Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Petrolio. Renzi perde il Rergno delle due Sicilie, governatori anti-trivelle.
[di Angela Mauro su Huffingtonpost.it] C’è chi dice che la pressione popolare contro le nuove trivellazioni per ricerca ed estrazione petrolifera al sud è troppo forte, irresistibile anche per il più renziano dei governatori. Chi invece aggiunge un altro dato: la debolezza di Matteo Renzi, inimmaginabile fino a qualche tempo fa, almeno fino alle amministrative di fine maggio. Fatto sta che sul petrolio, materia di rilevanza strategica per lo Stato e tema sensibile nel rapporti con l’elettorato, il premier potrebbe aver già perso tutto il ‘Regno delle due Sicilie’, diciamo così. Se l’aspettava da Michele Emiliano, capo-popolo anti-renziano capace anche di scendere in piazza contro la riforma della scuola in campagna elettorale, figurarsi le trivelle in Adriatico e Ionio e il gasdotto Tap. Ma certo, se tra i ‘borboni’ critici di Roma sulle trivelle, ci sono anche il neoeletto in Campania Vincenzo De Luca e il renzianissimo Marcello Pittella, governatore della Basilicata, allora le cose cominciano a stare diversamente. In Sicilia Rosario Crocetta è perso alla causa renziana per altri motivi e comunque da sempre. Ma da Napoli in giù, passando per il centro nevralgico di questa storia che è Bari, si tesse una tela che potrebbe anche portare ad un referendum anti-trivellazioni. Lo chiede l’ex Pd Pippo Civati, il M5s e Sel, fin dall’inizio, accusando i governatori (in particolare Pittella) di fare il doppio gioco sul petrolio o comunque di essere passati dalla parte ‘#notriv’ troppo tardi e senza passi concreti. Però, seppur tra ritardi e tentennamenti, è vero che ormai su queste tematiche l’appoggio al governo nazionale non è più granitico come sei mesi fa, quando – per dire – in Basilicata il governatore Pittella fece spallucce rispetto alla protesta degli studenti davanti alla Regione e non impugnò in Consulta lo ‘Sblocca Italia’, il provvedimento del governo Renzi che autorizza le trivellazioni. Ora la trama è un po’ diversa e pian piano si va costruendo. Un po’ è anche l’effetto Emiliano. Subito dopo la vittoria alle regionali in Puglia, il governatore ha confermato la scelta del suo predecessore, Nichi Vendola, di impugnare lo Sblocca Italia in Corte Costituzionale contro le trivellazioni nel Mar Adriatico. “In questo momento serve soprattutto ragionamento e un approccio scientifico alla decisione politica – sono le sue parole – Bisogna dimostrare a cosa servono queste trivellazioni. Se lo scopo è semplicemente accontentare qualche lobby, peraltro ancora sconosciuta e indeterminata, nella speranza che non lo trovi neanche il petrolio, a me sembra un modo non preciso di ragionare…”. Emiliano non ha perso tempo. Ha subito cominciato a tentare di ‘fare rete’ con i colleghi delle regioni limitrofe. Il 15 luglio scorso è sceso in piazza a Policoro, centro lucano della costa ionica, insieme a Pittella e il governatore della Calabria Mario Oliverio (che però renziano non è mai stato, bensì di ‘fede’ politica bersaniana) per dire no alle trivelle nello Ionio, in riferimento ai permessi di ricerca ed estrazione chiesti per tutta l’area che va dalla Puglia (golfo di Taranto) alla Calabria (golfo di Sibari), passando per la Basilicata (già ‘perforata’ dal Centro Oli a Viggiano e interessata da nuove attività estrattive in altri centri interni, oltre che in mare). Certo, in piazza non è andata liscia. Urla e fischi hanno coperto i discorsi dei tre governatori, in particolare Pittella, che ha maturato la...
