long term decline in rainfall in the region that affected farms watered from rivers. According to records Kelley studied, the Fertile Crescent, including Syria, witnessed a 13% drop in its winter rainfall since 1931. Another trend saw summer temperatures rising, which dried out much of the remaining moisture in the soils.   To explore the causes of the drought, the US scientists turned to climate change models. They found that the models predicted the drier and warmer trend for Syria, but only when they included human greenhouse gas emissions. The trend made such a severe drought in Syria more than twice as likely, they report.   “There’s a strong argument to be made that the long term trend contributed to this drought and was the reason it was the most severe drought they have ever had,” Kelley said.   The theory has not convinced everyone though. Francesca de Châtel at Radboud University in Nijmegen, the Netherlands, points out that rural communities had been left disenfranchised and disaffected from 50 years of policies that exploited and mismanaged Syrian resources.  ...

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TTIP: 10 cose da sapere sul trattato che ci priverà di ogni controllo democratico

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TTIP: 10 cose da sapere sul trattato che ci priverà di ogni controllo democratico

[su dolcevitaonline.it] La globalizzazione si nutre, anche e soprattutto, di trattati internazionali che progressivamente minano le sovranità nazionali degli stati. In nome della libera concorrenza e della libera circolazione delle merci da oltre vent’anni intercorrono tra Europa e Usa progressive deregolamentazioni sul fronte dell’import/export e della concorrenza.   Il Ttip non è altro che l’ultimo tassello che mira a cancellare quel poco che rimane della possibilità per uno stato di pianificare il proprio sviluppo e soprattutto a cancellare la possibilità di un controllo democratico sull’economia, la salute e i servizi pubblici.   In questi dieci punti cerchiamo di spiegare i contorni di un trattato ancora molto fumoso, sia perché le trattative su molti punti chiave sono ancora in corso, sia perché, come vedrete, si sta facendo di tutto per non permettere ai cittadini (ed anche ai loro rappresentanti politici) di entrare a conoscenza dei dettagli dell’accordo.   1.COS’E IL TTIP Il Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) sarà il nuvo accordo di libero scambio che regolamenterà i commerci tra Europa e Usa. Per dare un’idea della sua importanza, ed anche della complessità, basti sapere che la sua progettazione cominciò nel 1995, quando venne fondato il Transatlantic Business Dialogue (Tabd), poi evolutosi nel Transatlantic Business Council (Tabc). Il Tabc è un gruppo di consulenza del quale Europa e Usa si avvalgono quando devono negoziare accordi commerciali, ed è formato da oltre 70 multinazionali(per l’Italia Eni e Telecom) le quali da anni chiedono che venga approvato il Ttip. La negoziazione ufficiale del Ttip è cominciata nell’autunno 2013 e la sua entrata in vigore era inizialmente prevista nel 2015, ma al momento siamo ancora alla fase negoziale (a metà luglio si è tenuto il decimo round di consultazioni, come sempre a porte chiuse) ed una volta raggiunto l’accordo definitivo esso dovrà essere ratificato dal Parlamento europeo e da quello statunitense. Quindi ci vorrà ancora almeno un anno.   2.COSA PREVEDE IL TTIP Per mesi ogni dettaglio è stato avvolto dalla segretezza. Ancora oggi siamo lontani dal conoscerne tutti i dettagli, quello che si può affermare, però, è che in linea di massima il Ttip ha tre macro obiettivi: l’apertura totale di ogni stato membro al mercato delle merci, dei servizi, degli investimenti e degli appalti pubblici con l’eliminazione di ogni dazio doganale; l’abolizione degli ostacoli non tariffari tra Ue e Usa (legati a quantità, standard di qualità, regolamenti e così via); una profonda armonizzazione normativa, che punti ad omologare le diverse norme su sicurezza, alimentazione, ambiente e molto altro. Si tratterebbe sostanzialmente di una spoliazione di ogni diritto da parte degli stati membri a proteggere il proprio sistema produttivo ed a limitare le importazioni di merci che non soddisfino i propri requisiti minimi anche su aspetti come salute, rispetto ambientale e sicurezza per i cittadini.   3.QUELLO CHE INVECE NON CI VIENE RACCONTATO La questione della segretezza è stata e continua a essere uno dei maggiori punti di opposizione al trattato, denunciato da molte e diverse organizzazioni sia negli Stati Uniti che nei paesi dell’Unione Europea (come la campagna internazionale Stop Ttip). Per mesi le uniche notizie che abbiamo avuto sono provenute dai “leaks” (messaggi riservati intercettati da giornalisti e associazioni) pubblicati su alcuni giornali. Successivamente le istituzioni europee hanno allentato la morsa ed hanno diffuso alcune notizie sul sito dell’Unione. Tuttavia ogni round negoziale rimane privato, ed anche ai parlamentari europei e ai governi degli stati membri è fortemente limitato...

