Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Repubblica centrafricana, legno rosso sangue
[di Marco Simoncelli su repubblica.it] Da un rapporto di Global witness – si legge sul Nigrizia.it – si apprende che l’industria forestale ha alimentato la guerra civile centrafricana finanziando i due gruppi in conflitto. Imprese europee e cinesi hanno pagato quasi 3,4 milioni di euro nel 2013 ai ribelli di Seleka, mentre nel 2014 hanno versato circa 127.800 euro alle milizie cristiane anti-balaka Quando in gioco ci sono gli affari e tanto denaro, non importa chi è l’interlocutore né di cosa si occupa: basta lucrare. Questa è una regola tristemente nota nel continente africano. Dal 2013 la Repubblica Centrafricana (Rca), uno stato senza sbocchi sul mare con una popolazione di 4,6 milioni di abitanti, è sconvolto dal conflitto più sanguinoso della sua storia. Più di 5 mila persone sono morte e più di 1 milione sono invece quelle rifugiate oltre confine o sfollate all’interno del paese. Repubblica Centrafricana, legno insanguinato Finanziate entrambe le fazioni. In questo contesto, le aziende dell’industria del legname che lavorano nel paese hanno finanziato entrambe le fazioni attive nel conflitto – prima i Seleka e poi gli anti-Balaka – pur di poter continuare a esportare risorse, contribuendo così a creare i mezzi finanziari necessari a perpetrare la feroce campagna di violenza contro la popolazione del paese. La denuncia arriva da un rapporto intitolato Blood timber (Legno insanguinato) pubblicato dalla Global Witness (Gw), organizzazione britannica che si batte contro la corruzione e la devastazione dell’ambiente. Le compagnie coinvolte. Nonostante la scoppio della guerra, tre compagnie multinazionali del legno francesi, cinesi e libanesi hanno continuato a lavorare nella foresta pluviale centrafricana pagando i ribelli. Secondo le stime della Gw, l’industria forestale ha pagato quasi 3,4 milioni di euro nel 2013 ai ribelli della coalizione Seleka e, dopo la disfatta di questo gruppo nel 2014, ha continuato a contribuire all’instabilità del paese pagando almeno 127.864 euro alle milizie anti-Balaka, che avevano preso il controllo delle zone boschive. Secondo la Gw, continuerebbe anche oggi il supporto finanziario alle milizie armate da parte delle compagnie di sfruttamento delle foreste. Una foresta 200 volte Parigi. Le compagnie in esame sono la francese Industrie forestière de Batalimo (Ifb), la più grande in attività, e di proprietà libanese, Société d’exploitation forestière centrafricaine (Sefca) e il gruppo cinese Vicwood. Queste controllano una superficie di foresta duecento volte più grande di Parigi, e insieme forniscono il 99% delle esportazioni di legname dalla Rca. Tutte avrebbero fatto frequenti pagamenti a favore di Seleka sotto forma di tangenti, per superare i blocchi stradali, per la scorta armata e per la tutela delle loro aree di sfruttamento, inclusa una singola transazione di quasi 381mila euro fatta dalla Sefca ai Seleka. La guerra non le ha fermate. Che la loro attività non si sia mai fermata nonostante lo scoppio del conflitto, lo testimonia il fatto che la produzione è calata solo del 6,1%. Il valore delle esportazioni totali dalla Rca equivale a circa 45 milioni di euro. Il 62% della produzione totale è della Sefca, la Vicwood produce il 26% e l’11% la Ifb. Non male come affare se si fa la differenza fra ricavi (sopracitati 45 mln) e spese per “tener buoni” i ribelli di turno (3,5 mln). Complicità europea. L’Europa ha svolto un ruolo significativo in questo giro d’affari sotto diversi aspetti. Il vecchio continente è...
