Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
[:en]No water: life in California’s drought valley[:]
[:en][of Julia Lurie on theguardian.com] Glance at a lawn in East Porterville, California, and you’ll instantly know something about the people who live in the house adjacent to it. If a lawn is green, the home has running water. If it’s brown, or if the yard contains plastic tanks or crates of bottled water, then the well has gone dry. Residents of these homes rely on deliveries of bottled water, or perhaps a hose connected to a working well of a friendly neighbor. They take “showers” from a bucket, use paper plates to avoid washing dishes, eat sandwiches instead of spaghetti so there’s no need to boil water, and collect water used for cooking and showers to pour in the toilet or on the trees outside. East Porterville is in Tulare County, a region in the middle of California’s agriculture-heavy Central Valley that’s been especially hard hit by the state’s historic drought. More than 7,000 people in the the county lack running water; three quarters of them live in East Porterville. The community doesn’t have a public water system; instead, residents rely on private wells. But after years of drought, the nearby Tule River has diminished to a trickle and the underground water table has sunk as more and more farmers rely on groundwater. Last week, I spent a few days interviewing residents in the town, also known as “ground zero” of the drought. Like many small towns in the Central Valley, East Porterville is home to the pickers and packers of the fruits, veggies, and nuts grown nearby and distributed across the country. Many are poor; more than half of kids growing up in East Porterville fall below the poverty line. Throughout the town are the telltale signs of rural poverty: Dogs guard run-down trailers and homes, and roads of uneven pavement devolve into dirt without warning. The air is hazy with dust from the fields and roads. It clings to the tables and chairs and boxes of bottled water left outside; it collects between fingers and toes, turning the shower water a cloudy brown. Everyone coughs. Asthmatics end up in the emergency room. Among the first to report a dry well was Donna Johnson, a 72-year-old retired recreational therapist who lives in East Porterville with her husband, Howard, and a handful of rescue dogs. In the spring of 2014, she turned on the tap to find that it had reduced to a dribble, then no water at all. Howard tried to extend the pump further into the well, but where there should have been a splash of water, there was simply a “thud” of solid against solid. When Johnson called a well-driller and learned the company had a long waiting list, she started wondering just how many wells had gone dry. After a couple of weeks of knocking on the doors of strangers in her neighborhood, Johnson had a list of more than 100 homes. Over the past 18 months, Johnson has become known as East Porterville’s “water lady,” as she spends her days collecting donations of water and paper goods and delivering them in a pickup truck to a list of homes with dry wells – a list that’s expanded to hundreds of addresses. “There’s always somebody calling, saying, ‘I don’t have...
read moreL’Europa dice si all’acqua come diritto umano
