CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

La soia Ogm accumula formaldeide. Duro colpo agli Ogm?

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La soia Ogm accumula formaldeide. Duro colpo agli Ogm?

[su greenreport.itl Il nuovo studio “Do GMOs Accumulate Formaldehyde and Disrupt Molecular Systems Equilibria? Systems Biology May Provide Answers”, pubblicato su Agricultural Sciences V. A. Shiva Ayyadurai, Prabhakar Deonikar, del Systems Biology Group dell’International Center for Integrative Systems Usa, parte dalla constatazione che «La valutazione della sicurezza degli organismi geneticamente modificati (OGM) è un argomento controverso. I fautori degli OGM affermano che gli OGM sono sicuri in quanto la politica di equivalenza sostanziale della FDA considera gli OGM “equivalenti” ai loro simili non-OGM, e sostengono che la modificazione genetica (OGM) è semplicemente un’estensione di un processo “naturale” della riproduzione vegetale, un forma di “modificazione genetica”, anche se fatto su scale temporali più lunghe. Gli attivisti anti-OGM ribattono che gli OGM non sono sicuri in quanto l’equivalenza sostanziale non è scientifica ed è superata dal momento che ha avuto origine negli anni ‘70 per valutare la sicurezza dei dispositivi medici, che non sono paragonabili alla complessità dei sistemi biologici». Secondo i ricercatori «Al centro e del dibattito sembra esserci la metodologia utilizzata per determinare i criteri per la substantial equivalence. La biologia dei sistemi, che mira a comprendere la complessità di tutto l’organismo come un sistema, piuttosto che a studiare le sue parti in modo riduttivo, può fornire un quadro di riferimento per stabilire criteri adeguati, in quanto riconosce che una GM, piccola o grande, può influire sulle proprietà emergenti di tutto il sistema». I ricercatori hanno analizzato 6.497 esperimenti realizzati da 184 istituzioni scientifiche di 23 Paesi riguardanti la soia OGM ed hanno scoperto che «I risultati prevedono un significativo accumulo di formaldeide e il concomitante esaurimento di glutatione nell’OGM, suggerendo come un “piccolo” e singolo GM crea “grandi” e sistemiche perturbazioni agli equilibri dei sistemi molecolari equilibri». Il glutatione è un antiossidante necessario per la disintossicazione cellulare.   Questi risultati potrebbero cambiare profondamente la percezione degli OGM e mettere in discussione la substantial equivalence della Food and Drug Administration (FDA) Usa, che ignora i meccanismi chimici che agiscono in profondità nelle piante geneticamente modificate. La Shiva Ayyadurai ha sottolineato: «E’ incredibile che tuttavia non esistano norme (FDA) per i test. La sicurezza della somministrazione di alimenti richiede che la scienza sviluppi degli standard scientifici moderni per l’approvazione degli OGM».   Ray Seidler, dell’Environmental protection agency (EPA), è preoccupato: «La formaldeide è conosciuta come cancerogeno di classe 1. La sua elevata presenza nella soia causata nell’ingegneria genetica comune è allarmante e merita attenzione immediata e l’azione della FDA e dell’Amministrazione Obama. La soia si coltiva e si consuma ampiamente negli Usa, compreso negli alimenti per l’infanzia. Un 94% della soia coltivata qui è geneticamente modificata». Pubblicato il 21/07/2015 su...

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Così la camorra ha creato l’ecomafia

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Così la camorra ha creato l’ecomafia

