CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

La corsa nucleare cinese: nel 2020 la Cina sarà il terzo produttore del mondo

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La corsa nucleare cinese: nel 2020 la Cina sarà il terzo produttore del mondo

[su Greenreport.it] Pehino punta a sviluppare (e vendere) quello made in China, con tecnologia Usa   Con decine di centrali nucleari programmate o in costruzione, la produzione di energia nucleare della Cina presto supererà Corea del Sud, Russia e Giappone. A dirlo è un rapporto dell’ Energy Information Administration Usa (Eia)  che sottolinea: «L’energia nucleare attualmente costituisce poco più del 2% della produzione totale di energia  della Cina. Tuttavia, il governo cinese ha l’obiettivo dichiarato di fornire almeno il 15% del consumo totale di energia entro il 2020 (in aumento del 20% entro il 2030) da combustibili non fossili, compreso il nucleare, l’idroelettrico e da altre fonti rinnovabili. Per contribuire al raggiungimento di questo obiettivo, la Cina prevede di aumentare la capacità nucleare a 58 gigawatt (GW) e di avere 30 GW di capacità in costruzione entro il 2020».   Negli ultimi anni – con un breve rallentamento dopo il disastro dell’11 marzo 2011 nella centrale nucleare giapponese di Fikushima Daiichi –  la Cina ha rapidamente ampliato la produzione nucleare e  probabilmente la incrementerà ancora con nuove centrali  nei prossimi anni.   Dopo che, dall’inizio del 2013, la Repubblica popolare cinese  ha aggiunto 10 reattori, per un totale di oltre di 10 GW, attualmente il installato in Cina è 23 GW,. Entro la fine del 2015, la Cina  prevede di superare la Corea del Sud e la Russia per capacità di generazione nucleare,  restando dietro solo a Usa, Francia e Giappone.  Ma la Cina sta anche costruendo centrali e reattori per altri 23 GW di capacità nucleare che dovrebbero diventare operativi entro il 2020, quindi supererà anche il Giappone e diventerà il Paese leader dell’energia nucleare in Asia.   Dopo il disastro nucleare di Fukushima Daiichi la Cina ha cominciato a progettare di costruire reattori nucleari nelle sue immense distese interne, ma ci sono problemi di approvvigionamento idrico e di sicurezza sismica,  attualmente tutte le sue centrali nucleari attualmente sorgono lungo la costa orientale e il sud el paese, vicino alle grandi megalopoli da dove arriva la stragrande parte della domanda di energia cinese.   Il governo cinese vuole mantenere un forte controllo su  tutta la catena di approvvigionamento nucleare: « La Cina intende costruire riserve strategiche e commerciali di uranio strategici attraverso gli acquisti all’estero  – si legge nel rapporto Eia – e continuare a sviluppare la produzione nazionale nella Mongolia Interna (centro-nord della Cina) e nello Xinjiang (Cina nord-occidentale)» Secondo la World Nuclear Association, la Cina sta costruendo impianti di ritrattamento del combustibile nucleare che dovrebbero entrare in attività entro il 2017.   La Cina importa tutta la tecnologia per i  reattori delle sue centrali nucleari, ma sta  progettando suoi  grandi reattori ad acqua pressurizzata, i  CAP1400,  con un trasferimento di tecnologia che arriva dalla statunitense Westinghouse. Inoltre, come parte del suo programma di espansione nucleare, nel 2014 la Cina ha firmato accordi con Romania, Argentina, Turchia e Sudafrica  per finanziare la costruzione di reattori nucleari ed esportare la sua nuova tecnologia nucleare. Ora bisognerà vedere quanto è “sicura”, visto che il nucleare cinese,  sia quello ex sovietico che quello russo/occidentale, in Cina è sempre strato al servizio dello sviluppo di armi nucleari e, nonostante sia circondato da una pesante cappa di “riservatezza”, sono trapelate le notizie di diversi incidenti, malfunzionamenti e problemi strutturali e sismici per le centrali in attività.  ...