read moreRifiuti elettronici, 41,8 milioni di tonnellate nel 2014. Record in Asia
[di Claudia Guarino su ilfattoquotidiano.it] In Italia sono state prodotte 800.000 mila tonnellate di Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche e elettroniche), ma quelle raccolte legalmente sono state appena 237.965,43. “L’illegalità corre su diversi binari”, dice Stafano Ciafani di Legambiente. Una distesa di cellulari, televisioni, frigoriferi gettati via e smaltiti spesso senza rispettare le più elementari norme di sicurezza. Il totale fa 41,8 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici prodotti nel mondo solo nei dodici mesi del 2014, secondo le stime di The Global E-Waste Monitor, dossier di United Nation University. Prima nella lista dei continenti produttori di rifiuti elettronici è l’Asia: è a Oriente, infatti, che si producono piùelectronic waste nel mondo, con un primato di 16 milioni di tonnellate. Ben cinque in più rispetto ai rifiuti elettronici prodotti dall’America (11,7) e dall’Europa (11,6). Ma, se si considera il rapporto tra il numero di abitanti e i chilogrammi di Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche e elettroniche) prodotti, il podio cambia. Al primo posto c’è proprio il nostro continente, con 15,6 kg di spazzatura elettronica pro capite, seguito dall’Oceania (15,2) e dall’America (12.2). Quella prodotta a livello mondiale in un anno è una quantità piuttosto significativa di rifiuti elettronici. A livello nazionale invece, per quanto riguarda cioè i dati relativi all’Italia, si fa riferimento al dossier di Legambiente “I pirati dei Raee”, pubblicato nel 2014. Potrebbe sembrare un po’ datato, ma Stefano Ciafani, vicepresidente dell’associazione ambientalista assicura che “i dati possono dirsi comunque aggiornati, unità più unità meno. Non è cambiato molto da allora. Ed è, che io sappia, l’unica ricerca sull’argomento che si concentra sull’Italia”. Lo studio stima che nel 2012 nel nostro Paese sono state prodotte 800.000 mila tonnellate di Raee. Quelle raccolte legalmente sono state invece 237.965,43. Questo significa che c’è una zona d’ombra, rappresentata dalle discariche abusive. I rifiuti vengono cioè nascosti alle periferie delle città, nei boschi o seppelliti nei terreni agricoli. Tra il 2009 e il 2013 in Italia sono 299 le discariche sequestrate. I depositi illegali di rifiuti elettronici si trovano per la maggior parte in Puglia, Campania e Calabria. Se guardiamo alle province invece, quella con più siti sigillati è Livorno, seguita da Napoli e Campobasso. Andamento della quantità di Raee prodotti negli anni “Se si parla di Raee, l’illegalità corre su diversi binari”, dice Stafano Ciafani. Non esistono cioè solo le discariche abusive. C’è anche lacriminalità organizzata, che “trasporta telefoni, computer ed elettrodomestici, in luoghi in cui ci sono distretti illegali di riciclaggio. Come ad esempio in Cina o in Africa, dove gli electronic waste non vengono smaltiti correttamente. Poi c’è il profilo del cittadino che non sa cosa deve fare e getta tutto nelbidone dell’indifferenziata. “Disfarsi dei Raee – sottolinea Ciafani – non crea ai cittadini un costo aggiuntivo, come ad esempio nel caso dell’amianto. Esiste anche la raccolta uno contro uno, compri l’elettrodomestico nuovo e il negoziante è obbligato a ritirarti il vecchio”. Sara Mussetta, del Centro di coordinamento Raee di Milano, aggiunge che “queste, che sono pratiche corrette, vengono perpetuate dal cittadino soprattutto nel caso di lavatrici e frigoriferi, perché spesso non sa dove gettarli, in quanto ingombranti. Per i cellulari succede molto più raramente”. Traffici verso altri continenti, discariche abusive e cattiva coscienza civica. Questi sono gli elementi che rendono i Raee una possibile bomba ad orologeria per il Pianeta. “All’interno dei rifiuti elettronici – dice Ciafani – ci sono sostanze pericolose, come gli acidi e molti metalli pesanti”, tra cui mercurio, cadmio e cromo....
