CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

L’incredibile missione dell’Ente foreste: radere al suolo 500 ettari di bosco

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L’incredibile missione dell’Ente foreste: radere al suolo 500 ettari di bosco

[di Pablo Sole su sardiniapost.it]Chissà chi è stato a sistemare, nel bel mezzo della foresta di Marganai, gioiello naturalistico tra Domusnovas, Iglesias e Fluminimaggiore, un cartello che riporta una delle più famose massime di Toro Seduto: “Quando taglierete l’ultimo albero […], vi accorgerete che il denaro non si può mangiare”. Un buontempone, probabilmente. Perché proprio là l’Ente foreste ha in programma non di tagliare “un albero”, ma oltre 540 ettari di bosco. Ovvero poco meno del 25 per cento della foresta millenaria propriamente detta, che si estende per circa 2.300 ettari. Area, paradossalmente, che proprio l’Ente foreste (già Azienda foreste demaniali) ha contribuito a salvaguardare negli ultimi cinquant’anni. E tutto per ricavare legna da ardere (o biomassa), col ripristino di quel che tecnicamente si chiama “governo a ceduo”. Tradotto: tagliare alberi. Il ‘partner’ dell’iniziativa è il comune di Domusnovas, guidato da Angelo Deidda, che di ettari ne ha già fatti disboscare 35 negli ultimi tre anni. “Crea lavoro e porta ricchezza”, dice il sindaco, evidentemente poco interessato alle massime Sioux così come alle “gravi conseguenze ambientali” provocate dai tagli già effettuati, come emerge dai rilievi effettuati dal team di professionisti impegnato – in parallelo – nell’aggiornamento del Piano di gestione del sito di importanza comunitaria Marganai-Monte Linas.   Procedure snelle + nessuna valutazione di incidenza ambientale = 35 ettari già rasi al suolo   Tutto parte nel 2010, quando l’assessore regionale all’Ambiente è Giorgio Oppi e l’Ente foreste lancia un progetto pilota per il “ripristino del governo a ceduo e la pianificazione dei futuri tagli” in territorio di Domusnovas. Prevede che le motoseghe rimangano accese fino al 2021 e ‘ripuliscano’ dagli alberi oltre 300 ettari. La Provincia di Carbonia-Iglesias accorda il via libera e stessa cosa fa il Savi, il Servizio valutazione impatti della Regione, che non prescrive nemmeno la procedura di incidenza ambientale. Quando si dice ‘burocrazia zero’, malgrado una parte dell’area interessata dai tagli ricada in ambito Sic, i siti di interesse comunitario che devono essere gestiti secondo precise e per niente lasche prescrizioni. Tant’è: ad effettuare i tagli in località Caraviu e su Isteri è la cooperativa Agricola mediterranea, che si aggiudica il bando per la prima tranche dei lavori da effettuare nel triennio 2010/2012. Per rendere l’idea di ciò che ha comportato questo primo intervento – tagli al livello del suolo per 35 ettari senza soluzione di continuità – viene in soccorso nientemeno che Google Earth.   Ente foreste e Comune di Domusnovas non lasciano: raddoppiano   A conclusione dei primi tagli, il sindaco di Domusnovas chiede all’Ente foreste di premere sull’acceleratore per dare il via alla seconda stagione di tagli. Si arriva così a luglio 2014, quando Comune ed Ente foreste firmano un apposito protocollo d’intesa: si va avanti, ma prima di agire bisogna inserire il progetto nel Piano forestale particolareggiato (Pfp) che sta stilando la società aretina Dream. Detto, fatto e quasi raddoppiato, visto che gli ettari interessati dalla ceduazione passano da 305 a oltre 540 (circa 400 di superficie netta, escludendo le aree ‘improduttive’). Sembra finita, ma a sparigliare le carte arrivano prima gli ambientalisti del Gruppo di intervento giuridico – che già in aprile ingaggiano una battaglia pressoché in solitaria – poi il Savi, che a ottobre chiarisce come ogni intervento debba essere sottoposto a valutazione di incidenza ambientale. Tagli boschivi...