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Le emissioni di gas serra possono vanificare la datazione al radiocarbonio

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Le emissioni di gas serra possono vanificare la datazione al radiocarbonio

[su Greenreport.it] Nel 2050 i dati potrebbero essere falsati già di 1.000 anni, nel 2100 di 2.000 Secondo lo studio “Impact of fossil fuel emissions on atmospheric radiocarbon and various applications of radiocarbon over this century”, pubblicato su Pnas,  le crescenti emissioni dall’utilizzo di combustibili fossili stanno minacciando l’efficacia della datazione al radiocarbonio. L’autrice dello studio, Heather D. Graven, del dipartimento di fisica e del Grantham Institute dell’Imperial College London, sottolinea che «Una vasta gamma di discipline scientifiche e di industrie utilizzano le analisi al radiocarbonio; per esempio, è usato nella datazione dei campioni archeologici e nell’identificazione forense di tessuti umani e di fauna selvatica, compreso l’avorio in commercio». La Graven lancia un allarme: «Nel corso del prossimo secolo, le emissioni di combustibili fossili produrranno una grande quantità di CO2 senza carbonio 14 (14 C), perché i combustibili fossili hanno perso il 14 C nel corso di milioni di anni di decadimento radioattivo. La CO2 atmosferica, e di conseguenza il materiale organico di nuova produzione, apparirà come se fosse “invecchiato”, o avesse perso 14 C da decadimento. Entro il 2050, il materiale organico fresco potrebbe avere la stessa ratio 14C/C dei campioni da 1050 e, quindi, essere indistinguibile con la datazione al radiocarbonio. Alcune delle attuali applicazioni per il 14 C potrebbero cessare di essere valide e altre applicazioni ne saranno fortemente influenzate. Il metodo di misurazione del  carbonio14, una forma radioattiva dell’elemento che viene prodotta in atmosfera e quindi assorbita dalle piante attraverso la fotosintesi, è stato sviluppato alla fine degli anni ’40 del secolo scorso. Gli animali che mangiano le piante ingeriscono il carbonio14 e così, confrontando il livello di carbonio 14 e carbonio non radioattivo nel campione, gli scienziati sono in grado di determinare l’età di quasi tutto quello che è organico. Il metodo è stato utilizzato per determinare con precisione l’età di migliaia di reperti e di scoprire le frodi arte. Il caso forse più famoso e riportato come esempio anche da BBC News Science & Environment è quella della datazione radiocarbonio della sacra Sindone di Torino realizzata nel 1988 e dalla quale è emerso che risalirebbe al XIII secolo,  più di 1.200 anni dopo la morte di Cristo, la cui immagine si dovrebbe rappresentare. La Graven  ha esaminato i trend possibili delle emissioni di gas serra e pensa che già entro il 2020 gli aumenti di carbonio non radioattivo potrebbero cominciare a influenzare il tecnica di datazione: all’attuale ritmo di aumento delle emissioni, nel 2050 un capo di abbigliamento esaminato con la tecnica del radiocarbonio potrebbe avere  la stessa età di  un abito indossato da Guglielmo il Conquistatore 1000 anni prima. La Graven. Conclude: «In termini di quanto diventerà forte questo effetto di diluizione, dipende molto da quanto aumenteranno o diminuiranno  le emissioni nel corso del prossimo secolo. Se riducessimo rapidamente le emissioni potremmo stare intorno a una età di carbonio di 100 anni in atmosfera, ma se aumenteremo fortemente le emissioni potremmo  raggiungere un’età di 1.000 anni entro il 2050 e intorno ai 2.000 anni entro il 2100». Quindi la datazione col radiocarbonio non avrebbe praticamente più valore, almeno  per quanto riguarda i reperti storici. Pubblicato il 22 luglio 2015 su...

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In Italia l’inquinamento atmosferico ogni anno causa 88 miliardi di euro di danni

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In Italia l’inquinamento atmosferico ogni anno causa 88 miliardi di euro di danni