read moreQuando si lotta per non morire
[di Raùl Zibechi su comune-info.net] Le alternative al mondo che considera l’accumulazione di denaro più importante della vita non nascono nelle istituzioni statali né al centro della scena politica. La cosa non dovrebbe sorprendere, soprattutto i lettori di Comune, eppure tutti torniamo a dimenticarcene quando lo scontro politico o la competizione elettorale si fanno incandescenti e impazzano nei telegiornali. Le alternative concrete al capitalismo spuntano invece ai margini, lontano dalle relazioni egemoniche e dai riflettori mediatici. Come nel caso dei campamentos della salute adottati dalla facoltà di medicina di Rosario, Argentina, uno dei migliori esempi di alleanza tra movimenti sociali e scienza. La ricetta è semplice: si lotta per non morire. Ne parleremo anche al Seminario di Pescia di fine agosto (verrà anche Oscar Olivera), a Roma e nelle altre date del prossimo viaggio in Italia di Raúl promosso da Camminar domandando e Comune. Le alternative al capitalismo in ambiti come l’educazione, la produzione e la salute si espandono e iniziano a coinvolgere nuovi settori sociali. Alle pratiche tradizionali al di fuori del sistema che caratterizzano i popoli indigeni e i contadini, si stanno aggiungendo quelle dei settori urbani, tanto nelle periferie delle grandi città come tra i lavoratori della salute e dell’educazione. La Semana de la Ciencia Digna en Salud, organizzata dal 15 al 19 giugno dalla Facoltà di Scienze Mediche dell’Università Nazionale di Rosario (Argentina, ndt) è un buon esempio di come la resistenza al modello estrattivista apre spazi dai quali iniziano a manifestarsi pratiche di emancipazione. La settimana ha messo insieme cinque incontri : salute socioambientale, formazione docenti, comunicazione e costruzione della scienza, un forum studentesco e il primo incontro in America Latina della Unión de Científicos Comprometidos con la Sociedad [Unione degli Scienziati Impegnati per la Società]. In termini numerici, sono state organizzate più di 70 attività, sono stati illustrati 110 lavori accademici e quattro libri, c’erano 113 relatori, scienziati di nove paesi e centinaia di studenti, professionisti ed esponenti dei movimenti sociali.L’incontro è stato possibile grazie al lavoro congiunto di due movimenti: le organizzazioni sociali che oppongono resistenza all’attività estrattiva e alle monocolture di soia – il cuore del modello estrattivista – e i lavoratori e gli studenti che, dai loro posti, non solo appoggiano queste lotte ma ne sono coinvolti come militanti. L’incontro è iniziato il 16 giugno, ricorrenza della data di nascita dello scienziatoAndrés Carrasco, referente della resistenza agli organismi transgenici per il suo rigore accademico e il suo impegno con le persone colpite. È stato responsabile del Laboratorio di Embriologia Molecolare della Facoltà di Medicina della UBA [Università di Buenos Aires] e ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche Scientifiche (Conicet). Nel 2009 ha avvertito che il glifosato produceva malformazioni negli embrioni degli anfibi: per tale motivo ha dovuto affrontare una campagna diffamatoria da parte delle imprese, del mondo accademico e da parte di funzionari del governo. Carrasco sosteneva che le prove sugli effetti degli agrotossici non andavano cercate nei laboratori, bensì tra le comunità sottoposte a fumigazioni. È morto a maggio del 2014, alcune settimane dopo aver partecipato alla escuelita zapatistae oggi è un simbolo della lotta contro l’estrattivismo. La prima dichiarazione degli scienziati impegnati gli rende omaggio, nel sottolineare che “il lavoro scientifico deve essere sviluppato in una maniera eticamente responsabile”. Durante la settimana, medici, biochimici, genetisti, docenti ed esponenti dei movimenti sociali hanno presentato lavori su un’ampia gamma di temi. Si è insistito sul...
read moreGela, accordi su raffineria green rimasti sulla carta. Eni impiegherà meno della metà dei lavoratori del 2013
[di Andrea Turco su meridionews.it] CRONACA– A otto mesi di distanza dalla firma del protocollo, quasi nulla è stato fatto. Autorizzazioni ferme e lavoratori con l’incubo della scadenza degli ammortizzatori. L’amministrazione a Cinquestelle prova a istituire un tavolo di coordinamento. Intanto gli operai emigrano, come Franco: «Sono nella Svizzera francese insieme ad altri 20 colleghi, il lavoro è duro, ma nelle raffinerie siciliane lo è stato molto di più» È stata una settimana intensa sul fronte Eni a Gela. Il protocollo d’intesa, firmato a Roma presso il Ministero dello Sviluppo Economico il 6 novembre scorso, doveva essere la panacea di ogni male per il futuro della raffineria, convertita in green. Invece i problemi sono rimasti, ed anzi sembrerebbero acuiti. A distanza di otto mesi mancano ancora le autorizzazioni necessarie a sbloccare i lavori. Non sono stati definiti neanche gli interventi sulle opere di compensazione, quei 32 milioni di euro che avevano fatto gola alla