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[:en]Failure to act on climate change means an even bigger refugee crisis[:]

Posted by on 5:33 pm in News | Commenti disabilitati su [:en]Failure to act on climate change means an even bigger refugee crisis[:]

[:en][by Craig Bennett on theguardian.com] Global warming does not cause the conflicts that have caused mass movement of people, but it would be wrong to say it does not contribute.   As I looked in on my own children sleeping safely last Thursday night before I went to bed, I did so with added poignancy as I reflected that this was something Abdullah Kurdi was not able to do. I’m sure millions of parents of young children right across Europe have felt similar emotions these last few days.   We’re all human, and so it’s perhaps not surprising that it takes a single photograph and an individual’s story to shake a society, all too belatedly, into glimpsing at one horrific aspect of Europe’s refugee crisis and demanding action.   But if we really want to reduce the future suffering of millions of refugees, and politicians want to avoid more shameful paralysis in the years ahead, we also need to look at the bigger picture.   Armed conflict will always be a risk in a world with oppressive dictators, terrorist groups, ideological extremism, the militarisation of sensitive regions by world powers, and an arms trade on the constant look out for new business. All of these factors, and more, are behind the appalling conflict in Syria, and the reason Europe is now struggling to cope with tens of thousands of refugees.   But it would seem that one of the key triggers for the 2011 Syrian uprising was the 2006 to 2010 drought, the most severe on record in this fertile region, itself probably caused or exacerbated by climate change.   As the abstract of an academic paper published this March in the Proceedings of the National Academy of Sciences puts it: “There is evidence that the 2007?2010 drought contributed to the conflict in Syria. It was the worst drought in the instrumental record, causing widespread crop failure and a mass migration of farming families to urban centres.   “Century-long observed trends … strongly suggest that anthropogenic forcing has increased the probability of severe and persistent droughts in this region. We conclude that human influences on the climate system are implicated in the current Syrian conflict”.   Scientists have similarly suggested that climate change may have played a role in the drought in north Africa that fuelled food price rises ahead of the Arab Spring, while back in 2007, a UN report concluded that climate change and environmental degradation was a key trigger in the conflict in Darfur a few years earlier.   To be clear; there will always be a multitude of drivers behind of social unrest and armed conflict. It would be wrong to say climate change “caused” these conflicts, but equally the evidence suggests it would be wrong to say it didn’t play a contributing role. And, if this is what is possible when average global temperatures have risen less than 1C, then goodness help future generations if/when it reaches 2C, 4C or even 6C.   In these circumstances, mass migration will be occurring in many regions of the world, with or without armed conflict. In 2014, the World Bank reported that climate change is going to lead to far more heat-waves and drought, particularly in the Middle East and North Africa, exacerbating crop failure, food and water shortages, conflict and dislocation of people. Right now,...

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Roccamorice, acqua al mercurio: sindaco indagato per avvelenamento

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Roccamorice, acqua al mercurio: sindaco indagato per avvelenamento

[su  ilcentro.gelocal.it] La Forestale sequestra i terreni inquinati dallo sversamento vicini ai serbatoi della rete idrica. Indagato anche il direttore tecnico dell’Aca ROCCAMORICE. Terreni inquinati dallo sversamento di acque contaminate da mercurio nel Comune di Roccamorice, lo stesso mercurio che il 16 aprile scorso ha reso necessaria un’ordinanza del sindaco del comune pescarese per vietare l’uso dell’acqua potabile. Il Corpo Forestale dello Stato ha proceduto oggi al sequestro di circa cinquemila metri quadrati, limitrofi ai serbatoi in località Bosco e Pagliari: secondo dati diffusi dalla Forestale, vi è stato trovato un valore di mercurio fino a 223 volte il livello massimo di legge. Sulla base delle indagini della Forestale, coordinate dal pubblico ministero della Procura della Repubblica di Pescara Annarita Mantini, la Procura ha indagato per avvelenamento colposo e adulterazione di sostanze alimentari il sindaco di Roccamorice, Alessando D’Ascanio, e il direttore tecnico dell’azienda comprensoriale acquedottistica (Aca) di Pescara, Lorenzo Livello. Sono ancora in corso, invece, le indagini per l’illecito smaltimento di rifiuti pericolosi ed inquinamento doloso dei terreni sequestrati che ricadono nel territorio del Parco Nazionale della Majella. La presenza del metallo pesante nelle conduttore dell’acqua ad uso potabile a servizio dei cittadini di Roccamorice, a causa della rottura di una strumentazione di servizio della rete idrica, fu accertata dalla Asl di Pescara il 15 aprile scorso, nel corso di un controllo periodico. La segnalazione a Comune e Aca portò il giorno dopo ad un’ordinanza del sindaco. Dalle successive indagini svolte dalla Forestale sarebbe emerso che l’Aca di Pescara, in qualità di gestore delle rete acquedottistica del Comune di Roccamorice, sversò, tramite un sistema di troppo pieno, parte delle acque contaminate da mercurio sui terreni adiacenti ai serbatoi interessati. Dopo una serie di campionamenti fatti con la collaborazione dell’Arta di Pescara, il Corpo Forestale dello Stato ha successivamente riscontrato concentrazioni di mercurio fino a 223 volte superiori ai valori massimi consentiti dalla legge. Accertato lo stato di inquinamento del terreno si è proceduto al sequestro probatorio delle aree interessate dallo sversamento abusivo, con la collaborazione dei tecnici dell’Arta di Pescara, ponendole a disposizione dell’autorità giudiziaria. Pubblicato il 29 agosto su...