read moreAncora un attacco alla tutela del paesaggio nel Ddl Madia
[su retedellaconoscenza.it] “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico della Nazione”; l’articolo 9 della nostra Costituzione è chiaro e scritto con una lungimiranza che non è evidentemente appannaggio della classe politica odierna. Il motivo di critica è la novità contenuta nel disegno di legge Madia di riforma della pubblica amministrazione (C. 3098 recante “Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”), all’esame dell’Aula della Camera il 17 luglio scorso. Nel quasi totale silenzio degli organi di stampa e comunicazione è passato al vaglio del governo il principio per cui sotto il nome dell’efficientismo, principio tanto caro ai renziani, si può passare sopra a qualsiasi approfondimento necessario per tutelare ambiente e paesaggio. La legge stabilisce (all’articolo 7) la trasformazione delle prefetture in «uffici territoriali dello Stato, quale punto di contatto unico tra amministrazione periferica dello Stato e cittadini» sotto la direzione del prefetto, e quindi delega il governo a disporre la «confluenza nell’Ufficio territoriale dello Stato di tutti gli uffici periferici delle amministrazioni civili dello Stato», comprese quindi le Soprintendenze che tuttavia mantengono sulla carta la loro autonomia decisionale nel campo che loro compete. Infatti di fronte alla reazione unanime del Mibact, delle Associazioni di categoria, dei sindacati e di tutte quelle realtà impegnate quotidianamente per la salvaguardia del paesaggio, dell’ambiente e del patrimonio culturale, la Camera ha approvato un ordine del giorno che «impegna il Governo a prevedere che le funzioni dirette di tutela, conservazione, valorizzazione e fruizione dei beni culturali rimangano di competenza esclusiva ed autonoma dell’amministrazione preposta alla tutela dei beni culturali». Tuttavia il conflitto di interessi sarà palese e non si risolverà facilmente a favore delle Soprintendenze, sorpassate nel loro potere decisonale dai pareri prefettuali, improntati all’efficenza, alla velocità, allo snellimento burocratico contro qualsiasi decisione di vincolo paesaggistico, storico-artistico, archeologico spettante da legge (Codice dei Beni Culturali del 2004) alle Soprintedenze. La pericolosissima norma del silenzio-assenso contenuta nello stesso disegno di legge ne è una prova. Quest’ultima recita che, passati 60 giorni dalla richiesta di parere alla Soprintendenza da parte di una pubblica amministrazione per interventi in aree sottoposte a vincolo, in assenza di risposta dagli uffici della Soprintendenza i richiedenti in questione (solo pubbliche amministrazioni) possono procedere anche senza il suo parere (“Decorsi i suddetti termini senza che sia stato comunicato l’assenso, il concerto o il nulla osta, lo stesso si intende acquisito”). Il Consiglio superiore del Mibact ha presentato subito una mozione, chiedendo di rivedere l’articolo in questione:: “Il silenzio-assenso è uno strumento rozzo e pericoloso, rappresenta una risposta sbagliata ad una esigenza giusta e risulta inefficace per contrastare pratiche corruttive. In un campo tanto delicato, come quello della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico, è assolutamente necessaria una valutazione tecnica esplicita da parte degli uffici competenti, anche per ribadire l’esigenza di una loro responsabilizzazione in scelte così importanti per il patrimonio dell’intera comunità nazionale e mondiale”. Il Consiglio superiore del MIBACT propone, infine, come soluzione alternativa ad un problema reale – quello dell’inefficenza e della lentezza di organismi amministrativi territoriali, quali le Soprintendenze, sovraccaricati e sempre più privi di risorse materiali e umane dopo i continui tagli degli ultimi anni – di “rendere obbligatoria, secondo quanto già previsto dal Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, la rapida adozione da parte di tutte le Regioni italiane...
read moreSovrapesca del pesce spada, Oceana al governo italiano: fermatela davvero
[su greenreport.it]Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali (Mipaaf) ha pubblicato un decreto, richiesto dalla Commissione Europea fin dal 2013, per ridurre l’eccessivo numero di imbarcazioni autorizzate per la pesca del pesce spada con palangaro. Ma secondo Oceana, la Ong internazionale che si occupa di difesa del mare, «Le misure previste dal nuovo decreto sono lontane dal raggiungere gli obbiettivi attesi». Per questo l’associazione ambientalista chiede al Governo Italiano di «formulare proposte di gestione concrete per il recupero dello stock del pesce spada in Mediterraneo». Oceana sottolinea che «L’Italia è osservato speciale della CE dal 2013, anno in cui è stato messo a punto un piano d’azione per ovviare alle carenze del sistema italiano nel controllo della pesca di specie altamente migratorie come il pesce spada. Il decreto pubblicato dal Mipaaf è una delle azioni richieste dalla CE e, per autorizzare palangari alla pesca del pesce spada, introduce un requisito minimo di 750kg registrati dal 2011 al 2014. Tale requisito però è talmente minimo che non porterà ad una effettiva riduzione dell’eccessivo numero di imbarcazioni registrate». Lasse Gustavsson, direttore di Oceana in Europa, evidenzia che «Nel 2013 solo 264 imbarcazioni, su oltre 8400 registrate, hanno effettivamente riportato catture di pesce spada. L’eccessivo numero di imbarcazioni registrate ha un effetto negativo