[di Giulio Meneghello su qualenergia.it] Oltre 32mila morti premature all’anno. A dirlo un nuovo rapporto di OMS e OCSE. Nel nostro Paese i danni sanitari dovuti all’inquinamento dell’aria si mangiano il 4,7% del Pil. Nell’area europea le morti premature sono circa 600mila, con danni che in alcuni Paesi superano il 20% del Pil. “Ridurre le emissioni deve essere una priorità politica”, si avverte. L’inquinamento atmosferico in Italia causa più di 32mila morti premature all’anno e danni per 97 miliardi di dollari all’anno (circa 88,5 miliardi di euro). Si mangia cioè quasi 5 punti di Pil. Bisognerebbe tenere conto anche di questi dati, diffusi oggi dall’Organizzazione mondiale della Sanità, quando si parla di politiche ambientali ed energetiche – sostegno a rinnovabili ed efficienza energetica in primis – e dei loro costi e benefici. Oggi l’OMS, in collaborazione con l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), ha pubblicato un nuovo report in cui stima i costi sanitari dell’inquinamento atmosferico, sia indoor che outdoor, nella regione europea. Un calcolo inedito dal quale emerge che nei 53 Paesi considerati l’inquinamento atmosferico (ai valori registrati al 2010) causa circa 600mila morti premature l’anno che, sommate alle malattie, si traducono in un danno economico di circa 1.600 miliardi di dollari. Le centrali termoelettriche, i trasporti su strada e l’agricoltura, assieme ai caminetti di casa e a tutte le altre fonti di emissioni di particolato, ci costano cioè circa il 10% del Pil dell’Unione Europea del 2013. Un conto dal quale ovviamente sono esclusi altri danni, come quelli legati alle emissioni di CO2. Oltre il 90% dei cittadini della regione europea, mostra lo studio, è esposto a livelli di inquinamento atmosferico superiori ai limiti massimi suggeriti dall’OMS. L’inquinamento outdoor, causando malattie cardiocircolatorie, cancri ai polmoni e altre patologie, è responsabile di circa 482mila morti premature l’anno, quello degli ambienti interni di circa 117.200. Le morti premature da inquinamento atmosferico causano danni per 1.400 miliardi di dollari e un altro 10% dei costi, che porta il totale a 1.600 miliardi, viene dalle malattie. Per tradurre in costi economici le morti premature e le ricadute sanitarie – cosa tutt’altro che semplice – lo studio OMS-OCSE, usa la metodologia del “value of statistical life” (VSL), il “valore statistico della vita”. In pratica si stima il valore che le varie società sono disposte a pagare per evitare queste morti e queste malattie: ne esce un valore differenziato a seconda dei vari contesti economici (ad esempio, una vita in Italia, ai fini statistici, “vale” 3 milioni di dollari, in Kirghizistan 490mila dollari e in Lussemburgo 6,28 milioni). In 10 tra i 53 Paesi considerati, l’inquinamento atmosferico vale oltre il 20% del Pil: le situazioni peggiori sono soprattutto nelle nazioni a basso reddito dell’Est-Europa, come la Bulgaria dove i danni arrivano al 29% del Pil. In rapporto al Pil il Paese con meno danni da inquinamento atmosferico è la Norvegia (0,3%), seguita dalla Svezia (0,9%) e dalla Finlandia con lo 0,7% (in allegato in basso la sintesi dei dati per Paese e il report completo). In Italia il danno è pari al 4,7% del Pil, con 97.193 milioni di dollari (88.550 milioni di euro) e circa 32.400 morti premature all’anno. Di fronte a questi dati non c’è bisogno di riportare l’appello dell’OMS a fare della lotta all’inquinamento atmosferico una priorità...

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Calo delle emissioni di CO2 negli Usa: il merito è della crisi, non del fracking

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Calo delle emissioni di CO2 negli Usa: il merito è della crisi, non del fracking