[di Francesco Painè su rinnovabili.it]Il diritto umano all’acqua deve entrare nella legislazione comunitaria. È il verdetto dell’Europarlamento, che poche ore fa ha approvato una relazione modellata sulla proposta formulata dalla campagna Right2Water tramite una ECI (European Citizens Initiative) che ha raggiunto il tetto record di 1.884.790 adesioni. Il documento è stato approvato con 363 sì, 96 no e 231 astenuti. La deputata irlandese del GUE, Lynn Boylan, ha accolto con favore l’esito della votazione:«Questa è una vittoria per la società civile e per gli attivisti di Right2Water in tutta Europa. Gli 1,8 milioni di firmatari dell’iniziativa dei cittadini europei, primo caso di successo per questo meccanismo, hanno finalmente ricevuto il sostegno che meritano da un’istituzione dell’Ue. La risposta iniziale della Commissione all’ECI era stata vaga, deludente e aveva fatto poco per esaudire le richieste. Io e altri colleghi progressisti ci siamo riuniti per produrre una relazione che meglio rispondesse alla loro campagna». Il testo votato in plenaria invita Bruxelles a presentare proposte legislative che sanciscano il diritto umano all’acqua, tra cui una revisione della direttiva quadro. Inoltre, chiede di contrastare la privatizzazione dei servizi idrici e di escluderli dai negoziati sul TTIP. Il trattato di libero scambio fra Stati Uniti e Unione europea, infatti, al momento non estromette l’acqua dai tanti servizi pubblici che intende aprire alla privatizzazione. Secondo Food and Water Europe, branca europea della ONG Food and Water Watch, la risoluzione approvata a Strasburgo mette in chiaro che «l’acqua è un bene pubblico di fondamentale importanza per la vita e la dignità umana, e non deve essere trattata come una merce». I movimenti hanno visto accolte le loro richieste di smettere di utilizzare le misure di austerità come grimaldello per spalancare i beni comuni alla privatizzazione. L’aula ha anche respinto la mozione alternativa presentata dal PPE e dall’ECR, che invece prevedeva alcuni emendamenti al testo uscito dalla Commissione Ambiente (ENVI). Oltre ad espungere ogni riferimento alle misure di austerità, venivano completamente tagliati questo passaggio: …invita la Commissione a escludere in modo permanente servizi i servizi idrici, igienico-sanitari e di smaltimento delle acque reflue dalle regole del mercato interno e da qualsiasi accordo commerciale, e di fornirli a prezzi accessibili… E soprattutto quest’altro: …Sottolinea che il carattere particolare dei servizi idrico-sanitari, come la produzione, la distribuzione e il trattamento, rende imperativo che siano esclusi da eventuali accordi commerciali che l’UE sta negoziando o intende negoziare; esorta la Commissione a concedere una esclusione giuridicamente vincolante per i servizi idrici, igienico-sanitari e di smaltimento delle acque reflue dai negoziati in corso per il Partenariato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP) e dall’Accordo sul commercio dei servizi [TISA ndr.]; sottolinea che tutti i futuri accordi sul commercio e gli investimenti dovrebbero includere clausole sull’accesso libero all’acqua potabile per la popolazione del paese terzo cui l’accordo si riferisce, in linea con l’impegno di lungo periodo dell’Unione per lo sviluppo sostenibile e i diritti umani, e che un reale accesso all’acqua potabile per la popolazione del paese terzo cui si riferisce l’accordo deve essere condizione preliminare per eventuali futuri accordi di libero scambio… Se tutti gli emendamenti che puntavano a gestire l’acqua secondo le leggi del libero mercato sono stati rifiutati, è pur vero che è sparito il paragrafo della relazione che spingeva l’Unione europea a sviluppare partenariati pubblico-pubblico nell’ambito della cooperazione...
read moreUndisciplined Activism – il workshop a cura del CDCA nella Conferenza Entitle