[di Dario Del Porto, Luca Ferrari e nello Trocchia su repubblica.it] Alla sbarra a Napoli Cipriano Chianese, considerato “l’inventore del sistema rifiuti”. I pentiti lo descrivono come un uomo potentissimo e temuto. Ma l’imprenditore nega e tra mille reticenze ricorda solo i rapporti con i politici, l’Arma dei Carabinieri, i ministri dell’Ambiente. Parole pronunciate in un’aula di tribunale semideserta dove si tenta di ricostruire come è stato possibile compiere il disastro ambientale fruttato ai clan milioni di euro e che seminerà morte fino alla fine del secolo. Un genere di crimine, avverte il pubblico ministero Alessandro Milita, che le nuove norme sugli ecoreati rischiano di lasciare impuniti Processo fra indifferenza e silenzi di LUCA FERRARI e NELLO TROCCHIA NAPOLI – Il più importante processo contro le ecomafie in Campania si celebra in un’aula vuota. Non ci sono associazioni, pochi giornalisti, zero televisioni, e quando vengono chiamati gli avvocati delle parti civili, tranne rare eccezioni, sono assenti. Eppure per la prima volta, tocca proprio al principale imputato rispondere alle domande del pubblico ministero della direzione distrettuale antimafia di Napoli Alessandro Milita. Alla sbarra c’è Cipriano Chianese, avvocato, imprenditore, candidato alla Camera senza successo nel 1994 per Forza Italia. Il processo si celebra nell’aula 116 davanti alla V Sezione della Corte di Assise del Tribunale di Napoli. Chianese risponde di associazione mafiosa, disastro ambientale, estorsione, avvelenamento delle acque. La Procura lo considera “l’inventore e ideatore dell’Ecomafia in Campania”. Insieme al vertice del clan dei Casalesi, in particolare Francesco Bidognetti, conosciuto come Cicciotto ‘e mezzanotte, ha imbastito il grande affare del pattume tossico. Con loro Gaetano Cerci, in aula dietro le sbarre, imparentato con Bidognetti e legato con la massoneria di Licio Gelli. Al termine di un’udienza, Chianese si avvicina a Cerci e sussurra, intercettato dai microfoni di ReInchieste: “Quando vi deciderete a parlare sarà forse troppo tardi”. Ecomafia, alla sbarra Chianese il broker che inventò il business dei rifiuti (Guarda il video) Chianese è un uomo potentissimo, capace di cenare con ministri, interloquire con generali delle forze dell’ordine, favorire trasferimenti di agenti dei servizi, finanziare, grazie alla sua enorme disponibilità economica, perfino l’Arma dei Carabinieri. Lo racconta a processo tra gli sguardi sorpresi dei giudici popolari. Lo Stato si presentava nell’ufficio dell’avvocato con il cappello in mano: “Ogni tanto ho dato soldi in occasioni di feste dei Carabinieri, l’ultima volta 25mila euro. Qualche volta regalavo frigoriferi e televisori. Mi chiedevano anche di poter entrare nel mio studio per scrivere un verbale con la mia macchina da scrivere”. L’interrogatorio di Chianese si aggroviglia nelle dispute sulle autorizzazioni e l’organizzazione della sua creatura, la discarica Resit di Giugliano. Alla Resit erano indirizzati camion dei veleni e pattumi provenienti dalle aziende del nord. Una perizia consegnata alla Procura di Napoli, nel 2010, ha ipotizzato che nel 2064 ci sarà il picco della degenerazione delle sostanze inquinanti e in particolare del percolato prodotto dalle 341mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi (a cominciare dai fanghi dell’Acna di Cengio). A questi vanno aggiunte poi le 500 tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi e le 305mila tonnellate di rifiuti solidi urbani che raggiungeranno le falde più profonde avvelenando irreversibilmente centinaia di ettari di terreno. Chianese si rende conto delle accuse che gli vengono mosse? “Non posso parlare con voi, comunque sono tranquillo, non serafico, il serafico ha qualcosa...

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L’Arabia Saudita sta perdendo la guerra del petrolio

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L’Arabia Saudita sta perdendo la guerra del petrolio