[su greenreport.it] Tra il tra il 2007 e il 2013 negli Stati Uniti le emissioni di CO2 da combustibili fossili sono a calate da 6.023 a 5.377 megatonnellate (mt), e, come scrive un team internazionali su Nature Communications, «Questo declino è stato ampiamente attribuito al passaggio dall’utilizzo del carbone al gas naturale nella produzione di energia elettrica Usa». Infatti, nel 2012 il carbone rappresentava ormai “solo” il 37% della produzione di elettricità del Paese (nel 2007 era il 50%), perché è stato sostituito in gran parte dal gas proveniente in gran parte dalla contestatissima fratturazione idraulica. Ma lo studio “Drivers of the US CO2 emissions 1997–2013” degli stessi ricercatori, sottolinea che «Tuttavia, i fattori alla base del declino non sono stati valutati quantitativamente; il ruolo del gas naturale nel declino resta quindi speculativo». Analizzando i fattori che hanno influenzato le emissioni statunitensi il team di univesità ed istituti statunitensi, cinesi, britannici e austriaci fa notare che prima del 2007 a far aumentare le emissioni di gas serra era stata soprattutto la crescita economica e che «Dopo il 2007, la diminuzione delle emissioni è avvenuta in gran parte a causa della recessione economica, con i cambiamenti nel mix dei combustibili (ad esempio, la sostituzione del gas naturale per il carbone) che hanno svolto un ruolo relativamente minore». Tradotto in soldoni, il boom del fracking non c’entra quasi nulla con il calo delle emissioni di gas serra negli Usa. Il principale autore dello studio, Steven Davis del Department of Earth System Science dell’Università della California-Irvine (Uci). Spiega che «Nei nostri risultati, il gas naturale svolge una piccola parte nel calo delle emissioni in calo. I veri eroi sono quelli che stanno consumando meno cose e utilizzano l’energia in modo più efficiente». Infatti, tra il 2007 e il 2009, quando le emissioni Usa sono crollate del 10%, ci sono stati cambiamenti nei consumi americani, in particolare per quanto riguarda i prodotti, le industrie manifatturiere e di servizi e la quantità di energia utilizzata per ogni dollaro di prodotti fabbricato. «Insieme – dicono alla Uci – questi cambiamenti rappresentano oltre tre quarti della diminuzione delle emissioni tra il 1997 e il 2013, con i cambiamenti nel mix di combustibili utilizzati per generare energia che assommano ad appena il 18%». Secondo Davis e il suo team, «Senza nuove politiche che limitano le emissioni di CO2, può essere difficile limitare le emissioni, mentre l’economia americana continua a recuperare. E infatti, le emissioni di CO2 degli Stati Uniti sono aumentate nel 2013 e 2014». Davis conclude: «Molte persone sono entusiaste per il fatto che abbiamo improvvisamente rifornimenti di gas naturale abbondanti e a prezzi accessibili, compresi molti di coloro che sono preoccupati per il clima. Il nostro studio dimostra l’importanza preponderante di altri fattori e mette in guardia contro una pia illusione». L’amministrazione Obama ha fissato obiettivi di riduzione delle emissioni di carbonio Usa del 17% entro il 2020 e dell’83% al 2050, rispetto ai livelli del 1997. Ma no sarà facile rispettarli. Un altro degli autori dello studio, Laixiang Sun, dell’Università di Maryland, sottolinea che «Ulteriori aumenti nell’utilizzo del gas naturale negli Stati Uniti non possono avere un grande effetto sulle emissioni di gas serra e sul riscaldamento globali ed ulteriori riduzioni delle emissioni dovute alla diminuzione dell’intensità energetica non sono inevitabili». Il boom del...

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Repubblica centrafricana, legno rosso sangue

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Repubblica centrafricana, legno rosso sangue

[di Marco Simoncelli su repubblica.it] Da un rapporto di Global witness – si legge sul Nigrizia.it – si apprende che l’industria forestale ha alimentato la guerra civile centrafricana finanziando i due gruppi in conflitto. Imprese europee e cinesi hanno pagato quasi 3,4 milioni di euro nel 2013 ai ribelli di Seleka, mentre nel 2014 hanno versato circa 127.800 euro alle milizie cristiane anti-balaka   Quando in gioco ci sono gli affari e tanto denaro, non importa chi è l’interlocutore né di cosa si occupa: basta lucrare. Questa è una regola tristemente nota nel continente africano. Dal 2013 la Repubblica Centrafricana (Rca), uno stato senza sbocchi sul mare con una popolazione di 4,6 milioni di abitanti, è sconvolto dal conflitto più sanguinoso della sua storia. Più di 5 mila persone sono morte e più di 1 milione sono invece quelle rifugiate oltre confine o sfollate all’interno del paese. Repubblica Centrafricana, legno insanguinato Finanziate entrambe le fazioni. In questo contesto, le aziende dell’industria del legname che lavorano nel paese hanno finanziato entrambe le fazioni attive nel conflitto – prima i Seleka e poi gli anti-Balaka – pur di poter continuare a esportare risorse, contribuendo così a creare i mezzi finanziari necessari a perpetrare la feroce campagna di violenza contro la popolazione del paese. La denuncia arriva da un rapporto intitolato Blood timber (Legno insanguinato) pubblicato dalla Global Witness (Gw), organizzazione britannica che si batte contro la corruzione e la devastazione dell’ambiente. Le compagnie coinvolte. Nonostante la scoppio della guerra, tre compagnie multinazionali del legno francesi, cinesi e libanesi hanno continuato a lavorare nella foresta pluviale centrafricana pagando i ribelli. Secondo le stime della Gw, l’industria forestale ha pagato quasi 3,4 milioni di euro nel 2013 ai ribelli della coalizione Seleka e, dopo la disfatta di questo gruppo nel 2014, ha continuato a contribuire all’instabilità del paese pagando almeno 127.864 euro alle milizie anti-Balaka, che avevano preso il controllo delle zone boschive. Secondo la Gw, continuerebbe anche oggi il supporto finanziario alle milizie armate da parte delle compagnie di sfruttamento delle foreste. Una foresta 200 volte Parigi. Le compagnie in esame sono la francese Industrie forestière de Batalimo (Ifb), la più grande in attività, e di proprietà libanese, Société d’exploitation forestière centrafricaine (Sefca) e il gruppo cinese Vicwood. Queste controllano una superficie di foresta duecento volte più grande di Parigi, e insieme forniscono il 99% delle esportazioni di legname dalla Rca. Tutte avrebbero fatto frequenti pagamenti a favore di Seleka sotto forma di tangenti, per superare i blocchi stradali, per la scorta armata e per la tutela delle loro aree di sfruttamento, inclusa una singola transazione di quasi 381mila euro fatta dalla Sefca ai Seleka. La guerra non le ha fermate. Che la loro attività non si sia mai fermata nonostante lo scoppio del conflitto, lo testimonia il fatto che la produzione è calata solo del 6,1%. Il valore delle esportazioni totali dalla Rca equivale a circa 45 milioni di euro. Il 62% della produzione totale è della Sefca, la Vicwood produce il 26% e l’11% la Ifb. Non male come affare se si fa la differenza fra ricavi (sopracitati 45 mln) e spese per “tener buoni” i ribelli di turno (3,5 mln). Complicità europea. L’Europa ha svolto un ruolo significativo in questo giro d’affari sotto diversi aspetti. Il vecchio continente è...