(Stoccolma, 20-23 Marzo 2016) Call for contributions L’idea di questo workshop, che si terrà a marzo a Stoccolma, durante la conferenza della Rete Europea di Ecologia Politica Entitle, ha origine dall’insoddisfazione prodotta dai due modi di interpretare l’attivismo ambientale. Da un lato, c’è la tendenza a percepire l’ambiente come una questione separata, non strettamente legata alle problematiche sociali e politiche, e viceversa. La separazione tra politiche sociali ed ambientali, in altre parole, è spesso riflessa in una simile separazione tra altri temi di attivismo sociale e attivismo ambientale. Questa separazione tra questioni sociali e ambientali è imbrigliata nelle convenzioni sociali rispetto a ciò che l’ambientalismo dovrebbe, ciò che Martinez Alier chiama “il culto della landa selvaggia” o “il vangelo dell’eco-efficienza”. In questa prospettiva , l’ambientalismo dovrebbe mirare alla conservazione della fauna selvatica e delle risorse naturali , senza mettere in discussione il sistema economico e il sistema di valori sociali . Una visione alternativa è quella proveniente dai movimenti per la Giustizia ambientale , che leggono l’ambiente come il luogo della dimora umana , fonte necessaria per il sostentamento. Ciò implica che i campi sociale, politico e ambientale siano fondamentalmente co – costitutivi. D’altra parte, troviamo che l’accento sui movimenti sociali oscura alcuni tipi di attivismo ambientale che potrebbe essere definito come ‘istituzionale’ – che ha condotto a istituzioni esistenti, con l’obiettivo di trasformarli radicalmente dal di dentro. Un esempio è quello del movimento anti-psichiatrico che ha avuto luogo in Italia nel corso del 1970, che ha rivoluzionato la pratica di assistenza sanitaria mentale e le politiche a partire dalla centralità del (vivente) ambiente. Questo è stato un tipo di attivismo che ruotava intorno studenti e professionisti all’interno delle istituzioni di salute mentale. Quali possibilità vediamo oggi per l’ambiente ‘attivismo istituzionale’? Che spazio può trovare all’interno di istituzioni locali, nazionali o globali? come possiamo sfidare le distinzioni spesso fatte implicitamente tra le diverse sfere della identità individuale (cittadino, lavoratore, militante, attivista, artista, blogger, ricercatore, intellettuale …) ei diversi spazi in cui si svolge l’attivismo (movimenti, luoghi di lavoro, ONG, enti pubblici, ecc)? Quali condizioni permettono la cooperazione e la permeabilità tra questi spazi? Come si conflitto con l’altro? Con quali conseguenze? Che cosa significa per noi di integrare attivismo ambientale nelle nostre pratiche quotidiane? Vogliamo quindi per discutere della necessità, e della possibilità, per la promozione di un attivismo intersettoriale. Perciò, promuoviamo e invitiamo a una discussione su come l’attivismo ambientale può e deve riguardare diverse forme di attivismo, su questioni come la sanità pubblica, la pace, la solidarietà, il lavoro, la migrazione, il disagio mentale, l’emergenza abitativa, il razzismo e il sessismo – e viceversa, di come possono i movimenti per la giustizia sociale beneficiare dell’incorporazione, nelle proprie prospettive, di un punto di vista ambientale. Come questa integrazione può cambiare il modo di inquadrare diverse problematiche e le pratiche degli attivisti? Come fare a promuoverla attivamente? Il workshop si svolgerà nel corso della conferenza internazionale : Ambienti indisciplinati (Stoccolma , 20-23 marzo 2016) La Conferenza è organizzata dalla rete europea di ecologia politica ENTITLE. Fondi limitati sono disponibili per le sovvenzioni di viaggio. Modalità per la presentazione di contributi: Se siete interessati a condividere la tua esperienza personale o riflessioni sulle domande di cui sopra , si prega di inviare un abstract di massimo 500 parole e un breve profilo bio ( 100 parole ) , entro...
read moreI Caraibi velenosi della Toscana