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Muos, il consiglio di giustizia chiede nuove verifiche

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Muos, il consiglio di giustizia chiede nuove verifiche

[su gds.it] La commissione dovrà verificare quali siano gli effetti, anche sulla salute umana, «delle emissioni elettromagnetiche generate dall’impianto Muos, quando funzionante CALTANISSETTA. Sulla vicenda del Muos, l’impianto satellitare realizzato in contrada Ulmo a Niscemi, il Consiglio di giustizia amministrativa (Cga) ha disposto nuove verifiche, accogliendo, seppur parzialmente, i motivi d’appello del ministero della Difesa, dopo che il Tar aveva accolto il ricorso presentato dal Comune di Niscemi e dal Comitato No Muos per il blocco dei lavori nell’impianto della Marina militare statunitense. «Nonostante la sentenza non sia definitiva, il Cga – si legge in una nota del coordinamento regionale dei comitati No Muos – ha disposto la nomina di una commissione di studi che avrà il compito di verificare gli effetti delle emissioni elettromagnetiche che potrebbe avere sulla salute la presenza del Muos». La commissione dovrà verificare quali siano gli effetti, anche sulla salute umana, «delle emissioni elettromagnetiche generate dall’impianto Muos, quando funzionante, se tali emissioni siano conformi, o no, alla normativa in materia di tutela dalle esposizioni elettromagnetiche e se le emissioni dell’impianto Muos possano mettere in pericolo la sicurezza del traffico aereo civile». «La sentenza del Cga – spiegano i legali del coordinamento No Muos – Sebastiano Papandrea e Paola Ottaviano – ci lascia molto amareggiati e perplessi in quanto non appare in alcun modo condivisibile la considerazione per cui l’annullamento delle autorizzazioni, fatto dalla Regione siciliana nel marzo 2013, non sia legittima». Pubblicato il 04/09/2015 su...

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Inceneritore Cremona, il sindaco: “Chiuso in 3 anni”. Ma ce ne vorranno dieci

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Inceneritore Cremona, il sindaco: “Chiuso in 3 anni”. Ma ce ne vorranno dieci