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Ancora un attacco alla tutela del paesaggio nel Ddl Madia

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Ancora un attacco alla tutela del paesaggio nel Ddl Madia

[su retedellaconoscenza.it] “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico della Nazione”; l’articolo 9 della nostra Costituzione è chiaro e scritto con una lungimiranza che non è evidentemente appannaggio della classe politica odierna. Il motivo di critica è la novità contenuta nel disegno di legge Madia di riforma della pubblica amministrazione (C. 3098 recante “Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”), all’esame dell’Aula della Camera il 17 luglio scorso. Nel quasi totale silenzio degli organi di stampa e comunicazione è passato al vaglio del governo il principio per cui sotto il nome dell’efficientismo, principio tanto caro ai renziani, si può passare sopra a qualsiasi approfondimento necessario per tutelare ambiente e paesaggio. La legge stabilisce (all’articolo 7) la trasformazione delle prefetture in «uffici territoriali dello Stato, quale punto di contatto unico tra amministrazione periferica dello Stato e cittadini» sotto la direzione del prefetto, e quindi delega il governo a disporre la «confluenza nell’Ufficio territoriale dello Stato di tutti gli uffici periferici delle amministrazioni civili dello Stato», comprese quindi le Soprintendenze che tuttavia mantengono sulla carta la loro autonomia decisionale nel campo che loro compete. Infatti di fronte alla reazione unanime del Mibact, delle Associazioni di categoria, dei sindacati e di tutte quelle realtà impegnate quotidianamente per la salvaguardia del paesaggio, dell’ambiente e del patrimonio culturale, la Camera ha approvato un ordine del giorno che «impegna il Governo a prevedere che le funzioni dirette di tutela, conservazione, valorizzazione e fruizione dei beni culturali rimangano di competenza esclusiva ed autonoma dell’amministrazione preposta alla tutela dei beni culturali». Tuttavia il conflitto di interessi sarà palese e non si risolverà facilmente a favore delle Soprintendenze, sorpassate nel loro potere decisonale dai pareri prefettuali, improntati all’efficenza, alla velocità, allo snellimento burocratico contro qualsiasi decisione di vincolo paesaggistico, storico-artistico, archeologico spettante da legge (Codice dei Beni Culturali del 2004) alle Soprintedenze. La pericolosissima norma del silenzio-assenso contenuta nello stesso disegno di legge ne è una prova. Quest’ultima recita che, passati 60 giorni dalla richiesta di parere alla Soprintendenza da parte di una pubblica amministrazione per interventi in aree sottoposte a vincolo, in assenza di risposta dagli uffici della Soprintendenza i richiedenti in questione (solo pubbliche amministrazioni) possono procedere anche senza il suo parere (“Decorsi i suddetti termini senza che sia stato comunicato l’assenso, il concerto o il nulla osta, lo stesso si intende acquisito”). Il Consiglio superiore del Mibact ha presentato subito una mozione, chiedendo di rivedere l’articolo in questione:: “Il silenzio-assenso è uno strumento rozzo e pericoloso, rappresenta una risposta sbagliata ad una esigenza giusta e risulta inefficace per contrastare pratiche corruttive. In un campo tanto delicato, come quello della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico, è assolutamente necessaria una valutazione tecnica esplicita da parte degli uffici competenti, anche per ribadire l’esigenza di una loro responsabilizzazione in scelte così importanti per il patrimonio dell’intera comunità nazionale e mondiale”. Il Consiglio superiore del MIBACT propone, infine, come soluzione alternativa ad un problema reale – quello dell’inefficenza e della lentezza di organismi amministrativi territoriali, quali le Soprintendenze, sovraccaricati e sempre più privi di risorse materiali e umane dopo i continui tagli degli ultimi anni – di “rendere obbligatoria, secondo quanto già previsto dal Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, la rapida adozione da parte di tutte le Regioni italiane...