[di Andrè Marucci su thepostinternazionale.it] Le bellissime spiagge toscane di Rosignano Solvay nascondono un livello di inquinamento ambientale molto alto, provocato dagli scarichi di una fabbrica locale. Le spiagge di Rosignano Solvay, in Toscana, ricordano quelle tipiche della regione caraibica, a numerose ore di volo dall’Italia. Dietro i granelli di sabbia bianchi e l’acqua cristallina, tuttavia, si nasconde un altissimo livello di inquinamento ambientale. Secondo un rapporto pubblicato nel 1999 dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, il sito sarebbe tra i 15 tratti costieri più inquinati del Mediterraneo. Rosignano Solvay è un paese nato nei primi anni del Novecento in seguito agli investimenti dell’imprenditore belga Ernest Solvay, che decise di costruirvi uno stabilimento per la fabbricazione della soda caustica. A metà degli anni Sessanta la fabbrica cominciò a inquinare notevolmente il tratto costiero situato a sud del paese. Paradossalmente, è proprio l’inquinamento ad aver dato origine alle famose spiagge bianche di Rosignano: il colore della sabbia è infatti dovuto agli scarti chimici che lo stabilimento riversa costantemente in mare, attraverso un canale di scolo chiamato “fosso bianco”. Il 90 per cento degli scarti della fabbrica di soda caustica è composto da calcare e il restante 10 per cento da cloruro di calcio. Secondo la Onlus Medicina Democratica di Livorno, dal 1939 a oggi sono state versate anche 600 tonnellate di mercurio davanti allo stabilimento di Rosignano. A causa degli interessi economici che ruotano intorno allo stabilimento, tuttavia, le attività della fabbrica continuano senza gli adeguati controlli di sicurezza relativi all’impatto delle sostanze scaricate nell’ambiente esterno. Sono gli stessi cittadini di Rosignano Solvay a difendere l’operato della fabbrica e a minimizzare l’impatto negativo dell’inquinamento sulle spiagge. Sebbene il numero dei lavoratori dal 1965 a oggi si sia abbassato di quasi 4.000 unità, lo stabilimento è ancora l’unica fonte di reddito per molte famiglie. I dati di Medicina Democratica di Livorno, forniti a The Post Internazionale, segnalano al contrario un impatto negativo sulla salute dei cittadini nell’area Livorno-Collesalvetti. Tra il 2008 e il 2010 la zona ha registrato un tasso di mortalità superiore alla media regionale relativa allo stesso periodo, aumentando del 2,2 per cento per gli uomini e dell’8,3 per cento per le donne, con uno scarto pari a 66 persone di sesso maschile e 286 di sesso femminile che hanno perso la vita. Inoltre, i dati sulla frequenza di tumori e sulla mortalità prematura (sotto i 65 anni) sono entrambi al di sopra della media regionale di diversi punti percentuali. L’esposizione a determinati inquinanti, come mercurio, arsenico, amianto e polveri sottili, aumenta sensibilmente il rischio di morte per malattie al sistema nervoso, malattie del cuore, malattia di Alzheimer e patologie renali. “Tremila morti, nessun colpevole” titolava il quotidiano italiano La Repubblica il 20 novembre 2014, il giorno dopo la sentenza della Cassazione per il processo Eternit di Casale, quando i reati commessi da Stephan Schmidheiny – il magnate che non si curò degli effetti dell’amianto sui cittadini del Monferrato – erano caduti in prescrizione; i dati di Medicina Democratica di Livorno suggeriscono che Rosignano ha tutte le carte in regola per diventare il nuovo scandalo ambientale del Bel Paese. Pubblicato il 31 agosto 2015 su thepostinternazionale.it...
read moreAcqua “privata” in Africa: la lotta della Nigeria contro la Banca Mondiale
[su ilcambiamento.it] Il nuovo colonialismo in Africa non sta solo derubando il continente delle terre, si sta anche impadronendo delle risorse primarie, tra cui l’acqua. I fondi della Banca Mondiale sono legati a doppio filo alle privatizzazioni e molti governi ormai, corrotti o con il cappio al collo, condannano le popolazioni a una nuova schiavitù. Non bastavano il Mali, il Sud Africa (6 Corporation hanno contratti), il Ghana (dove dopo la privatizzazione il costo dell’acqua è aumentato del 95% e un terzo della popolazione non ha accesso ad acqua pulita), la Namibia. Ora la Banca Mondiale preme sulla Nigeria per permettere a una partnership pubblico-privata di mantenere e ampliare la gestione dell’erogazione dell’acqua aumentandone i costi. Ma la popolazione