cittadinanza e coi quali il presidente della Regione Rosario Crocetta aveva promesso che si sarebbero rifatte strade e piazze. Il rischio maggiore di questa mancata applicazione è rappresentato dalla diga Disueri. Il ritardo degli interventi su questa struttura sta lasciando nuovamente a secco gli agricoltori. Neanche il decreto per l’area di crisi complessa, che avrebbe dovuto essere una boccata d’ossigeno per i lavoratori, come più volte ribadito dai sindacati, è stato finora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Per provare ad accelerare l’iter delle autorizzazioni necessarie, la nuova amministrazione a Cinquestelle ha incontrato giovedì scorso i vertici Eni ed Enimed. Obiettivo: sollecitare ulteriormente la Regione siciliana, additata come responsabile del mancato rispetto degli accordi. E assente anche al tavolo di giovedì scorso. «Abbiamo già avuto un incontro con i suoi rappresentanti – spiegano in una nota il sindaco Domenico Messinese ed il vicesindaco Simone Siciliano – Stiamo istituendo un tavolo di coordinamento in grado di monitorare e dare nuovo slancio alle azioni del protocollo». Nella ricostruzione che il primo cittadino gelese fornisce a Meridionews, i numeri della possibile intesa sono comunque molto inferiori rispetto a quelli del luglio 2013, quando la chiusura della Raffineria di Gela divenne certa con la pubblicazione dei nuovi piani industriali Eni. «Per tre turni di lavoro – dice Messinese – dovrebbero essere impiegati nella green rafinery tra gli 80 e i 120 operai. L’unico raffronto in questo senso si può fare con gli impianti di Venezia, e lì a regime i lavoratori sono 200. Tra le altre cose – continua – a denti stretti i vertici di Eni ed Enimed hanno detto che in quegli impianti non ci perdono e non ci guadagnano. Le trivellazioni a terra e mare, poi, impiegheranno ancor meno persone. A voler stare larghi il mondo Eni prevede a Gela l’impiego di 700-750 lavoratori». Meno della metà rispetto solamente a due anni fa. Non a caso venerdì 17 luglio, davanti la sede del Comune, si è svolta una protesta da parte di una cinquantina di metalmeccanici dell’indotto, tra i settori più penalizzati. Per questo motivo Messinese e Siciliano hanno convocato, nella stessa mattinata, i sindacati. Che hanno espresso preoccupazione perl’imminente scadenza degli ammortizzatori sociali. Secondo le cifre a loro disposizione, una trentina di operai non percepisce più alcuna indennità già da maggio scorso. Col rischio concreto che tra qualche mese questa situazione possa estendersi a tutti i metalmeccanici dell’indotto. Chi può va già via, a cercare nuovi impieghi in altre fabbriche sparse per...
read moreL’incredibile missione dell’Ente foreste: radere al suolo 500 ettari di bosco
[di Pablo Sole su sardiniapost.it]Chissà chi è stato a sistemare, nel bel mezzo della foresta di Marganai, gioiello naturalistico tra Domusnovas, Iglesias e Fluminimaggiore, un cartello che riporta una delle più famose massime di Toro Seduto: “Quando taglierete l’ultimo albero […], vi accorgerete che il denaro non si può mangiare”. Un buontempone, probabilmente. Perché proprio là l’Ente foreste ha in programma non di tagliare “un albero”, ma oltre 540 ettari di bosco. Ovvero poco meno del 25 per cento della foresta millenaria propriamente detta, che si estende per circa 2.300 ettari. Area, paradossalmente, che proprio l’Ente foreste (già Azienda foreste demaniali) ha contribuito a salvaguardare negli ultimi cinquant’anni. E tutto per ricavare legna da ardere (o biomassa), col ripristino di quel che tecnicamente si chiama “governo a ceduo”. Tradotto: tagliare alberi. Il ‘partner’ dell’iniziativa è il comune di Domusnovas, guidato da Angelo Deidda, che di ettari ne ha già fatti disboscare 35 negli ultimi tre anni. “Crea lavoro e porta ricchezza”, dice il sindaco, evidentemente poco interessato alle massime Sioux così come alle “gravi conseguenze ambientali” provocate dai tagli già effettuati, come emerge dai rilievi effettuati dal team di professionisti impegnato – in parallelo – nell’aggiornamento del Piano di gestione del sito di importanza comunitaria Marganai-Monte Linas. Procedure snelle + nessuna valutazione di incidenza ambientale = 35 ettari già rasi al suolo Tutto parte nel 2010, quando l’assessore regionale all’Ambiente è Giorgio Oppi e l’Ente foreste lancia un progetto pilota per il “ripristino del governo a ceduo e la pianificazione dei futuri tagli” in territorio di Domusnovas. Prevede che le motoseghe rimangano accese fino al 2021 e ‘ripuliscano’ dagli alberi oltre 300 ettari. La Provincia di Carbonia-Iglesias accorda il via libera e stessa cosa fa il Savi, il Servizio valutazione impatti della Regione, che non prescrive nemmeno la procedura di incidenza ambientale. Quando si dice ‘burocrazia zero’, malgrado una parte dell’area interessata dai tagli ricada in ambito Sic, i siti di interesse comunitario che devono essere gestiti secondo precise e per niente lasche prescrizioni. Tant’è: ad effettuare i tagli