sulla corretta gestione dello stock e sui pescatori che dipendono realmente da questa risorsa. Il decreto non è sufficientemente ambizioso e non è all’altezza delle le sfide che fronteggia lo stock del pesce spada in Mediterraneo. Oceana esorta l’Italia, attore chiave in Europa e nella pesca del pesce spada, a far fronte seriamente ai suoi obblighi, a regolamentare effettivamente la flotta e lavorare attivamente per un piano di gestione che consenta il recupero dello stock dalla condizione di sovrapesca». Le oltre 8400 imbarcazioni italiane registrate per la pesca del pesce spada in Mediterraneo sono ben il 40% del totale delle flotte dei 49 Paesi che operano in Oceano Atlantico e Mediterraneo per la cattura di specie altamente migratorie nell’ambito della convenzione della Commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi (ICCAT) mentre le catture rappresentano solo lo 0.4% delle catture totali ICCAT. Oceana dice che «Questi numeri sono altamente sproporzionati se paragonati a quelli di altri Stati europei che pescano pesce spada in Mediterraneo come Grecia o Spagna che per simili valori di catture contano una flotta di palangari composta da un massimo di 240 imbarcazioni (1.1% della flotta ICCAT).Il pesce spada del Mediterraneo è una risorsa sovrasfruttata con oltre il 60% delle catture che si concentrano su individui sottotaglia, individui che non avranno la possibilità di riprodursi». Oceana conclude la sua denuncia chiedendo al governo italiano «una proposta che regoli le catture attraverso un piano di gestione concreto che riduca la pressione sullo stock e sulla frazione giovanile e che ne consenta il recupero e la gestione sostenibile». pubblicato il 23/07/2015 su...
read moreCosti e fonti. Liberarsi dei combustibili fossili non è un’utopia
[di Richard Martin su Linkiesta.it] Esiste un piano realistico per usare esclusivamente fonti di energia rinnovabile? Secondo il Solutions Project si, ecco i casi di Alaska e Georgia Le fonti di energia rinnovabile, che oggi ammontano a meno del 10 percento dell’energia consumata negli Stati Uniti, sono considerate da molti troppo care e inaffidabili per poter sostituire rapidamente il carbone, il petrolio e il gas naturale. Non sarebbe così secondo il Solutions Project, un gruppo di scienziati, attivisti, e celebrità che la scorsa settimana ha pubblicato un rapporto in cui sono delineati piani individuali per permettere a tutti i 50 stati di impiegare esclusivamente energie rinnovabili per qualunque scopo: elettricità, trasporti, climatizzazione e industria. «Abbiamo dimostrato che tutte le dichiarazioni sul costo proibitivo o sull’impossibilità di utilizzare solamente energie rinnovabili sono semplicemente false» «Quando si parla di energia se ne sentono di tutti i colori, ma guardando ai numeri si scopre che il 99 percento delle soluzioni proposte non sta in piedi», dice Mark Jacobson, direttore dell’Atmosphere Energy Program di Stanford e capo del team che ha elaborato i piani del Solutions Project. «Abbiamo dimostrato che tutte le dichiarazioni sul costo proibitivo o sull’impossibilità di utilizzare solamente energie rinnovabili sono semplicemente false». Intitolato «50 States 50 Plans», il rapporto è senz’altro audace, se non addirittura fantasioso. Esistono alcune proiezioni che lasciano perplessi: la Georgia, ad esempio, con la sua costa lunga 100 miglia e un’area complessiva di oltre 59.000 miglia quadrate, potrebbe ricavare il 35 per cento del proprio fabbisogno energetico dall’eolico offshore — ad oggi non è stato attivato un singolo impianto del genere. L’Alaska, che per la sua enorme estensione territoriale e la lontananza di diverse delle sue comunità presenta un sistema energetico frammentato, potrebbe ricavare il 70 percento della propria energia dall’eolico, sia su terra che offshore. Anche le barriere politiche costituiscono una sfida formidabile. L’Ohio, ad esempio, ha recentemente congelato i suoi standard per le energie rinnovabili, interrompendo di fatto i sovvenzionamenti a qualunque traguardo fissato per le energie rinnovabili. Il superamento di simili ostacoli sarà difficile, ammette Jacobson, ma non impossibile: «Riteniamo che se le persone disporranno di queste informazioni e si renderanno conto di quelli che sono i costi e i benefici reali, le cose andranno molto meglio». Il piano dei 50 stati va però ad unirsi a un crescente numero di rapporti e studi che indicano come la trasformazione del nostro sistema energetico sia meno scoraggiante del previsto In un’era di stallo politico e amare contestazioni sul cambiamento climatico, una simile affermazione potrebbe sembrare ingenua; e programmi come il Solutions Project (il cui consiglio di amministrazione, oltre a Jacobson, è formato da membri quali l’attore Mark Ruffalo e il regista Josh Fox) possono essere facilmente ignorati per le loro improbabili ipotesi. Il piano dei 50 Stati va però ad unirsi a un crescente numero di rapporti e studi che indicano come la trasformazione del nostro sistema energetico sia meno scoraggiante del previsto. Sempre la scorsa settimana, l’Advanced Energy Economy Institute, una no profit concentrata sui problemi ambientali, ha rilasciato un rapporto prodotto dal Brattle Group in cui si esaminano le iniziative perseguite dagli operatori del settore per integrare fonti rinnovabili alla rete elettrica nel tentativo di rispettare il Clean Power Plan dell’EPA. Lo studio ha scoperto che il raggiungimento di un livello...