[di Gwynne Dyer su internazionale.it]Nessuno a parte Dio può stabilire il prezzo del petrolio, ha dichiarato a maggio il ministro saudita del petrolio, Ali al Naimi. Ma persone meno religiose ritengono che l’Arabia Saudita abbia cercato con tutti i mezzi di farlo, spingendo il prezzo verso il basso. E sembra esserci riuscita, poiché la scorsa settimana il prezzo del petrolio era sceso intorno ai quaranta dollari al barile, dopo essere arrivato sopra ai cento dollari lo scorso maggio. Ma Riyadh non sta ottenendo i risultati sperati.   L’Arabia Saudita, come tutti i produttori di petrolio, è felice quando il prezzo del suo greggio è alto, ma essendo un paese molto ricco e con grandi riserve pensa a lungo termine. Osservando che la produzione statunitense è quasi raddoppiata negli ultimi sette anni, soprattutto grazie alla rapida crescita della fratturazione idraulica (fracking), i sauditi hanno capito che rischiavano di perdere il loro ruolo di “produttore chiave” in grado di alzare o abbassare il prezzo del petrolio semplicemente tagliando o aumentando la propria produzione.   L’unico modo in cui l’Arabia Saudita può mantenere tale ruolo è mettere fuori mercato i “fratturatori” statunitensi. I costi di produzione sono segreti nel mondo del petrolio, ma i sauditi ritengono che l’iniezione ad alta pressione di acqua, sabbia e agenti chimici all’interno della roccia di scisto renda la fratturazione idraulica molto cara. La strategia saudita è mantenere ad alti livelli la propria produzione in modo da abbassare i prezzi del petrolio La strategia saudita è quindi mantenere ad alti livelli la propria produzione in modo da abbassare i prezzi del petrolio. Se il prezzo rimane basso abbastanza a lungo, i produttori ad alto costo, come quelli che utilizzano il fracking, dovranno cessare l’attività. In seguito, una volta che la concorrenza sarà stata eliminata, l’Arabia Saudita potrà nuovamente alzare i prezzi tagliando la propria produzione e le vacche grasse torneranno.   Naturalmente però nel frattempo il reddito dell’Arabia Saudita cala, poiché le entrate petrolifere rappresentano il 90 per cento del suo bilancio nazionale. Può sopravvivere grazie ai risparmi per un po’, ma ha bisogno che la sua strategia si riveli vincente abbastanza presto. Sarebbe poco saggio, dal punto di vista politico, tagliare le generose spese pubbliche che fanno felice la popolazione saudita, visto che il paese è anche impegnato in una costosa guerra in Yemen. I mancati introiti sono stati perlopiù compensati da prelievi effettuati dalle enormi riserve estere del paese le quali, che un anno fa valevano settecento miliardi di dollari e da allora sono calate di 65 miliardi.   I sauditi non vogliono attingere troppo a tali riserve, senza le quali non potrebbero permettersi il loro ruolo di “produttore chiave” e perderebbero buona parte della loro influenza diplomatica. Per questo motivo la scorsa settimana, per la prima volta in otto anni, l’Arabia Saudita ha cominciato a vendere buoni del tesoro, con l’obiettivo di raccogliere 27 miliardi di dollari entro la fine dell’anno. La tensione comincia a essere evidente. I segni di questa guerra di logoramento cominciano a farsi vedere anche negli Stati Uniti, dove vari produttori di petrolio di scisto hanno cancellato o rimandato nuovi progetti di perforazione. Ma i produttori statunitensi si sono rafforzati formando società più grandi e aumentando l’efficienza dei loro processi produttivi, tanto che la produzione petrolifera degli Stati Uniti sta...

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Conflitti ambientali in Sardegna nell’Atlante italiano

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Conflitti ambientali in Sardegna nell’Atlante italiano

I conflitti ambientali sardi mappati dal CDCA entrano a far parte dell’Atlante Italiano dei conflitti ambientali Allarme Trivelle sul web [Di Cr.Co. da “L’Unione Sarda”] Trivelle, servitù militari, impianti fotovoltaici, pale eoliche, vecchie industrie inquinanti e bonifiche sempre soltanto sulla carta. «Vertenze ambientali emblematiche», le hanno battezzate, e raccolte in una grande piattaforma web costruita da ricercatori, giornalisti, attivisti e comitati territoriali. C’è anche la Sardegna, con sei dossier (per ora) in questa enorme mappa che abbraccia l’Italia e l’intero pianeta, e rientra in un progetto di ricerca finanziato dalla Commissione europea che ha coinvolto per 5 anni oltre 20 partner internazionali tra università e centri studi indipendenti e ha catalogato 1400 casi di conflitto nel mondo. Dal progetto Eleonora della Saras alla chimica verde di Porto Torres, dal polo di Portovesme alla Carbosulcis, dall’area archeologica di Tuvixeddu al poligono di Quirra, e poi le emergenze delle altre regioni, da Taranto a Brescia, dalla Terra dei fuochi alla Val di Susa. Dove spesso latitano le istituzioni, ecco l’impegno di associazioni e gruppi di cittadini a protestare e lottare contro il degrado, lo sfruttamento e la corsa speculativa alla terra. Nasce così l’Atlante italiano dei conflitti ambientali, una raccolta dettagliatissima e documentata di storie di tentativi più o meno riusciti di devastazione e di esperienze di difesa portate avanti dai movimenti. «Una Regione che non ha nel proprio storico il controllo delle attività nel sottosuolo non è certo la massima garanzia», sottolinea Paolo Piras, del Comitato No Eleonora, autore della scheda, insieme con Giulia Bagni del Centro di documentazione conflitti ambientali, che ripercorre le tappe di una delle più importanti battaglie condotte negli ultimi anni nell’Isola. C’è tutto, il disegno e gli obiettivi della Saras e le tesi contrarie. E lo stesso per quanto riguarda Matrica e la chimica verde di riconversione dell’ex polo petrolchimico a Porto Torres; le emissioni, gli scarichi e le discariche di rifiuti del Sulcis, la grande battaglia sull’area archeologica cagliaritana di Tuvixeddu. Questo, sottolineano gli autori, è appena l’inizio, il mega archivio – cresce giorno dopo giorno. L’obiettivo principale è quello esposto anche dal Coordinamento Sardo Non Bruciamoci il Futuro e dai Comitati Sardi InRete nella richiesta di moratoria fatta al presidente Pigliaru per fermare tutti i progetti di possibile land grabbing in corso, per rivendicare «il diritto dei cittadini all’accesso alle informazioni e alla partecipazione ai processi decisionali che coinvolgono ambiente, salute, lavoro e benessere sociale». Pubblicato il 31 agosto...