si sta opponendo con tutte le sue forze. La capitale Lagos, che conta 21 milioni di abitanti, è il “boccone” che le Corporations si sono servite in tavola e bramano il resto della preda. «Da decenni la Banca Mondiale sta facendo di tutto per impedire lo sviluppo di un sistema pubblico di gestione – spiega Akinbode Oluwafemi, responsabile per i diritti ambientali di Friends of the Earth Nigeria – tanto che oggi nove persone su dieci non hanno accesso ad acqua potabile. Sappiamo bene quali interessi si nascondono dietro la trasformazione dell’acqua in un bene di mercato. Nel mio villaggio ho realizzato una pompa che permette ai vicini di avere libero accesso a questa preziosa risorsa e per questo ho ricevuto minacce dalle società che invece l’acqua la vogliono vendere a peso d’oro, poiché stavo mettendo a rischio i loro profitti. Ma non farò retromarcia. La Banca Mondiale ora sta tentando di convincere le comunità anche al di fuori della capitale che la privatizzazione dell’acqua è la risposta ai problemi della gente, se ne infischia dei processi democratici. Abbiamo ospitato a Lagos in questi giorni attivisti ed esperti per il Lagos Water Summit, co-promosso insieme a Corporate Accountability International. Ma abbiamo bisogno di far sentire la nostra voce anche oltre confine, anche nel resto del mondo. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti, per questo chiediamo ad ogni cittadini in ogni nazione di scrivere alla Banca Mondiale sollecitando lo stop al processo di privatizzazione (qui trovate la lettera da mandare e le istruzioni). Il nostro movimento vuole crescere nei prossimo mesi, ma abbiamo bisogno che il nostro problema diventi il problema di tutti». E Akinbode Oluwafemi sa bene come sia in corso non solo in Africa (con effetti assolutamente devastanti), ma anche negli altri paesi del mondo il processo di privatizzazione dell’acqua. In Italia la situazione non è affatto migliore. «C’è un preciso piano attraverso il quale il Governo intende rilanciare con forza il processo di privatizzazione e finanziarizzazione dei beni comuni ma ciò avviene in maniera molto più subdola degli anni passati – ha spiegato Paolo Carsetti, del Forum italiano dei Movimenti per l’acqua – Tutti i provvedimenti elencati non esplicitano un attacco diretto all’acqua o ai servizi pubblici locali come fatto nel 2009 dal governo Berlusconi, l’attacco è strisciante, non si pronuncia la parola privatizzazione perchè è un tema su cui si è già registrato una sconfitta epocale ma la sostanza è la stessa. Il governo si muove dietro la propaganda che prova a descrivere uno scenario come quello della necessità di riduzione della spesa pubblica anche attraverso la razionalizzazione delle cosiddette partecipate o...
read moreCinque multinazionali controllano il mercato dei semi di tutta Europa
[su dolcevitaonline.it] Il gruppo parlamentare europeo Greens European Free Alliance ha presentato alla Commissione Europea un rapporto sul mercato della varietà di sementi in Europa (pdf completo al link in basso) e ha lanciato un appello: il 95% di semi è controllato da sole cinque multinazionali (Pioneer, Syngenta, Monsanto, Limagrain e Kws), è necessario cambiare le regole con urgenza per scongiurare il rischio della perdita totale della biodiversità. Cinque aziende, presenti anche sul mercato agrochimico, detengono il controllo della quasi totalità delle sementi sul mercato europeo, come anche la Fao conferma, questo sistema sta causando l’uniformazione delle varietà, aggravando la perdita già calcolata del 75% dell’agro-biodiversità e incidendo negativamente sulla sicurezza alimentare, sul lavoro degli agricoltori e sui prezzi dei prodotti sementieri, aumentati del 30% tra il 2000 e il 2008. Approfondisci : “Concentration of market power in the EU seed market” Pubblicato il 28 agosto 2015 su dolcevitaonline.it...