read moreRifiuti, discariche e le competenze dello Stato
[di Eleonora Santucci su greenreportt.it] La Regione non può rinviare l’entrata in vigore dell’obbligo di collocare in discarica esclusivamente rifiuti trattati, perché non ne ha la competenza. Lo ricorda la Corte Costituzionale – con sentenza 14 luglio 2015, n. 149 – che dichiara incostituzionale la legge della Regione Liguria (legge che apporta delle modifiche a quella sulle “Norme in materia di individuazione degli ambiti ottimali per l’esercizio delle funzioni relative al servizio idrico integrato e alla gestione integrata dei rifiuti”) nella parte in cui la Regione ha procrastinato al 31 dicembre 2014 e, con il crono-programma, sino al 31 dicembre 2015, l’entrata in vigore dell’obbligo di collocare in discarica esclusivamente rifiuti trattati. La questione è stata sollevata dal Presidente del Consiglio dei ministri che, dubitando della legittimità costituzionale della legge Regionale sostiene che la norma sia invasiva delle competenze statali e si ponga in contrasto con i parametri costituzionali. Secondo il Presidente del Consiglio dei ministri la disciplina regionale posticipando nel suo territorio l’entrata in vigore dell’obbligo di collocare in discarica esclusivamente rifiuti trattati, limiterebbe l’operatività dei divieti statali in punto di conferimento in discarica di rifiuti indifferenziati e permetterebbe l’esercizio provvisorio di discariche che non consentono il trattamento differenziato, ben oltre il termine, già da tempo scaduto, fissato dalla legge dello Stato. La legislazione statale, infatti, con il decreto legislativo del 2003 (Attuazione della direttiva 1999/31/CE relativa alle discariche di rifiuti) prevede tale possibilità solo fino al 31 dicembre 2006, termine poi prorogato al 31 dicembre 2008, stabilendo inoltre che le “Regioni adeguano la loro normativa alla presente disciplina”. Secondo la giurisprudenza costituzionale la disciplina dei rifiuti si colloca nell’ambito della tutela dell’ambiente e dell’ecosistema. Anche se interferisce con altri interessi e competenze è di competenza esclusiva statale (art. 117, secondo comma, lettera s), Costituzione). E’ dunque riservato allo Stato il potere di fissare livelli di tutela uniforme sull’intero territorio nazionale, restando ferma la competenza delle Regioni alla cura di interessi funzionalmente collegati con quelli propriamente ambientali. Non è possibile riconoscere una competenza regionale in materia di tutela dell’ambiente, anche se le Regioni possono stabilire per il raggiungimento dei fini propri delle loro competenze, livelli di tutela più elevati, ma sempre nel rispetto della normativa statale di tutela dell’ambiente. La disciplina statale, infatti, stabilisce un livello di tutela uniforme che si impone sull’intero territorio nazionale, come un limite alla disciplina che le Regioni e le Province autonome dettano in altre materie di loro competenza. In tal modo si cerca di evitare che le Regioni e le Province autonome peggiorino il livello di tutela ambientale stabilito dallo Stato. Pubblicato il 22/07/2015 su...