in località Caraviu e su Isteri è la cooperativa Agricola mediterranea, che si aggiudica il bando per la prima tranche dei lavori da effettuare nel triennio 2010/2012. Per rendere l’idea di ciò che ha comportato questo primo intervento – tagli al livello del suolo per 35 ettari senza soluzione di continuità – viene in soccorso nientemeno che Google Earth. Ente foreste e Comune di Domusnovas non lasciano: raddoppiano A conclusione dei primi tagli, il sindaco di Domusnovas chiede all’Ente foreste di premere sull’acceleratore per dare il via alla seconda stagione di tagli. Si arriva così a luglio 2014, quando Comune ed Ente foreste firmano un apposito protocollo d’intesa: si va avanti, ma prima di agire bisogna inserire il progetto nel Piano forestale particolareggiato (Pfp) che sta stilando la società aretina Dream. Detto, fatto e quasi raddoppiato, visto che gli ettari interessati dalla ceduazione passano da 305 a oltre 540 (circa 400 di superficie netta, escludendo le aree ‘improduttive’). Sembra finita, ma a sparigliare le carte arrivano prima gli ambientalisti del Gruppo di intervento giuridico – che già in aprile ingaggiano una battaglia pressoché in solitaria – poi il Savi, che a ottobre chiarisce come ogni intervento debba essere sottoposto a valutazione di incidenza ambientale. Tagli boschivi...
read moreElettrodotto Villanova-Gissi, nuovo dossier e altre incredibili criticità del progetto “rivisto”
[su primadanoi.it] Il Forum: «bloccare e cancellare un’opera costosa e inutile, ripristinare le aree» ABRUZZO. «Bloccare e cancellare l’inutile e costoso elettrodotto Villanova – Gissi di Terna ripristinando lo stato dei luoghi» è la richiesta agli enti del Forum H2O che oggi ha presentato un secondo dossier sull’opera, dopo quello presentato a febbraio. A seguito della presentazione di quel dossier in cui si rilevavano difformità progettuali e criticità rilevanti e di numerose denunce da parte dei cittadini, Terna ha presentato e sta realizzando un secondo progetto esecutivo. Ha abbandonato, ad esempio, i sostegni “monostelo” per tornare ai tralicci classici che erano previsti nel progetto originario approvato dai ministeri competenti. Una scelta foriera di conseguenze visto che molti cantieri erano stati già approntati per la tipologia monostelo. Inoltre –dicono gli attivisti- «è sconfortante che siano stati gli attivisti a rilevare tali difformità e non già gli enti preposti al controllo delle modalità di esecuzione dell’opera». A sei mesi di distanza il Forum, in collaborazione con molti attivisti e solo dopo diversi accessi agli atti, ha potuto esaminare questo secondo progetto esecutivo riscontrando nuove ed evidenti criticità, sia rispetto ai contenuti progettuali sia per quanto riguarda l’iter procedurale. Per esempio riferisce il Forum H2o, il 69% dei sostegni appartiene a tipologie diverse dal progetto autorizzato; moltissime campate sono di lunghezza differente, anche di centinaia di metri. Su 47 sostegni esaminati (per gli altri non è stato possibile rintracciare il dato negli elaborati) solo 2 sono rimasti identici in altezza rispetto al progetto approvato: 7 si sono abbassati ma ben 37 si sono alzati, di molti metri, con il caso limite del sostegno 49 che è più alto di ben 8 metri! In media questi 47 tralicci si sono alzati di 2,03 metri rispetto al progetto esaminato durante la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale. ALTEZZA TUTTA BRUTTEZZA «Ricordiamo che», precisa il Forum, «il parametro dell’altezza dei sostegni per un elettrodotto è, ovviamente, centrale sia sotto l’aspetto tecnico sia per quanto riguarda la valutazione di impatto ambientale, ad esempio per valutare l’impatto sul paesaggio. Per quanto riguarda le fondazioni, gli elaborati del progetto approvato dagli enti riportavano una profondità massima dei pali trivellati di 15 metri. Nei nuovi elaborati del progetto esecutivo la profondità è arrivata ora a 22,5 metri, con una differenza (in aumento) di oltre il 30%». Nel primo dossier il Forum aveva evidenziato che più di 1/3 dei sostegni ricadeva in aree a rischio idrogeologico; 4 di questi addirittura sono localizzati su frane attive. «Ebbene», aggiungono gli attivisti, «effettuando sopralluoghi, abbiamo rilevato che in diversi casi vi sono nuove frane attive appena a monte dei cantieri. Clamoroso il caso del sostegno 66, localizzato a Filetto su un versante integralmente segnalato dal PAI regionale come “a rischio frana elevato”, con frana quiescente ma riattivabile. Ebbene, la frana, con le piogge primaverili, si è riattivata appena a monte del cantiere. Le foto inserite nel dossier sono inequivocabili! Inoltre i tecnici delle ditte incaricate dei lavori hanno messo nero su bianco durante i rilievi per la redazione del nuovo progetto esecutivo l’esistenza di frane non segnalate precedentemente, neanche dalla regione. Peccato che nella relazione geologica allegata al nuovo progetto esecutivo tutto ciò non sia rilevato. E’ sconfortante pensare che in un paese dove...