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Sovrapesca del pesce spada, Oceana al governo italiano: fermatela davvero

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Sovrapesca del pesce spada, Oceana al governo italiano: fermatela davvero

[su greenreport.it]Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali (Mipaaf) ha pubblicato un decreto, richiesto dalla Commissione Europea fin dal 2013, per ridurre l’eccessivo numero di imbarcazioni autorizzate per la pesca del pesce spada con palangaro. Ma secondo Oceana, la Ong internazionale che si occupa di difesa del mare, «Le misure previste dal nuovo decreto sono lontane dal raggiungere gli obbiettivi attesi». Per questo l’associazione ambientalista chiede al Governo Italiano di «formulare proposte di gestione concrete per il recupero dello stock del pesce spada in Mediterraneo». Oceana sottolinea che «L’Italia è osservato speciale della CE dal 2013, anno in cui è stato messo a punto un piano d’azione per ovviare alle carenze del sistema italiano nel controllo della pesca di specie altamente migratorie come il pesce spada. Il decreto pubblicato dal Mipaaf è una delle azioni richieste dalla CE e, per autorizzare palangari alla pesca del pesce spada, introduce un requisito minimo di 750kg registrati dal 2011 al 2014. Tale requisito però è talmente minimo che non porterà ad una effettiva riduzione dell’eccessivo numero di imbarcazioni registrate». Lasse Gustavsson, direttore di Oceana in Europa, evidenzia che «Nel 2013 solo 264 imbarcazioni, su oltre 8400 registrate, hanno effettivamente riportato catture di pesce spada. L’eccessivo numero di imbarcazioni registrate ha un effetto negativo sulla corretta gestione dello stock e sui pescatori che dipendono realmente da questa risorsa. Il decreto non è sufficientemente ambizioso e non è all’altezza delle le sfide che fronteggia lo stock del pesce spada in Mediterraneo. Oceana esorta l’Italia, attore chiave in Europa e nella pesca del pesce spada, a far fronte seriamente ai suoi obblighi, a regolamentare effettivamente la flotta e lavorare attivamente per un piano di gestione che consenta il recupero dello stock dalla condizione di sovrapesca». Le oltre 8400 imbarcazioni italiane registrate per la pesca del pesce spada in Mediterraneo sono ben il 40% del totale delle flotte dei 49 Paesi che operano in Oceano Atlantico e Mediterraneo per la cattura di specie altamente migratorie nell’ambito della convenzione della Commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi (ICCAT) mentre le catture rappresentano solo lo 0.4% delle catture totali ICCAT. Oceana dice che «Questi numeri sono altamente sproporzionati se paragonati a quelli di altri Stati europei che pescano pesce spada in Mediterraneo come Grecia o Spagna che per simili valori di catture contano una flotta di palangari composta da un massimo di 240 imbarcazioni (1.1% della flotta ICCAT).Il pesce spada del Mediterraneo è una risorsa sovrasfruttata con oltre il 60% delle catture che si concentrano su individui sottotaglia, individui che non avranno la possibilità di riprodursi». Oceana conclude la sua denuncia chiedendo al governo italiano «una proposta che regoli le catture attraverso un piano di gestione concreto che riduca la pressione sullo stock e sulla frazione giovanile e che ne consenta il recupero e la gestione sostenibile».   pubblicato il 23/07/2015 su...