read moreSe sulla Brebemi corrono tante auto quante in una strada provinciale
[di Dario Balotta su greenreport.it] Fa piacere sapere che il traffico su BreBeMi aumenta, perché nulla è più deprimente di vedere inutilizzata un’opera immensa, fortemente impattante e con carico pesante e crescente sulle casse pubbliche. Se c’è, almeno funzioni. Ma le buone notizie finiscono qui. Con una capacità di 120 mila veicoli giornalieri e previsioni per 60 mila, le “punte” di 38 mila veicoli nei giorni feriali non possono considerarsi un successo e neppure l’avvio di un riequilibrio autonomo (con i pedaggi e senza aiuti di Stato) dei conti di Brebemi. Insomma 38 mila veicoli, quando si raggiungono, visto che sono le punte di traffico di una strada provinciale. I saldi del 45% delle tariffe nel week end sono la plastica dimostrazione che la domanda di traffico è ancora modesta. La caratteristica dei veicoli che utilizzano l’A35 è residenziale/pendolare con percorrenze kilometriche limitate, vanificando cosi la modesta crescita di veicoli. Modesta perché il punto di partenza era bassissimo. L’apertura della Teem ha sì fatto aumentare leggermente il traffico per Brebemi, ma ha creato una nuova autostrada che non si ripagherà mai da sola con i pedaggi, visto quanto è costata (1,8 Mld). Ora, per recuperare traffico, Brebemi propone una nuova opera: il collegamento con l’A4 a Castegnato. Nuovi enormi costi con il miraggio che basti aggiungere solo un nuovo anello mancante, ma cosi si posticipa il problema, il debito che non si ripagherà mai cresce. Il territorio diventerà una gruviera per inseguire il riequilibrio finanziario di una concessionaria autostradale controllata da Gavio e da Banca Intesa. Proprietà che controlla anche la Teem e la CentroPadane e sta pensando esclusivamente ad ampliare la sua rete nella bassa pesando sulle casse pubbliche. Pubblicato il 22/07/2015 su...
read morePetrolio. Renzi perde il Rergno delle due Sicilie, governatori anti-trivelle.
[di Angela Mauro su Huffingtonpost.it] C’è chi dice che la pressione popolare contro le nuove trivellazioni per ricerca ed estrazione petrolifera al sud è troppo forte, irresistibile anche per il più renziano dei governatori. Chi invece aggiunge un altro dato: la debolezza di Matteo Renzi, inimmaginabile fino a qualche tempo fa, almeno fino alle amministrative di fine maggio. Fatto sta che sul petrolio, materia di rilevanza strategica per lo Stato e tema sensibile nel rapporti con l’elettorato, il premier potrebbe aver già perso tutto il ‘Regno delle due Sicilie’, diciamo così. Se l’aspettava da Michele Emiliano, capo-popolo anti-renziano capace anche di scendere in piazza contro la riforma della scuola in campagna elettorale, figurarsi le trivelle in Adriatico e Ionio e il gasdotto Tap. Ma certo, se tra i ‘borboni’ critici di Roma sulle trivelle, ci sono anche il neoeletto in Campania Vincenzo De Luca e il renzianissimo Marcello Pittella, governatore della Basilicata, allora le cose cominciano a stare diversamente. In Sicilia Rosario Crocetta è perso alla causa renziana per altri motivi e comunque da sempre. Ma da Napoli in giù, passando per il centro nevralgico di questa storia che è Bari, si tesse una tela che potrebbe anche portare ad un referendum anti-trivellazioni. Lo chiede l’ex Pd Pippo Civati, il M5s e Sel, fin dall’inizio, accusando i governatori (in particolare Pittella) di fare il doppio gioco sul petrolio o comunque di essere passati dalla parte ‘#notriv’ troppo tardi e senza passi concreti. Però, seppur tra ritardi e tentennamenti, è vero che ormai su queste tematiche l’appoggio al governo nazionale non è più granitico come sei mesi fa, quando – per dire – in Basilicata il governatore Pittella fece spallucce rispetto alla protesta degli studenti davanti alla Regione e non impugnò in Consulta lo ‘Sblocca Italia’, il provvedimento del governo Renzi che autorizza le trivellazioni. Ora la trama è un po’ diversa e pian piano si va costruendo. Un po’ è anche l’effetto Emiliano. Subito dopo la vittoria alle regionali in Puglia, il governatore ha confermato la scelta del suo predecessore, Nichi Vendola, di impugnare lo Sblocca Italia in Corte Costituzionale contro le trivellazioni nel Mar Adriatico. “In questo momento serve soprattutto ragionamento e un approccio scientifico alla decisione politica – sono le sue parole – Bisogna dimostrare a cosa servono queste trivellazioni. Se lo scopo è semplicemente accontentare qualche lobby, peraltro ancora sconosciuta e indeterminata, nella speranza che non lo trovi neanche il petrolio, a me sembra un modo non preciso di ragionare…”. Emiliano non ha perso tempo. Ha subito cominciato a tentare di ‘fare rete’ con i colleghi delle regioni limitrofe. Il 15 luglio scorso è sceso in piazza a Policoro, centro lucano della costa ionica, insieme a Pittella e il governatore della Calabria Mario Oliverio (che però renziano non è mai stato, bensì di ‘fede’ politica bersaniana) per dire no alle trivelle nello Ionio, in riferimento ai permessi di ricerca ed estrazione chiesti per tutta l’area che va dalla Puglia (golfo di Taranto) alla Calabria (golfo di Sibari), passando per la Basilicata (già ‘perforata’ dal Centro Oli a Viggiano e interessata da nuove attività estrattive in altri centri interni, oltre che in mare). Certo, in piazza non è andata liscia. Urla e fischi hanno coperto i discorsi dei tre governatori, in particolare Pittella, che ha maturato la...