read moreMose, sequestrati beni per 7,7 milioni
[su nuovavenezia.geolocal.it] Sono interessate dal provvedimento sette aziende coinvolte nello scandalo che ha travolto a giugno 2014 il Consorzio Venezia Nuova. VENEZIA. Maxi sequestro da 7,7 milioni di euro da parte dei finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Venezia, su ordine del gip Alberto Scaramuzza di terreni, fabbricati, quote societarie e finte azioni di sette società coinvolte nell’inchiesta sul Mose che ha travolto lo scorso anno il Consorzio Venezia Nuova. Oltre allo stesso Consorzio, sono state interessate dalla raffica di sequestri la Mantovani, la Grandi Lavori Fincosit e Condotte, la Cooperativa San Martino e la Nuova Coedmar di Chioggia e la Technostudio di Padova. La legge prevede infatti che i profitti dei reati di corruzione vadano confiscati. Secondo la Procura, le società in questione non avrebbero adottato le contromisure necessarie per evitare che i propri amministratori, che in gran parte sono già stati condannati o hanno patteggiato, commettessero il reato di corruzione. Pubblicato il 16 luglio 2015 su...
read moreIlva, ultimatum procura sull’altoforno sequestrato: ‘Da spegnere entro 23 luglio’
[di Francesco Casula su ilfattoquotidiano.it] Dopo la morte dell’operaio Alessandro Morricella, il gip aveva stabilito che l’impianto non era sicuro. Ma il governo era intervenuto con un decreto ad hoc per consentirne l’utilizzo, sul quale si attende la pronuncia della Consulta. E ora arriva il giro di vite del custode giudiziario. È arrivato nella serata del 20 luglio l’ultimatum della procura di Taranto all’Ilva. È stato il custode giudiziario Barbara Valenzano a inviare una lettera all’azienda con la quale imponeva o spegnimento dell’Altoforno 2 entro il 23 luglio. L’impianto, com’è noto, è stato sequestrato senza facoltà d’uso dalla magistratura dopo l’incidente che è costato la vita al 35enne Alessandro Morricella: una decisione adottata dal gip Martino Rosati a tutela degli operai dato che l’Afo 2 è sprovvisto delle misure di sicurezza che possano garantire l’incolumità dei lavoratori. Il fermo dell’impianto, però, avrebbe comportato il blocco completo della fabbrica e così, ancora una volta, il governo è sceso in campo accanto all’Ilva varando un decreto legge che consente l’utilizzo dell’altoforno nonostante sia insicuro. Sul punto però, i magistrati hanno sollevato la questione di legittimità costituzionale sostenendo che il provvedimento dell’esecutivo viola ben sei articoli della Costituzione. Una mossa che di fatto ha sospeso il giudizio: il gip Rosati, cioè, non risponderà all’istanza dei legali dell’Ilva che avevano chiesto di utilizzare l’altoforno sulla scorta del decreto, fino a quando la Consulta non ne avrà sancito la sua legittimità. Ma l’Ilva non ci sta e l’Altoforno 2 è ancora acceso. Il giro di vite della procura, però, non si è fatto attendere: dopo il blitz dei carabinieri nei giorni scorsi (che hanno identificato 19 operai presenti nell’impianto sequestrato) nelle scorse ore è stato il custode Valenzano, nominato dal pm Antonella De Luca, a ordinare all’azienda di “procedere nell’immediato all’attuazione del programma di interventi per lo spegnimento in sicurezza dell’altoforno 2, così come previsto dal decreto di sequestro preventivo confermato dal gip Martino Rosati il 29 giugno”. Non solo. Il custode giudiziario ha chiesto “di essere informata entro il 24 luglio in merito alla realizzazione delle opere per procedere alle attività di spegnimento” ma ha contestualmente autorizzato il personale ad accedere all’impianto per “garantire in sicurezza l’esercizio del processo, il controllo dei livelli di produzione e delle attività manutentive”. Nel documento firmato anche dall’azienda sono inoltre state individuate le figure aziendali connesse all’esecuzione del provvedimento di sequestro preventivo: 13 in totale tra cui i commissari straordinari Pietro Gnudi,Corrado Carrubba ed Enrico Laghi e il direttore generale Massimo Rosini. Tocca a loro, quindi, garantire che l’ordine della procura venga rispettato. I legali dell’azienda, però, hanno sottolineato nell’incontro