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Costi e fonti. Liberarsi dei combustibili fossili non è un’utopia

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Costi e fonti. Liberarsi dei combustibili fossili non è un’utopia

[di Richard Martin su Linkiesta.it] Esiste un piano realistico per usare esclusivamente fonti di energia rinnovabile? Secondo il Solutions Project si, ecco i casi di Alaska e Georgia Le fonti di energia rinnovabile, che oggi ammontano a meno del 10 percento dell’energia consumata negli Stati Uniti, sono considerate da molti troppo care e inaffidabili per poter sostituire rapidamente il carbone, il petrolio e il gas naturale. Non sarebbe così secondo il Solutions Project, un gruppo di scienziati, attivisti, e celebrità che la scorsa settimana ha pubblicato un rapporto in cui sono delineati piani individuali per permettere a tutti i 50 stati di impiegare esclusivamente energie rinnovabili per qualunque scopo: elettricità, trasporti, climatizzazione e industria. «Abbiamo dimostrato che tutte le dichiarazioni sul costo proibitivo o sull’impossibilità di utilizzare solamente energie rinnovabili sono semplicemente false» «Quando si parla di energia se ne sentono di tutti i colori, ma guardando ai numeri si scopre che il 99 percento delle soluzioni proposte non sta in piedi», dice Mark Jacobson, direttore dell’Atmosphere Energy Program di Stanford e capo del team che ha elaborato i piani del Solutions Project. «Abbiamo dimostrato che tutte le dichiarazioni sul costo proibitivo o sull’impossibilità di utilizzare solamente energie rinnovabili sono semplicemente false». Intitolato «50 States 50 Plans», il rapporto è senz’altro audace, se non addirittura fantasioso. Esistono alcune proiezioni che lasciano perplessi: la Georgia, ad esempio, con la sua costa lunga 100 miglia e un’area complessiva di oltre 59.000 miglia quadrate, potrebbe ricavare il 35 per cento del proprio fabbisogno energetico dall’eolico offshore — ad oggi non è stato attivato un singolo impianto del genere. L’Alaska, che per la sua enorme estensione territoriale e la lontananza di diverse delle sue comunità presenta un sistema energetico frammentato, potrebbe ricavare il 70 percento della propria energia dall’eolico, sia su terra che offshore. Anche le barriere politiche costituiscono una sfida formidabile. L’Ohio, ad esempio, ha recentemente congelato i suoi standard per le energie rinnovabili, interrompendo di fatto i sovvenzionamenti a qualunque traguardo fissato per le energie rinnovabili. Il superamento di simili ostacoli sarà difficile, ammette Jacobson, ma non impossibile: «Riteniamo che se le persone disporranno di queste informazioni e si renderanno conto di quelli che sono i costi e i benefici reali, le cose andranno molto meglio». Il piano dei 50 stati va però ad unirsi a un crescente numero di rapporti e studi che indicano come la trasformazione del nostro sistema energetico sia meno scoraggiante del previsto In un’era di stallo politico e amare contestazioni sul cambiamento climatico, una simile affermazione potrebbe sembrare ingenua; e programmi come il Solutions Project (il cui consiglio di amministrazione, oltre a Jacobson, è formato da membri quali l’attore Mark Ruffalo e il regista Josh Fox) possono essere facilmente ignorati per le loro improbabili ipotesi. Il piano dei 50 Stati va però ad unirsi a un crescente numero di rapporti e studi che indicano come la trasformazione del nostro sistema energetico sia meno scoraggiante del previsto. Sempre la scorsa settimana, l’Advanced Energy Economy Institute, una no profit concentrata sui problemi ambientali, ha rilasciato un rapporto prodotto dal Brattle Group in cui si esaminano le iniziative perseguite dagli operatori del settore per integrare fonti rinnovabili alla rete elettrica nel tentativo di rispettare il Clean Power Plan dell’EPA. Lo studio ha scoperto che il raggiungimento di un livello...

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Rifiuti, discariche e le competenze dello Stato

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Rifiuti, discariche e le competenze dello Stato