read moreRifiuti elettronici, 41,8 milioni di tonnellate nel 2014. Record in Asia
[di Claudia Guarino su ilfattoquotidiano.it] In Italia sono state prodotte 800.000 mila tonnellate di Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche e elettroniche), ma quelle raccolte legalmente sono state appena 237.965,43. “L’illegalità corre su diversi binari”, dice Stafano Ciafani di Legambiente. Una distesa di cellulari, televisioni, frigoriferi gettati via e smaltiti spesso senza rispettare le più elementari norme di sicurezza. Il totale fa 41,8 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici prodotti nel mondo solo nei dodici mesi del 2014, secondo le stime di The Global E-Waste Monitor, dossier di United Nation University. Prima nella lista dei continenti produttori di rifiuti elettronici è l’Asia: è a Oriente, infatti, che si producono piùelectronic waste nel mondo, con un primato di 16 milioni di tonnellate. Ben cinque in più rispetto ai rifiuti elettronici prodotti dall’America (11,7) e dall’Europa (11,6). Ma, se si considera il rapporto tra il numero di abitanti e i chilogrammi di Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche e elettroniche) prodotti, il podio cambia. Al primo posto c’è proprio il nostro continente, con 15,6 kg di spazzatura elettronica pro capite, seguito dall’Oceania (15,2) e dall’America (12.2). Quella prodotta a livello mondiale in un anno è una quantità piuttosto significativa di rifiuti elettronici. A livello nazionale invece, per quanto riguarda cioè i dati relativi all’Italia, si fa riferimento al dossier di Legambiente “I pirati dei Raee”, pubblicato nel 2014. Potrebbe sembrare un po’ datato, ma Stefano Ciafani, vicepresidente dell’associazione ambientalista assicura che “i dati possono dirsi comunque aggiornati, unità più unità meno. Non è cambiato molto da allora. Ed è, che io sappia, l’unica ricerca sull’argomento che si concentra sull’Italia”. Lo studio stima che nel 2012 nel nostro Paese sono state prodotte 800.000 mila tonnellate di Raee. Quelle raccolte legalmente sono state invece 237.965,43. Questo significa che c’è una zona d’ombra, rappresentata dalle discariche abusive. I rifiuti vengono cioè nascosti alle periferie delle città, nei boschi o seppelliti nei terreni agricoli. Tra il 2009 e il 2013 in Italia sono 299 le discariche sequestrate. I depositi illegali di rifiuti elettronici si trovano per la maggior parte in Puglia, Campania e Calabria. Se guardiamo alle province invece, quella con più siti sigillati è Livorno, seguita da Napoli e Campobasso. Andamento della quantità di Raee prodotti negli anni “Se si parla di Raee, l’illegalità corre su diversi binari”, dice Stafano Ciafani. Non esistono cioè solo le discariche abusive. C’è anche lacriminalità organizzata, che “trasporta telefoni, computer ed elettrodomestici, in luoghi in cui ci sono distretti illegali di riciclaggio. Come ad esempio in Cina o in Africa, dove gli electronic waste non vengono smaltiti correttamente. Poi c’è il profilo del cittadino che non sa cosa deve fare e getta tutto nelbidone dell’indifferenziata. “Disfarsi dei Raee – sottolinea Ciafani – non crea ai cittadini un costo aggiuntivo, come ad esempio nel caso dell’amianto. Esiste anche la raccolta uno contro uno, compri l’elettrodomestico nuovo e il negoziante è obbligato a ritirarti il vecchio”. Sara Mussetta, del Centro di coordinamento Raee di Milano, aggiunge che “queste, che sono pratiche corrette, vengono perpetuate dal cittadino soprattutto nel caso di lavatrici e frigoriferi, perché spesso non sa dove gettarli, in quanto ingombranti. Per i cellulari succede molto più raramente”. Traffici verso altri continenti, discariche abusive e cattiva coscienza civica. Questi sono gli elementi che rendono i Raee una possibile bomba ad orologeria per il Pianeta. “All’interno dei rifiuti elettronici – dice Ciafani – ci sono sostanze pericolose, come gli acidi e molti metalli pesanti”, tra cui mercurio, cadmio e cromo....