con il custode giudiziario che “in vigenza del decreto legge 92/2015 che legittima l’esercizio dell’attività di impresa negli stabilimenti strategici di interesse nazionale quale il sito Ilva di Taranto, ci si riserva ogni valutazione ed iniziativa volta a chiarire il perimetro ed i contenuti dell’eventuale provvedimento giudiziario di esecuzione che giustificherebbe l’odierna iniziativa”. Insomma, l’azienda cerca di prendere tempo in attesa di un nuovo intervento governativo per scongiurare lo stop dello stabilimento. Giovedì 23 luglio, però, non è solo la data ultima per spegnere l’altoforno, ma anche il giorno in cui il giudice per le udienze preliminari Vilma Gilli, dovrà emettere il verdetto sulla richiesta di rinvio a giudizio degli imputati dell’inchiesta “ambiente svenduto”: tra i quali Nicola...
read moreLa Terra dei Fuochi in Toscana
[di Vanessa Roghi su Internazionale.it] “Hai mai visto Bormida? Ha l’acqua color del sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna”. Beppe Fenoglio, Un giorno di fuoco (Einaudi, 1963). Quando Beppe Fenoglio scrive Un giorno di fuoco, negli anni della sua giovinezza, l’acqua del fiume Bormida è già rossa, porca e avvelenata, ma la parola ambientalismo, in Italia, non esiste o è patrimonio di illuminate minoranze. Non si pronuncia mai, tuttavia, in presenza di un’altra parola: lavoro. Semmai fabbrica, ma lavoro no. Perché, come nella morra cinese, lavoro spazza via ambiente; che, come la carta, avvolge il sasso, la fabbrica. Ma è sempre meno forte della forbice, il lavoro appunto. Quando Beppe Fenoglio descrive il fiume Bormida, l’Acna di Cengio la conoscono solo i suoi abitanti e gli operai che ogni giorno timbrano il cartellino e producono coloranti e gas tossici, da più di mezzo secolo. Quando nel 1963 esce Un giorno di fuoco, Beppe Fenoglio è morto di cancro, ed è passato solo un anno dalla sentenza che ha costretto i contadini della val Bormida a risarcire l’Acna, ora di proprietà della Montecatini, per le spese di un processo durato 24 anni nel quale gli abitanti della valle hanno osato far notare che in effetti va bene l’acqua rossa, ma il fatto che nei campi non cresca un filo d’erba non va bene, o no? La Montecatini è cresciuta negli anni del fascismo, ha allargato la sua attività in vaste aree del Piemonte, della Liguria, della Toscana, dell’Emilia Romagna: risorse da sfruttare, acqua, manodopera a basso costo e sono nate alcune delle industrie più importanti della chimica italiana. “Montecatini”, scrive Alberto Prunetti Amianto “non è quella famosa delle terme e di Miss Italia, ma la Montecatini aspra delle Colline metallifere della Val di Cecina, in alta Maremma. La Montecatini che diventerà Edison, poi Montedison, poi si smembrerà in altre società, svenderà alcuni stabilimenti (…)”. La Montecatini, dalla quale sgorgheranno fiumi e fiumi di storie, storie di minerali e di fabbriche, storie di lavoro, scrive ancora Prunetti, “che hanno avvelenato e rovinato i polmoni con la silicosi, per poi impestare di fanghi rossi il mare di fronte all’arcipelago toscano e alla Corsica, smaltire ceneri di pirite nelle miniere scavate decenni prima e intossicare di metalli pesanti i fiumi e il mare”. Risorse naturali, acqua, manodopera a basso costo: vengono scavate nuove miniere, ampliate quelle esistenti: rame, zolfo, piriti, fino al grande incidente, quello del 1954, quando a Ribolla, vicino Grosseto, esplode il pozzo Camorra e muoiono 43 minatori. La storia è nota. Luciano Bianciardi e Carlo Cassola sulla tragedia pubblicano “I minatori della Maremma”. Poi arriva la prima grande crisi industriale dopo gli anni del boom, la crisi che porta l’Eni a rilevare la Montecatini, è il 1966, nasce la Montedison, l’Italia è in fase di “congiuntura”, ma l’industria chimica continua a crescere, a creare centinaia di posti di lavoro. La parola ambientalismo è sempre poco usata, poco la usa anche Antonio Cederna, pure tra i pochi in Italia a porre all’attenzione della politica il problema della tutela dell’ambiente insieme a quello della qualità della vita dei cittadini. Proprio nel 1966 pubblica su L’Espresso un’inchiesta sulla...