[di Simone Bacchetta su ilfattoquotidiano.it]Lo studio del consorzio Leap (Laboratorio Energia Ambiente Piacenza), commissionato dal gestore Lgh dell’impianto e costato 100mila euro, smentisce le promesse fatte dal primo cittadino Gianluca Galimberti nella campagna elettorale dello scorso anno.   Altro che i tre anni sbandierati in campagna elettorale dall’allora candidato sindaco di Cremona, Gianluca Galimberti. Una frase, un anno fa, che giocò un ruolo fondamentale nella sua elezione. Ce ne vorranno almeno dieci di anni per spegnere l’inceneritore di San Rocco. E’ arrivato il redde rationem rispetto al tanto atteso studio, commissionato dal gestore dell’impianto al consorzio piacentino Leap (Laboratorio Energia Ambiente Piacenza), sulle prospettive di smantellamento del termovalorizzatore cremonese.   Una dettagliata valutazione tecnica e finanziaria, presentata sia all’amministrazione che alle forze politiche di opposizione, e costata oltre 100mila euro. Ma c’è ben altro, oltre all’invito degli esperti di non mandare in soffitta l’impianto prima del 2025: la necessità della contestuale realizzazione di un nuovo impianto, al fine di seguitare ad alimentare il teleriscaldamento, e che inevitabilmente – alla luce delle disposizioni dello Sblocca Italia e della costituzione di una rete nazionale degli inceneritori – brucerà rifiuti extra regionali. Una ipotesi contro la quale il sindaco si è sempre battuto. Pubblicità   Apparentemente un controsenso, la previsione di un nuovo termocombustore (seppur più performante e meno inquinante dell’attuale), come osserva lo stesso primo cittadino. “E’ interessante come uno studio sull’exit strategy, rispetto all’inceneritore, proponga come unica soluzione economicamente sostenibile la costruzione di un nuovo inceneritore che colletta rifiuti da tutta Italia”. Una soluzione, tra l’altro, in controtendenza rispetto alle indicazioni dell’Europa e alle linee regionali. “Prendiamo atto della presentazione dello studio e valuteremo meglio il documento”. In attesa dell’esito degli altri due tavoli sull’inceneritore: quello interno al gestore Lgh e la commissione istituita presso regione Lombardia.   Tre le opzioni prospettate dai tecnici, rispetto al decommissioning dell’impianto. Oltre alla chiusura non prima di dieci anni, lo spegnimento immediato (ma avrebbe un costo di oltre 100 milioni di euro) e la dismissione a partire dal 2018 (ma l’accelerazione del piano di ammortamento prevede un costo dell’operazione di 42 milioni).   “Quello che abbiamo scritto 14 mesi fa si è avverato – dice a ilfattoquotidiano.it Marco Pezzoni, coordinatore del movimento ambientalista CreaFuturo – Si tratta di uno studio di parte, commissionato ad un laboratorio che fa parte della scuola degli inceneritoristi e che stila consulenze per i cementifici. E’ inutile meravigliarsi”.   La partita dello spegnimento del termovalorizzatore si intreccia con la imminente fusione tra le multiutilities Lgh e A2A, il colosso di Milano e Brescia. Ciò che propone Pezzoni, per arrivare comunque ad una chiusura dell’impianto prima dei tempi indicati, è che Cremona ponga come pre-condizione alla fusione la chiusura di quello cittadino e il mantenimento in vita di un altro impianto, quello di Parona (Pavia), sempre di proprietà di Lgh.   La partita è quindi tutta politica e – secondo Pezzoni – in discesa, essendo quasi tutti i Comuni azionisti di Lgh (Cremona, Crema, Pavia, Lodi e Rovato) targati centrosinistra (solo Rovato è di centrodestra). Anche sull’efficienza del termovalorizzatore si sono espressi i tecnici Leap, sostenendo che San Rocco è perfettamente in linea con gli standard normativi.   Pubblicato il 22/07/2015 su...

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la Tav tra Francia e Spagna dichiara fallimento. E la Torino Lione?

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la Tav tra Francia e Spagna dichiara fallimento. E la Torino Lione?

[su autistici.org]La notizia è rimbalzata sui media spagnoli e francesi: la TP Ferro, società che gestisce la ferrovia – e il tunnel sotto i Pirenei – che collega Parigi a Barcellona, è costretta a portare i bilanci in tribunale. Conseguenza inevitabile dopo che non ha trovato l’accordo con i suoi creditori per rinegoziare il debito che la affligge. Debito causato dalla “insostenibilità del suo modello economico” che ha costretto la società a fare istanza di fallimento volontario. (Cfr El Pais, Les Echoes, Le Monde). La linea è ampiamente sottoutilizzata, solamente 70 treni passeggeri e 32 merci a settimana, ben al di sotto delle previsioni. Il costo della sezione transfrontaliera fra Perpignan e Figueras, comprendente il traforo, è stato di 1,2 miliardi di Euro, e ora il debito della TP Ferro supera i 400 milioni. Il tratto di linea in questione fa parte del fantasioso Corridoio Mediterraneo e la sua costruzione era stata finanziata dall’Unione europea. Lo stesso corridoio della Torino-Lione, e la società ora in fallimento ci teneva a sottolinearlo: “The S.I. [International Section] makes part of freight corridor 6 according to (UE) rule 913/2010. This corridor connects Spain to Hungary passing through France, Italy and Slovenia at the following cities: Almería – Valencia – Barcelona – Marseille – Lyon – Turin – Milan – Trieste – Koper – Liubliana – Budapest – Zahony (border Hungary – Ukraine)” La sezione transfrontaliera della Torino-Lione costa oltre sette volte la Figueras-Perpignan (8,6 miliardi di euro a preventivo a cui però bisogna aggiungerne 1,6 per studi e progettazione). Ma nulla lascia intravedere un futuro più roseo per la linea francoitaliana rispetto a quella francospagnola. A maggior ragione se si considera che fra Italia e Francia già esiste una ferrovia, che passa per la Val Susa, in grado di trasportare le merci e su cui transitano regolarmente i Tgv. Linea anch’essa sottoutilizzata. A quando il fallimento della NLTL, che ricadrà inevitabilmente sulle casse di Francia, Italia e Europa? Pubblicato il 1/09/2015 su...

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