read moreQuando si lotta per non morire
[di Raùl Zibechi su comune-info.net] Le alternative al mondo che considera l’accumulazione di denaro più importante della vita non nascono nelle istituzioni statali né al centro della scena politica. La cosa non dovrebbe sorprendere, soprattutto i lettori di Comune, eppure tutti torniamo a dimenticarcene quando lo scontro politico o la competizione elettorale si fanno incandescenti e impazzano nei telegiornali. Le alternative concrete al capitalismo spuntano invece ai margini, lontano dalle relazioni egemoniche e dai riflettori mediatici. Come nel caso dei campamentos della salute adottati dalla facoltà di medicina di Rosario, Argentina, uno dei migliori esempi di alleanza tra movimenti sociali e scienza. La ricetta è semplice: si lotta per non morire. Ne parleremo anche al Seminario di Pescia di fine agosto (verrà anche Oscar Olivera), a Roma e nelle altre date del prossimo viaggio in Italia di Raúl promosso da Camminar domandando e Comune. Le alternative al capitalismo in ambiti come l’educazione, la produzione e la salute si espandono e iniziano a coinvolgere nuovi settori sociali. Alle pratiche tradizionali al di fuori del sistema che caratterizzano i popoli indigeni e i contadini, si stanno aggiungendo quelle dei settori urbani, tanto nelle periferie delle grandi città come tra i lavoratori della salute e dell’educazione. La Semana de la Ciencia Digna en Salud, organizzata dal 15 al 19 giugno dalla Facoltà di Scienze Mediche dell’Università Nazionale di Rosario (Argentina, ndt) è un buon esempio di come la resistenza al modello estrattivista apre spazi dai quali iniziano a manifestarsi pratiche di emancipazione. La settimana ha messo insieme cinque incontri : salute socioambientale, formazione docenti, comunicazione e costruzione della scienza, un forum studentesco e il primo incontro in America Latina della Unión de Científicos Comprometidos con la Sociedad [Unione degli Scienziati Impegnati per la Società]. In termini numerici, sono state organizzate più di 70 attività, sono stati illustrati 110 lavori accademici e quattro libri, c’erano 113 relatori, scienziati di nove paesi e centinaia di studenti, professionisti ed esponenti dei movimenti sociali.L’incontro è stato possibile grazie al lavoro congiunto di due movimenti: le organizzazioni sociali che oppongono resistenza all’attività estrattiva e alle monocolture di soia – il cuore del modello estrattivista – e i lavoratori e gli studenti che, dai loro posti, non solo appoggiano queste lotte ma ne sono coinvolti come militanti. L’incontro è iniziato il 16 giugno, ricorrenza della data di nascita dello scienziatoAndrés Carrasco, referente della resistenza agli organismi transgenici per il suo rigore accademico e il suo impegno con le persone colpite. È stato responsabile del Laboratorio di Embriologia Molecolare della Facoltà di Medicina della UBA [Università di Buenos Aires] e ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche Scientifiche (Conicet). Nel 2009 ha avvertito che il glifosato produceva malformazioni negli embrioni degli anfibi: per tale motivo ha dovuto affrontare una campagna diffamatoria da parte delle imprese, del mondo accademico e da parte di funzionari del governo. Carrasco sosteneva che le prove sugli effetti degli agrotossici non andavano cercate nei laboratori, bensì tra le comunità sottoposte a fumigazioni. È morto a maggio del 2014, alcune settimane dopo aver partecipato alla escuelita zapatistae oggi è un simbolo della lotta contro l’estrattivismo. La prima dichiarazione degli scienziati impegnati gli rende omaggio, nel sottolineare che “il lavoro scientifico deve essere sviluppato in una maniera eticamente responsabile”. Durante la settimana, medici, biochimici, genetisti, docenti ed esponenti dei movimenti sociali hanno presentato lavori su un’ampia gamma di temi. Si è insistito sul...