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Eni: la scoperta del giacimento in Egitto ci ricorda un’altra storia

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Eni: la scoperta del giacimento in Egitto ci ricorda un’altra storia

[di Maria Rita D’Orsogna su ilfattoquotidiano.it]L’ENI ha appena annunciato la scoperta di uno dei più grandi giacimenti al mondo di gas naturale. Si chiama Zohr e si trova al largo dell’Egitto. Giace a circa 1,500 metri di profondità per un area di circa 100 chilometri quadrati. La notizia è comparsa sui giornali di mezzo mondo. Le stime sono di circa 850 miliardi di metri cubi, l’equivalente di circa dodici anni di fabbisogno nazionale italiano.   Tutti esultano. L’amministratore delegato Claudio Descalzi: “Scoperta storica, trasforma lo scenario energetico”. Il primo ministro Matteo Renzi: “Risultato straordinario”. E va bene. Sapranno gli egiziani se vogliono le trivelle nei loro mari o no. Mi sovviene però quest’altra storia, sempre in Egitto, sempre con l’ENI fra i protagonisti, sempre di gas. Risale al 2004. La stampa italiana ne parlò poco a suo tempo ed è passata al dimenticatoio.   La storia si chiama Temsah ed è una piattaforma che sorge nel Mediterraneo -sorgeva!- a 60 chilometri da Port Said, non lontano dal canale di Suez. Era di proprietà della Petrobel, un consorzio misto ENI, BP e General Petroleum of Egypt. Pubblicità   A suo tempo era uno dei più grandi giacimenti di gas d’Egitto, pompando circa 4 milioni di metri cubi di gas al giorno. Durante l’estate del 2004 fermano le produzioni di gas per un mesetto ed arriva una trivella di tipo jack-up, con le gambe mobili, chiamata Global Santa Fe Adriatic IV. Non è ben chiaro cosa succede dopo, ma pare che durante le attività di perforazione fughe di fluidi e/o di gas abbiano provocato un incendio. Il jack up affonda, la piattaforma prende fuoco. Lo staff fortunatamente viene evacuato e non si fa male nessuno. Ma Temsah arde.   L’ENI il giorno 10 Agosto 2004 manda un comunicato stampa dal titolo: ‘Temsah Platform: Situation is under control’. C’è l’incendio ma è tutto sotto controllo. E cioè il tuttapposto ufficiale. Passano non uno, non due, ma la bellezza di tredici giorni, e ci si rende conto che non molto era sotto controllo, le fiamme erano giunte a più di venti metri di altezza e nessuno sapeva cosa fare.   Anzi, la situazione era talmente disperata che il 23 Agosto 2004, appunto quasi due settimane dopo il “Situation is under control” dell’ENI, il ministro del petrolio egiziano Sameh Fahmy ordina la distruzione di Temsah. Il 24 Settembre 2004 il sito petrolifero Upstream riporta che stanno ancora lavorando per domare le fiamme dopo sette settimane.   Non è ben chiaro quanto tempo ci abbiano messo per sistemare tutto, ma la produzione da Temsah è rincominciata solo un anno dopo. Come detto, se la vedranno gli Egiziani se vogliono queste trivelle nei loro mari o no. Oltre Temsah, però ricordo anche l’ultima volta che l’ENI parlò di uno dei più grandi giacimenti petroliferi onshore d’Europa. Si chiamava Basilicata. Ai lucani con l’ENI in casa non è andata poi così tanto bene. Speriamo vada meglio in Egitto. Intanto qui le immagini delle fiamme di Temsah, 11 anni fa.   Pubblicato il 31/08/2015 su...

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Trivellazioni artiche e fracking, Obama vuole l’indipendenza energetica

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Trivellazioni artiche e fracking, Obama vuole l’indipendenza energetica