read moreMaltempo, i cambiamenti climatici e le «priorità» del governo
[su greenreport.it] In caso di pioggia, oltre a munirsi di ombrello conviene ormai avere sempre sott’occhio gli aggiornamenti per allerta meteo diffusi dalla Protezione civile. Il maltempo si trasforma sempre più in occasione di cronaca, con eventi meteo un tempo eccezionali oggi resi assai più frequenti dai cambiamenti climatici, e in grado di mettere ko le capacità di resilienza del territorio. È quanto sta (di nuovo) accadendo in queste ore nell’Italia del nord, con la Toscana ancora una volta tra le regioni maggiormente colpite. Nelle stesse ore il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, intervenendo dal meeting di Comunione e liberazione testimonia a favore dell’impegno governativo contro il dissesto idrogeologico. «Abbiamo incominciato un lavoro che durerà anni, e non vorrei che questo attivasse nella gente aspettative che abbiamo risolto il problema. Il problema resta, ma per la prima volta il governo ha posto come priorità la lotta al dissesto idrogeologico. Tra un po’ di anni potremo avere un Paese più sicuro. Ci vorrà molto, molto tempo per risolvere il problema del dissesto idrogeologico in Italia. Ma rispetto all’anno scorso – riporta Galletti nelle parole raccolte dall’Ansa – abbiamo fatto molti passi in avanti: abbiamo semplificato il sistema, il che ci ha permesso di aprire oltre 700 cantieri per oltre un miliardo di euro che erano già disponibili. Abbiamo presentato il primo stralcio del piano nazionale per un miliardo e 300 milioni di cui già 750 già disponibili. Questi cantieri potranno essere aperti entro l’inizio del prossimo anno». Riassumendo, al momento sono 750 milioni di euro quelli stanziati dal nuovo governo, e in tutto la programmazione di risorse contro il dissesto idrogeologico arriverà a circa 2,3 miliardi di euro. Su più anni. È pur sempre un inizio, e questo va riconosciuto, ma si tratta di una frazione infinitesima degli stanziamenti ritenuti necessari: gli interventi più urgenti, secondo le stime dello stesso ministero dell’Ambiente, ammontano a 40 miliardi di euro. Lo stesso importo promesso dal governo alle imprese per gli sgravi contributivi), mentre al territorio rimangono le briciole. Dunque il problema risiede nelle «priorità» del governo, piuttosto che nell’individuazione delle risorse monetarie. Anche perché in tali «priorità», prima ancora che la lotta al dissesto idrogeologico, spiccano le trivellazioni petrolifere incoraggiate dallo Sblocca Italia, con il loro carico di gas climalteranti e nessun vantaggio spendibile per la competitività economica. Da una parte si difende debolmente il territorio dall’impatto di eventi meteo estremi (che sono destinati ad aumentare,insieme alle temperature medie), dall’altra si spinge l’acceleratore sui cambiamenti climatici che ne sono concausa. Quali che siano le priorità del governo, sarebbe utile fossero anzitutto coerenti con sé stesse. Pubblicato il 24 agosto 2015 su...
read more[:en]Global warming contributed to Syria’s 2011 uprising, scientists claim[:]
[:en][by Ian Sample on theguardian.com] US study claims regime’s unsustainable agricultural policies meant drought led to collapse of farming in north-eastern region and triggered mass migration to cities and added to feelings of discontent. The prolonged and devastating drought that sparked the mass migration of rural workers into Syrian cities before the 2011 uprising was probably made worse by greenhouse gas emissions, US scientists say. The study is one of the first to implicate global warming from human activities as one of the factors that played into the Syrian conflict which is estimated to have claimed more than 190,000 lives. The severity of the 2006 to 2010 drought, and more importantly the failure of Bashar al-Assad’s regime to prepare, or respond to it effectively, exacerbated other tensions, from unemployment to corruption and inequality, which erupted in the wake of the Arab spring revolutions, the scientists say. “We’re not arguing that the drought, or even human-induced climate change, caused the uprising,” said Colin Kelley at the University of California in Santa Barbara. “What we are saying is that the long term trend, of less rainfall and warmer temperatures in the region, was a contributing factor, because it made the drought so much more severe.” From 2006, the Fertile Crescent, where farming was born 12,000 years ago, faced the worst three year drought in the instrumental record. Unsustainable agricultural policies meant that the