[di Eleonora Santucci su greenreportt.it] La Regione non può rinviare l’entrata in vigore dell’obbligo di collocare in discarica esclusivamente rifiuti trattati, perché non ne ha la competenza. Lo ricorda la Corte Costituzionale – con sentenza 14 luglio 2015, n. 149 – che dichiara incostituzionale la legge della Regione Liguria (legge che apporta delle modifiche a quella sulle “Norme in materia di individuazione degli ambiti ottimali per l’esercizio delle funzioni relative al servizio idrico integrato e alla gestione integrata dei rifiuti”) nella parte in cui la Regione ha procrastinato al 31 dicembre 2014 e, con il crono-programma, sino al 31 dicembre 2015, l’entrata in vigore dell’obbligo di collocare in discarica esclusivamente rifiuti trattati. La questione è stata sollevata dal Presidente del Consiglio dei ministri che, dubitando della legittimità costituzionale della legge Regionale sostiene che la norma sia invasiva delle competenze statali e si ponga in contrasto con i parametri costituzionali. Secondo il Presidente del Consiglio dei ministri la disciplina regionale posticipando nel suo territorio l’entrata in vigore dell’obbligo di collocare in discarica esclusivamente rifiuti trattati, limiterebbe l’operatività dei divieti statali in punto di conferimento in discarica di rifiuti indifferenziati e permetterebbe l’esercizio provvisorio di discariche che non consentono il trattamento differenziato, ben oltre il termine, già da tempo scaduto, fissato dalla legge dello Stato. La legislazione statale, infatti, con il decreto legislativo del 2003 (Attuazione della direttiva 1999/31/CE relativa alle discariche di rifiuti) prevede tale possibilità solo fino al 31 dicembre 2006, termine poi prorogato al 31 dicembre 2008, stabilendo inoltre che le “Regioni adeguano la loro normativa alla presente disciplina”. Secondo la giurisprudenza costituzionale la disciplina dei rifiuti si colloca nell’ambito della tutela dell’ambiente e dell’ecosistema. Anche se interferisce con altri interessi e competenze è di competenza esclusiva statale (art. 117, secondo comma, lettera s), Costituzione). E’ dunque riservato allo Stato il potere di fissare livelli di tutela uniforme sull’intero territorio nazionale, restando ferma la competenza delle Regioni alla cura di interessi funzionalmente collegati con quelli propriamente ambientali. Non è possibile riconoscere una competenza regionale in materia di tutela dell’ambiente, anche se le Regioni possono stabilire per il raggiungimento dei fini propri delle loro competenze, livelli di tutela più elevati, ma sempre nel rispetto della normativa statale di tutela dell’ambiente. La disciplina statale, infatti, stabilisce un livello di tutela uniforme che si impone sull’intero territorio nazionale, come un limite alla disciplina che le Regioni e le Province autonome dettano in altre materie di loro competenza. In tal modo si cerca di evitare che le Regioni e le Province autonome peggiorino il livello di tutela ambientale stabilito dallo Stato.   Pubblicato il 22/07/2015 su...

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Se sulla Brebemi corrono tante auto quante in una strada provinciale

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Se sulla Brebemi corrono tante auto quante in una strada provinciale

[di Dario Balotta su greenreport.it] Fa piacere sapere che il traffico su BreBeMi aumenta, perché nulla è più deprimente di vedere inutilizzata un’opera immensa, fortemente impattante e con carico pesante e crescente sulle casse pubbliche. Se c’è, almeno funzioni. Ma le buone notizie finiscono qui. Con una capacità di 120 mila veicoli giornalieri e previsioni per 60 mila, le “punte” di 38 mila veicoli nei giorni feriali non possono considerarsi un successo e neppure l’avvio di un riequilibrio autonomo (con i pedaggi e senza aiuti di Stato) dei conti di Brebemi. Insomma 38 mila veicoli, quando si raggiungono, visto che sono le punte di traffico di una strada provinciale. I saldi del 45% delle tariffe nel week end sono la plastica dimostrazione che la domanda di traffico è ancora modesta. La caratteristica dei veicoli che utilizzano l’A35 è residenziale/pendolare con percorrenze kilometriche limitate, vanificando cosi la modesta crescita di veicoli. Modesta perché il punto di partenza era bassissimo. L’apertura della Teem ha sì fatto aumentare leggermente il traffico per Brebemi, ma ha creato una nuova autostrada che non si ripagherà mai da sola con i pedaggi, visto quanto è costata (1,8 Mld). Ora, per recuperare traffico, Brebemi propone una nuova opera: il collegamento con l’A4 a Castegnato. Nuovi enormi costi con il miraggio che basti aggiungere solo un nuovo anello mancante, ma cosi si posticipa il problema, il debito che non si ripagherà mai cresce. Il territorio diventerà una gruviera per inseguire il riequilibrio finanziario di una concessionaria autostradale controllata da Gavio e da Banca Intesa. Proprietà che controlla anche la Teem e la CentroPadane e sta pensando esclusivamente ad ampliare la sua rete nella bassa pesando sulle casse pubbliche.   Pubblicato il 22/07/2015 su...

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