[di Giampaolo Tarantino su linkiesta.it] La Royal Dutch Shell potrà trivellare nelle gelide acque tra Siberia e Alaska, tra le preoccupazioni ambientaliste   L’amministrazione Obama dà un dispiacere agli ambientalisti. il Dipartimento dell’Interno degli Stati Uniti ha concesso l’approvazione condizionata allo sfruttamento delle risorse petrolifere dell’Oceano Artico da parte di Royal Dutch Shell. La multinazionale anglo-olandese ha adesso potrà riprendere le operazioni di trivellazione dalla prossima estate.   Il Wall Street Journal spiega che la decisione del governo Usa riguarda una sola compagnia ma rappresenta una vittoria per l’intera industria petrolifera, che recentemente ha dovuto fare i conti con norme sempre più stringenti in materia di fracking e di trasporto del combustibile su rotaia. Nonostante l’approvazione, Shell dovrà sottostare a regole studiate proprio per queste trivellazioni al largo delle coste dell’Alaska. Tuttavia, fa notare il quotidiano economico Usa, potrebbe presto portare all’avvio di operazioni esplorative da parte di altre compagnie nella stessa regione.   La trivellazione nelle acque ghiacciate del mare dei Ciukci tra Alaska e Siberia preoccupa molto le associazioni ambientaliste. Secondo loro, quella dove opererà Shell è una delle zone più pericolose del mondo per le trivellazioni. L’area è molto isolata e, in caso di incidenti o guasti, la più vicina struttura capace di intervenire si trova a più di 1.500 chilometri di distanza. La compagnia anglo-olandese aveva progettato lo sfruttamento delle risorse artiche fin dal 2007, ma nel 2012 il maltempo e una serie di malfunzionamenti hanno portato allo stop di un primo tentativo di trivellazione. Proprio questi problemi avevano scatenato le proteste degli ambientalisti e spinto la Casa Bianca a vincolare le future attività a regole più stringenti.   Come fa notare Siobhan O’Grady su Foreign Policy, l’interesse degli Stati Uniti nell’Artico non riguarda solo lo sfruttamento degli idrocarburi. Lo scioglimento della calotta polare potrebbe agevolare le operazioni per le esplorazioni minerarie. Il rapporto tra Obama e le associazioni ambientaliste è contraddistinto da alti e bassi. «Come presidente, ha fatto passi da gigante in materia di cambiamento climatico, ma ha anche agevolato le trivellazioni offshore», scrive Foreign Policy.   Il via libera a Shell fa parte della strategia energetica di Obama. Il presidente si è adoperato per incentivare le energie rinnovabili ma ha anche spinto per il fracking. A febbraio, Obama aveva messo il veto alla costruzione dell’oleodotto Keystone XL, un tubo da 8 miliardi dollari per il trasporto di sabbie bituminose dal Canada alle raffinerie americane, che era stato precedentemente autorizzato dal Congresso. Ma l’amministrazione democratica ha invece approvato un altro progetto di perforazione offshore sulla costa orientale degli Stati Uniti.   Tutte mosse coerenti con l’obiettivo strategico del presidente. Traghettare il suo Paese verso l’indipendenza energetica. Strategia che, di fatto, ha messo gli Usa in rotta di collisione con l’Arabia Saudita, storico alleato e fornitore di petrolio, che lo scorso novembre ha condotto l’Opec a non ridurre la produzione nonostante il calo prolungato del livello dei prezzi del barile. Decisione che ha portato alla guerra dei prezzi contro i piccoli produttori americani, nel tentativo di mettere fuori mercato lo shale oil nordamericano così da rinsaldare il legame petrolifero con Washington.   Gli americani, pur senza mettere a repentaglio l’ambiente, vogliono incentivare le estrazioni di idrocarburi nei maxigiacimenti offshore. Si tratta di operazioni molto complesse dal punto di vista tecnico e che necessitano di grandi investimenti. Tanto per fare un esempio, secondo il Wall Street Journal in un...

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La corsa nucleare cinese: nel 2020 la Cina sarà il terzo produttore del mondo

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La corsa nucleare cinese: nel 2020 la Cina sarà il terzo produttore del mondo