drought led to the broad collapse of farming in northeastern Syria. Their livelihoods gone, an estimated one to 1.5 million people surged into the cities. The arrival of so many rural families came on the heels of a million Iraqi refugees who arrived after 2006, causing what Kelley refers to as a “huge population shock” in Syria’s most affected urban centres. Many of the displaced settled on the edges of cities, where already tough living conditions were made more challenging by poor access to water and electricity. Writing in the journal, Proceedings of the National Academy of Sciences, Kelley describes how the unsustainable farming practices in Syria led to a massive depletion of groundwater which was crucial for irrigating land beyond the reaches of the rivers. But the dwindling groundwater was accompanied by a long term decline in rainfall in the region that affected farms watered from rivers. According to records Kelley studied, the Fertile Crescent, including Syria, witnessed a 13% drop in its winter rainfall since 1931. Another trend saw summer temperatures rising, which dried out much of the remaining moisture in the soils. To explore the causes of the drought, the US scientists turned to climate change models. They found that the models predicted the drier and warmer trend for Syria, but only when they included human greenhouse gas emissions. The trend made such a severe drought in Syria more than twice as likely, they report. “There’s a strong argument to be made that the long term trend contributed to this drought and was the reason it was the most severe drought they have ever had,” Kelley said. The theory has not convinced everyone though. Francesca de Châtel at Radboud University in Nijmegen, the Netherlands, points out that rural communities had been left disenfranchised and disaffected from 50 years of policies that exploited and mismanaged Syrian resources. ...
read moreTTIP: 10 cose da sapere sul trattato che ci priverà di ogni controllo democratico
[su dolcevitaonline.it] La globalizzazione si nutre, anche e soprattutto, di trattati internazionali che progressivamente minano le sovranità nazionali degli stati. In nome della libera concorrenza e della libera circolazione delle merci da oltre vent’anni intercorrono tra Europa e Usa progressive deregolamentazioni sul fronte dell’import/export e della concorrenza. Il Ttip non è altro che l’ultimo tassello che mira a cancellare quel poco che rimane della possibilità per uno stato di pianificare il proprio sviluppo e soprattutto a cancellare la possibilità di un controllo democratico sull’economia, la salute e i servizi pubblici. In questi dieci punti cerchiamo di spiegare i contorni di un trattato ancora molto fumoso, sia perché le trattative su molti punti chiave sono ancora in corso, sia perché, come vedrete, si sta facendo di tutto per non permettere ai cittadini (ed anche ai loro rappresentanti politici) di entrare a conoscenza dei dettagli dell’accordo. 1.COS’E IL TTIP Il Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) sarà il nuvo accordo di libero scambio che regolamenterà i commerci tra Europa e Usa. Per dare un’idea della sua importanza, ed anche della complessità, basti sapere che la sua progettazione cominciò nel 1995, quando venne fondato il Transatlantic Business Dialogue (Tabd), poi evolutosi nel Transatlantic Business Council (Tabc). Il Tabc è un gruppo di consulenza del quale Europa e Usa si avvalgono quando devono negoziare accordi commerciali, ed è formato da oltre 70 multinazionali(per l’Italia Eni e Telecom) le quali da anni chiedono che venga approvato il Ttip. La negoziazione ufficiale del Ttip è cominciata nell’autunno 2013 e la sua entrata in vigore era inizialmente prevista nel 2015, ma al momento siamo ancora alla fase negoziale (a metà luglio si è tenuto il decimo round di consultazioni, come sempre a porte chiuse) ed una volta raggiunto l’accordo definitivo esso dovrà essere ratificato dal Parlamento europeo e da quello statunitense. Quindi ci vorrà ancora almeno un anno. 2.COSA PREVEDE IL TTIP Per mesi ogni dettaglio è stato avvolto dalla segretezza. Ancora oggi siamo lontani dal conoscerne tutti i dettagli, quello che si può affermare, però, è che in linea di massima il Ttip ha tre macro obiettivi: l’apertura totale di ogni stato membro al mercato delle merci, dei servizi, degli investimenti e degli appalti pubblici con l’eliminazione di ogni dazio doganale; l’abolizione degli ostacoli non tariffari tra Ue e Usa (legati a quantità, standard di qualità, regolamenti e così via); una profonda armonizzazione normativa, che punti ad omologare le diverse norme su sicurezza, alimentazione, ambiente e molto altro. Si tratterebbe sostanzialmente di una spoliazione di ogni diritto da parte degli stati membri a proteggere il proprio sistema produttivo ed a limitare le importazioni di merci che non soddisfino i propri requisiti minimi anche su aspetti come salute, rispetto ambientale e sicurezza per i cittadini. 