read moreGela, accordi su raffineria green rimasti sulla carta. Eni impiegherà meno della metà dei lavoratori del 2013
[di Andrea Turco su meridionews.it] CRONACA– A otto mesi di distanza dalla firma del protocollo, quasi nulla è stato fatto. Autorizzazioni ferme e lavoratori con l’incubo della scadenza degli ammortizzatori. L’amministrazione a Cinquestelle prova a istituire un tavolo di coordinamento. Intanto gli operai emigrano, come Franco: «Sono nella Svizzera francese insieme ad altri 20 colleghi, il lavoro è duro, ma nelle raffinerie siciliane lo è stato molto di più» È stata una settimana intensa sul fronte Eni a Gela. Il protocollo d’intesa, firmato a Roma presso il Ministero dello Sviluppo Economico il 6 novembre scorso, doveva essere la panacea di ogni male per il futuro della raffineria, convertita in green. Invece i problemi sono rimasti, ed anzi sembrerebbero acuiti. A distanza di otto mesi mancano ancora le autorizzazioni necessarie a sbloccare i lavori. Non sono stati definiti neanche gli interventi sulle opere di compensazione, quei 32 milioni di euro che avevano fatto gola alla cittadinanza e coi quali il presidente della Regione Rosario Crocetta aveva promesso che si sarebbero rifatte strade e piazze. Il rischio maggiore di questa mancata applicazione è rappresentato dalla diga Disueri. Il ritardo degli interventi su questa struttura sta lasciando nuovamente a secco gli agricoltori. Neanche il decreto per l’area di crisi complessa, che avrebbe dovuto essere una boccata d’ossigeno per i lavoratori, come più volte ribadito dai sindacati, è stato finora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Per provare ad accelerare l’iter delle autorizzazioni necessarie, la nuova amministrazione a Cinquestelle ha incontrato giovedì scorso i vertici Eni ed Enimed. Obiettivo: sollecitare ulteriormente la Regione siciliana, additata come responsabile del mancato rispetto degli accordi. E assente anche al tavolo di giovedì scorso. «Abbiamo già avuto un incontro con i suoi rappresentanti – spiegano in una nota il sindaco Domenico Messinese ed il vicesindaco Simone Siciliano – Stiamo istituendo un tavolo di coordinamento in grado di monitorare e dare nuovo slancio alle azioni del protocollo». Nella ricostruzione che il primo cittadino gelese fornisce a Meridionews, i numeri della possibile intesa sono comunque molto inferiori rispetto a quelli del luglio 2013, quando la chiusura della Raffineria di Gela divenne certa con la pubblicazione dei nuovi piani industriali Eni. «Per tre turni di lavoro – dice Messinese – dovrebbero essere impiegati nella green rafinery tra gli 80 e i 120 operai. L’unico raffronto in questo senso si può fare con gli impianti di Venezia, e lì a regime i lavoratori sono 200. Tra le altre cose – continua – a denti stretti i vertici di Eni ed Enimed hanno detto che in quegli impianti non ci perdono e non ci guadagnano. Le trivellazioni a terra e mare, poi, impiegheranno ancor meno persone. A voler stare larghi il mondo Eni prevede a Gela l’impiego di 700-750 lavoratori». Meno della metà rispetto solamente a due anni fa. Non a caso venerdì 17 luglio, davanti la sede del Comune, si è svolta una protesta da parte di una cinquantina di metalmeccanici dell’indotto, tra i settori più penalizzati. Per questo motivo Messinese e Siciliano hanno convocato, nella stessa mattinata, i sindacati. Che hanno espresso preoccupazione perl’imminente scadenza degli ammortizzatori sociali. Secondo le cifre a loro disposizione, una trentina di operai non percepisce più alcuna indennità già da maggio scorso. Col rischio concreto che tra qualche mese questa situazione possa estendersi a tutti i metalmeccanici dell’indotto. Chi può va già via, a cercare nuovi impieghi in altre fabbriche sparse per...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.