[su Greenreport.it] Pehino punta a sviluppare (e vendere) quello made in China, con tecnologia Usa   Con decine di centrali nucleari programmate o in costruzione, la produzione di energia nucleare della Cina presto supererà Corea del Sud, Russia e Giappone. A dirlo è un rapporto dell’ Energy Information Administration Usa (Eia)  che sottolinea: «L’energia nucleare attualmente costituisce poco più del 2% della produzione totale di energia  della Cina. Tuttavia, il governo cinese ha l’obiettivo dichiarato di fornire almeno il 15% del consumo totale di energia entro il 2020 (in aumento del 20% entro il 2030) da combustibili non fossili, compreso il nucleare, l’idroelettrico e da altre fonti rinnovabili. Per contribuire al raggiungimento di questo obiettivo, la Cina prevede di aumentare la capacità nucleare a 58 gigawatt (GW) e di avere 30 GW di capacità in costruzione entro il 2020».   Negli ultimi anni – con un breve rallentamento dopo il disastro dell’11 marzo 2011 nella centrale nucleare giapponese di Fikushima Daiichi –  la Cina ha rapidamente ampliato la produzione nucleare e  probabilmente la incrementerà ancora con nuove centrali  nei prossimi anni.   Dopo che, dall’inizio del 2013, la Repubblica popolare cinese  ha aggiunto 10 reattori, per un totale di oltre di 10 GW, attualmente il installato in Cina è 23 GW,. Entro la fine del 2015, la Cina  prevede di superare la Corea del Sud e la Russia per capacità di generazione nucleare,  restando dietro solo a Usa, Francia e Giappone.  Ma la Cina sta anche costruendo centrali e reattori per altri 23 GW di capacità nucleare che dovrebbero diventare operativi entro il 2020, quindi supererà anche il Giappone e diventerà il Paese leader dell’energia nucleare in Asia.   Dopo il disastro nucleare di Fukushima Daiichi la Cina ha cominciato a progettare di costruire reattori nucleari nelle sue immense distese interne, ma ci sono problemi di approvvigionamento idrico e di sicurezza sismica,  attualmente tutte le sue centrali nucleari attualmente sorgono lungo la costa orientale e il sud el paese, vicino alle grandi megalopoli da dove arriva la stragrande parte della domanda di energia cinese.   Il governo cinese vuole mantenere un forte controllo su  tutta la catena di approvvigionamento nucleare: « La Cina intende costruire riserve strategiche e commerciali di uranio strategici attraverso gli acquisti all’estero  – si legge nel rapporto Eia – e continuare a sviluppare la produzione nazionale nella Mongolia Interna (centro-nord della Cina) e nello Xinjiang (Cina nord-occidentale)» Secondo la World Nuclear Association, la Cina sta costruendo impianti di ritrattamento del combustibile nucleare che dovrebbero entrare in attività entro il 2017.   La Cina importa tutta la tecnologia per i  reattori delle sue centrali nucleari, ma sta  progettando suoi  grandi reattori ad acqua pressurizzata, i  CAP1400,  con un trasferimento di tecnologia che arriva dalla statunitense Westinghouse. Inoltre, come parte del suo programma di espansione nucleare, nel 2014 la Cina ha firmato accordi con Romania, Argentina, Turchia e Sudafrica  per finanziare la costruzione di reattori nucleari ed esportare la sua nuova tecnologia nucleare. Ora bisognerà vedere quanto è “sicura”, visto che il nucleare cinese,  sia quello ex sovietico che quello russo/occidentale, in Cina è sempre strato al servizio dello sviluppo di armi nucleari e, nonostante sia circondato da una pesante cappa di “riservatezza”, sono trapelate le notizie di diversi incidenti, malfunzionamenti e problemi strutturali e sismici per le centrali in attività.  ...

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Le emissioni di gas serra possono vanificare la datazione al radiocarbonio

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Le emissioni di gas serra possono vanificare la datazione al radiocarbonio

[su Greenreport.it] Nel 2050 i dati potrebbero essere falsati già di 1.000 anni, nel 2100 di 2.000 Secondo lo studio “Impact of fossil fuel emissions on atmospheric radiocarbon and various applications of radiocarbon over this century”, pubblicato su Pnas,  le crescenti emissioni dall’utilizzo di combustibili fossili stanno minacciando l’efficacia della datazione al radiocarbonio. L’autrice dello studio, Heather D. Graven, del dipartimento di fisica e del Grantham Institute dell’Imperial College London, sottolinea che «Una vasta gamma di discipline scientifiche e di industrie utilizzano le analisi al radiocarbonio; per esempio, è usato nella datazione dei campioni archeologici e nell’identificazione forense di tessuti umani e di fauna selvatica, compreso l’avorio in commercio». La Graven lancia un allarme: «Nel corso del prossimo secolo, le emissioni di combustibili fossili produrranno una grande quantità di CO2 senza carbonio 14 (14 C), perché i combustibili fossili hanno perso il 14 C nel corso di milioni di anni di decadimento radioattivo. La CO2 atmosferica, e di conseguenza il materiale organico di nuova produzione, apparirà come se fosse “invecchiato”, o avesse perso 14 C da decadimento. Entro il 2050, il materiale organico fresco potrebbe avere la stessa ratio 14C/C dei campioni da 1050 e, quindi, essere indistinguibile con la datazione al radiocarbonio. Alcune delle attuali applicazioni per il 14 C potrebbero cessare di essere valide e altre applicazioni ne saranno fortemente influenzate. Il metodo di misurazione del  carbonio14, una forma radioattiva dell’elemento che viene prodotta in atmosfera e quindi assorbita dalle piante attraverso la fotosintesi, è stato sviluppato alla fine degli anni ’40 del secolo scorso. Gli animali che mangiano le piante ingeriscono il carbonio14 e così, confrontando il livello di carbonio 14 e carbonio non radioattivo nel campione, gli scienziati sono in grado di determinare l’età di quasi tutto quello che è organico. Il metodo è stato utilizzato per determinare con precisione l’età di migliaia di reperti e di scoprire le frodi arte. Il caso forse più famoso e riportato come esempio anche da BBC News Science & Environment è quella della datazione radiocarbonio della sacra Sindone di Torino realizzata nel 1988 e dalla quale è emerso che risalirebbe al XIII secolo,  più di 1.200 anni dopo la morte di Cristo, la cui immagine si dovrebbe rappresentare. La Graven  ha esaminato i trend possibili delle emissioni di gas serra e pensa che già entro il 2020 gli aumenti di carbonio non radioattivo potrebbero cominciare a influenzare il tecnica di datazione: all’attuale ritmo di aumento delle emissioni, nel 2050 un capo di abbigliamento esaminato con la tecnica del radiocarbonio potrebbe avere  la stessa età di  un abito indossato da Guglielmo il Conquistatore 1000 anni prima. La Graven. Conclude: «In termini di quanto diventerà forte questo effetto di diluizione, dipende molto da quanto aumenteranno o diminuiranno  le emissioni nel corso del prossimo secolo. Se riducessimo rapidamente le emissioni potremmo stare intorno a una età di carbonio di 100 anni in atmosfera, ma se aumenteremo fortemente le emissioni potremmo  raggiungere un’età di 1.000 anni entro il 2050 e intorno ai 2.000 anni entro il 2100». Quindi la datazione col radiocarbonio non avrebbe praticamente più valore, almeno  per quanto riguarda i reperti storici. Pubblicato il 22 luglio 2015 su...