read moreCambiare rotta per salvare il pianeta
[di Naomi Klein su comune-info.net]Grazie. È un onore essere qui oggi e specialmente condividere questa tribuna con il cardinal Peter Turkson che ha fatto così tanto per condurci a questo momento storico. Papa Francesco all’inizio della sua enciclica Laudato Si’ (qui l’analisi di Paolo Cacciari scritta per Comune-info, Il Cantico che non c’era) scrive che questa non è un insegnamento rivolto al mondo cattolico ma a «ogni persona che vive su questo pianeta». Da laica ebrea femminista, piuttosto sorpresa di essere stata invitata in Vaticano, posso dire che certamente parla a me. «Non siamo Dio» dichiara l’enciclica. Tutti gli esseri umani lo sanno. Ma circa 400 anni fa, vertiginose scoperte scientifiche hanno fatto pensare a qualcuno che l’umanità fosse sul punto di sapere tutto ciò che c’era da sapere sulla Terra e che quindi fosse “maestra e padrona” della natura, come Cartesio ha mirabilmente detto. Questo, dicevano, è ciò che Dio ha sempre voluto. Questa teoria si è mantenuta in vita per molto tempo. Ma scoperte scientifiche più recenti ci hanno rivelato qualcosa di molto diverso. Perché mentre bruciavamo sempre più combustibili fossili – convinti che le nostre navi container e i nostri jumbo jet avessero livellato il mondo, che noi fossimo dei – i gas a effetto serra si stavano accumulando nell’atmosfera trattenendo incessantemente calore. E ora siamo posti di fronte alla realtà: non siamo mai stati né maestri né padroni e stiamo scatenando forze naturali di gran lunga più potenti delle nostre macchine più ingegnose. Possiamo salvarci, ma solo se abbandoniamo il mito del dominio e del possesso e impariamo a lavorare con la natura, rispettando la sua intrinseca capacità di rinnovamento e rigenerazione. E questo ci conduce al cuore del messaggio dell’interconnessione al centro dell’enciclica. Ciò che il cambiamento climatico ribadisce – per quella minoranza dell’umanità che lo avesse dimenticato – è che non esiste un rapporto a senso unico di puro dominio nella natura. Come scrive papa Francesco, «niente di questo mondo ci risulta indifferente». Per coloro che vedono l’interconnessione come una degradazione cosmica, questo è troppo da sopportare. E così – incoraggiati attivamente dagli attori politici sostenuti dalle compagnie di combustibili fossili – scelgono di negare la scienza. Ma questo sta cambiando, come cambia il clima. E cambierà ancora di più con questa enciclica. Questo potrebbe significare guai seri per i politici statunitensi che fanno affidamento sull’uso della Bibbia come copertura per la loro opposizione ad agire in difesa dell’ambiente. In questo senso, il viaggio di papa Francesco negli Stati uniti nel prossimo settembre non poteva cadere in un momento migliore. Tuttavia, come sottolinea l’enciclica, la negazione assume tante forme. E ci sono molti politici ovunque nel mondo che accettano la scienza ma rifiutano le sue difficili implicazioni. Ho passato le ultime due settimane leggendo centinaia di commenti all’enciclica. E anche se la risposta è stata positiva, ho notato un argomento comune tra i suoi critici. Papa Francesco può anche avere ragione sulla scienza, dicono, e anche sulla morale, ma deve lasciare l’economia e la politica agli esperti. Sono loro gli unici ad avere le competenze in materia di commercio del carbonio e privatizzazione dell’acqua, ci dicono, e su come il mercato possa efficacemente risolvere ogni problema. Sono fortemente in disaccordo. La verità è che siamo arrivati a questo punto – pericoloso – anche...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.