3.QUELLO CHE INVECE NON CI VIENE RACCONTATO La questione della segretezza è stata e continua a essere uno dei maggiori punti di opposizione al trattato, denunciato da molte e diverse organizzazioni sia negli Stati Uniti che nei paesi dell’Unione Europea (come la campagna internazionale Stop Ttip). Per mesi le uniche notizie che abbiamo avuto sono provenute dai “leaks” (messaggi riservati intercettati da giornalisti e associazioni) pubblicati su alcuni giornali. Successivamente le istituzioni europee hanno allentato la morsa ed hanno diffuso alcune notizie sul sito dell’Unione. Tuttavia ogni round negoziale rimane privato, ed anche ai parlamentari europei e ai governi degli stati membri è fortemente limitato...
read more[:en]Failure to act on climate change means an even bigger refugee crisis[:]
[:en][by Craig Bennett on theguardian.com] Global warming does not cause the conflicts that have caused mass movement of people, but it would be wrong to say it does not contribute. As I looked in on my own children sleeping safely last Thursday night before I went to bed, I did so with added poignancy as I reflected that this was something Abdullah Kurdi was not able to do. I’m sure millions of parents of young children right across Europe have felt similar emotions these last few days. We’re all human, and so it’s perhaps not surprising that it takes a single photograph and an individual’s story to shake a society, all too belatedly, into glimpsing at one horrific aspect of Europe’s refugee crisis and demanding action. But if we really want to reduce the future suffering of millions of refugees, and politicians want to avoid more shameful paralysis in the years ahead, we also need to look at the bigger picture. Armed conflict will always be a risk in a world with oppressive dictators, terrorist groups, ideological extremism, the militarisation of sensitive regions by world powers, and an arms trade on the constant look out for new business. All of these factors, and more, are behind the appalling conflict in Syria, and the reason Europe is now struggling to cope with tens of thousands of refugees. But it would seem that one of the key triggers for the 2011 Syrian uprising was the 2006 to 2010 drought, the most severe on record in this fertile region, itself probably caused or exacerbated by climate change. As the abstract of an academic paper published this March in the Proceedings of the National Academy of Sciences puts it: “There is evidence that the 2007?2010 drought contributed to the conflict in Syria. It was the worst drought in the instrumental record, causing widespread crop failure and a mass migration of farming families to urban centres. “Century-long observed trends … strongly suggest that anthropogenic forcing has increased the probability of severe and persistent droughts in this region. We conclude that human influences on the climate system are implicated in the current Syrian conflict”. Scientists have similarly suggested that climate change may have played a role in the drought in north Africa that fuelled food price rises ahead of the Arab Spring, while back in 2007, a UN report concluded that climate change and environmental degradation was a key trigger in the conflict in Darfur a few years earlier. To be clear; there will always be a multitude of drivers behind of social unrest and armed conflict. It would be wrong to say climate change “caused” these conflicts, but equally the evidence suggests it would be wrong to say it didn’t play a contributing role. And, if this is what is possible when average global temperatures have risen less than 1C, then goodness help future generations if/when it reaches 2C, 4C or even 6C. In these circumstances, mass migration will be occurring in many regions of the world, with or without armed conflict. In 2014, the World Bank reported that climate change is going to lead to far more heat-waves and drought, particularly in the Middle East and North Africa, exacerbating crop failure, food and water shortages, conflict and dislocation of people. Right now,...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.