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In Italia l’inquinamento atmosferico ogni anno causa 88 miliardi di euro di danni

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In Italia l’inquinamento atmosferico ogni anno causa 88 miliardi di euro di danni

[di Giulio Meneghello su qualenergia.it] Oltre 32mila morti premature all’anno. A dirlo un nuovo rapporto di OMS e OCSE. Nel nostro Paese i danni sanitari dovuti all’inquinamento dell’aria si mangiano il 4,7% del Pil. Nell’area europea le morti premature sono circa 600mila, con danni che in alcuni Paesi superano il 20% del Pil. “Ridurre le emissioni deve essere una priorità politica”, si avverte. L’inquinamento atmosferico in Italia causa più di 32mila morti premature all’anno e danni per 97 miliardi di dollari all’anno (circa 88,5 miliardi di euro). Si mangia cioè quasi 5 punti di Pil. Bisognerebbe tenere conto anche di questi dati, diffusi oggi dall’Organizzazione mondiale della Sanità, quando si parla di politiche ambientali ed energetiche – sostegno a rinnovabili ed efficienza energetica in primis – e dei loro costi e benefici. Oggi l’OMS, in collaborazione con l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), ha pubblicato un nuovo report in cui stima i costi sanitari dell’inquinamento atmosferico, sia indoor che outdoor, nella regione europea. Un calcolo inedito dal quale emerge che nei 53 Paesi considerati l’inquinamento atmosferico (ai valori registrati al 2010) causa circa 600mila morti premature l’anno che, sommate alle malattie, si traducono in un danno economico di circa 1.600 miliardi di dollari. Le centrali termoelettriche, i trasporti su strada e l’agricoltura, assieme ai caminetti di casa e a tutte le altre fonti di emissioni di particolato, ci costano cioè circa il 10% del Pil dell’Unione Europea del 2013. Un conto dal quale ovviamente sono esclusi altri danni, come quelli legati alle emissioni di CO2. Oltre il 90% dei cittadini della regione europea, mostra lo studio, è esposto a livelli di inquinamento atmosferico superiori ai limiti massimi suggeriti dall’OMS. L’inquinamento outdoor, causando malattie cardiocircolatorie, cancri ai polmoni e altre patologie, è responsabile di circa 482mila morti premature l’anno, quello degli ambienti interni di circa 117.200. Le morti premature da inquinamento atmosferico causano danni per 1.400 miliardi di dollari e un altro 10% dei costi, che porta il totale a 1.600 miliardi, viene dalle malattie. Per tradurre in costi economici le morti premature e le ricadute sanitarie – cosa tutt’altro che semplice – lo studio OMS-OCSE, usa la metodologia del “value of statistical life” (VSL), il “valore statistico della vita”. In pratica si stima il valore che le varie società sono disposte a pagare per evitare queste morti e queste malattie: ne esce un valore differenziato a seconda dei vari contesti economici (ad esempio, una vita in Italia, ai fini statistici, “vale” 3 milioni di dollari, in Kirghizistan 490mila dollari e in Lussemburgo 6,28 milioni). In 10 tra i 53 Paesi considerati, l’inquinamento atmosferico vale oltre il 20% del Pil: le situazioni peggiori sono soprattutto nelle nazioni a basso reddito dell’Est-Europa, come la Bulgaria dove i danni arrivano al 29% del Pil. In rapporto al Pil il Paese con meno danni da inquinamento atmosferico è la Norvegia (0,3%), seguita dalla Svezia (0,9%) e dalla Finlandia con lo 0,7% (in allegato in basso la sintesi dei dati per Paese e il report completo). In Italia il danno è pari al 4,7% del Pil, con 97.193 milioni di dollari (88.550 milioni di euro) e circa 32.400 morti premature all’anno. Di fronte a questi dati non c’è bisogno di riportare l’appello dell’OMS a fare della lotta all’inquinamento atmosferico una priorità...

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Calo delle emissioni di CO2 negli Usa: il merito è della crisi, non del fracking

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Calo delle emissioni di CO2 negli Usa: il merito è della crisi, non del fracking

[su greenreport.it] Tra il tra il 2007 e il 2013 negli Stati Uniti le emissioni di CO2 da combustibili fossili sono a calate da 6.023 a 5.377 megatonnellate (mt), e, come scrive un team internazionali su Nature Communications, «Questo declino è stato ampiamente attribuito al passaggio dall’utilizzo del carbone al gas naturale nella produzione di energia elettrica Usa». Infatti, nel 2012 il carbone rappresentava ormai “solo” il 37% della produzione di elettricità del Paese (nel 2007 era il 50%), perché è stato sostituito in gran parte dal gas proveniente in gran parte dalla contestatissima fratturazione idraulica. Ma lo studio “Drivers of the US CO2 emissions 1997–2013” degli stessi ricercatori, sottolinea che «Tuttavia, i fattori alla base del declino non sono stati valutati quantitativamente; il ruolo del gas naturale nel declino resta quindi speculativo». Analizzando i fattori che hanno influenzato le emissioni statunitensi il team di univesità ed istituti statunitensi, cinesi, britannici e austriaci fa notare che prima del 2007 a far aumentare le emissioni di gas serra era stata soprattutto la crescita economica e che «Dopo il 2007, la diminuzione delle emissioni è avvenuta in gran parte a causa della recessione economica, con i cambiamenti nel mix dei combustibili (ad esempio, la sostituzione del gas naturale per il carbone) che hanno svolto un ruolo relativamente minore». Tradotto in soldoni, il boom del fracking non c’entra quasi nulla con il calo delle emissioni di gas serra negli Usa. Il principale autore dello studio, Steven Davis del Department of Earth System Science dell’Università della California-Irvine (Uci). Spiega che «Nei nostri risultati, il gas naturale svolge una piccola parte nel calo delle emissioni in calo. I veri eroi sono quelli che stanno consumando meno cose e utilizzano l’energia in modo più efficiente». Infatti, tra il 2007 e il 2009, quando le emissioni Usa sono crollate del 10%, ci sono stati cambiamenti nei consumi americani, in particolare per quanto riguarda i prodotti, le industrie manifatturiere e di servizi e la quantità di energia utilizzata per ogni dollaro di prodotti fabbricato. «Insieme – dicono alla Uci – questi cambiamenti rappresentano oltre tre quarti della diminuzione delle emissioni tra il 1997 e il 2013, con i cambiamenti nel mix di combustibili utilizzati per generare energia che assommano ad appena il 18%». Secondo Davis e il suo team, «Senza nuove politiche che limitano le emissioni di CO2, può essere difficile limitare le emissioni, mentre l’economia americana continua a recuperare. E infatti, le emissioni di CO2 degli Stati Uniti sono aumentate nel 2013 e 2014». Davis conclude: «Molte persone sono entusiaste per il fatto che abbiamo improvvisamente rifornimenti di gas naturale abbondanti e a prezzi accessibili, compresi molti di coloro che sono preoccupati per il clima. Il nostro studio dimostra l’importanza preponderante di altri fattori e mette in guardia contro una pia illusione». L’amministrazione Obama ha fissato obiettivi di riduzione delle emissioni di carbonio Usa del 17% entro il 2020 e dell’83% al 2050, rispetto ai livelli del 1997. Ma no sarà facile rispettarli. Un altro degli autori dello studio, Laixiang Sun, dell’Università di Maryland, sottolinea che «Ulteriori aumenti nell’utilizzo del gas naturale negli Stati Uniti non possono avere un grande effetto sulle emissioni di gas serra e sul riscaldamento globali ed ulteriori riduzioni delle emissioni dovute alla diminuzione dell’intensità energetica non sono inevitabili». Il boom del...

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