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Elettrodotto Villanova-Gissi, nuovo dossier e altre incredibili criticità del progetto “rivisto”

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Elettrodotto Villanova-Gissi, nuovo dossier e altre incredibili criticità del progetto “rivisto”

[su primadanoi.it] Il Forum: «bloccare e cancellare un’opera costosa e inutile, ripristinare le aree»   ABRUZZO. «Bloccare e cancellare l’inutile e costoso elettrodotto Villanova – Gissi di Terna ripristinando lo stato dei luoghi» è la richiesta agli enti del Forum H2O che oggi ha presentato un secondo dossier sull’opera, dopo quello presentato a febbraio.   A seguito della presentazione di quel dossier in cui si rilevavano difformità progettuali e criticità rilevanti e di numerose denunce da parte dei cittadini, Terna ha presentato e sta realizzando un secondo progetto esecutivo.   Ha abbandonato, ad esempio, i sostegni “monostelo” per tornare ai tralicci classici che erano previsti nel progetto originario approvato dai ministeri competenti. Una scelta foriera di conseguenze visto che molti cantieri erano stati già approntati per la tipologia monostelo.   Inoltre –dicono gli attivisti- «è sconfortante che siano stati gli attivisti a rilevare tali difformità e non già gli enti preposti al controllo delle modalità di esecuzione dell’opera».   A sei mesi di distanza il Forum, in collaborazione con molti attivisti e solo dopo diversi accessi agli atti, ha potuto esaminare questo secondo progetto esecutivo riscontrando nuove ed evidenti criticità, sia rispetto ai contenuti progettuali sia per quanto riguarda l’iter procedurale.   Per esempio riferisce il Forum H2o, il 69% dei sostegni appartiene a tipologie diverse dal progetto autorizzato; moltissime campate sono di lunghezza differente, anche di centinaia di metri. Su 47 sostegni esaminati (per gli altri non è stato possibile rintracciare il dato negli elaborati) solo 2 sono rimasti identici in altezza rispetto al progetto approvato: 7 si sono abbassati ma ben 37 si sono alzati, di molti metri, con il caso limite del sostegno 49 che è più alto di ben 8 metri! In media questi 47 tralicci si sono alzati di 2,03 metri rispetto al progetto esaminato durante la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale.   ALTEZZA TUTTA BRUTTEZZA   «Ricordiamo che», precisa il Forum, «il parametro dell’altezza dei sostegni per un elettrodotto è, ovviamente, centrale sia sotto l’aspetto tecnico sia per quanto riguarda la valutazione di impatto ambientale, ad esempio per valutare l’impatto sul paesaggio. Per quanto riguarda le fondazioni, gli elaborati del progetto approvato dagli enti riportavano una profondità massima dei pali trivellati di 15 metri. Nei nuovi elaborati del progetto esecutivo la profondità è arrivata ora a 22,5 metri, con una differenza (in aumento) di oltre il 30%».   Nel primo dossier il Forum aveva evidenziato che più di 1/3 dei sostegni ricadeva in aree a rischio idrogeologico; 4 di questi addirittura sono localizzati su frane attive.   «Ebbene», aggiungono gli attivisti, «effettuando sopralluoghi, abbiamo rilevato che in diversi casi vi sono nuove frane attive appena a monte dei cantieri. Clamoroso il caso del sostegno 66, localizzato a Filetto su un versante integralmente segnalato dal PAI regionale come “a rischio frana elevato”, con frana quiescente ma riattivabile. Ebbene, la frana, con le piogge primaverili, si è riattivata appena a monte del cantiere. Le foto inserite nel dossier sono inequivocabili! Inoltre i tecnici delle ditte incaricate dei lavori hanno messo nero su bianco durante i rilievi  per la redazione del nuovo progetto esecutivo l’esistenza di frane non segnalate precedentemente, neanche dalla regione. Peccato che nella relazione geologica allegata al nuovo progetto esecutivo tutto ciò non sia rilevato. E’ sconfortante pensare che in un paese dove...

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Mose, sequestrati beni per 7,7 milioni

Posted by on 8:37 am in Notizie | Commenti disabilitati su Mose, sequestrati beni per 7,7 milioni

[su nuovavenezia.geolocal.it] Sono interessate dal provvedimento sette aziende coinvolte nello scandalo che ha travolto a giugno 2014 il Consorzio Venezia Nuova.   VENEZIA. Maxi sequestro da 7,7 milioni di euro da parte dei finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Venezia, su ordine del gip Alberto Scaramuzza di terreni, fabbricati, quote societarie e finte azioni di sette società coinvolte nell’inchiesta sul Mose che ha travolto lo scorso anno il Consorzio Venezia Nuova. Oltre allo stesso Consorzio, sono state interessate dalla raffica di sequestri la Mantovani, la Grandi Lavori Fincosit e Condotte, la Cooperativa San Martino e la Nuova Coedmar di Chioggia e la Technostudio di Padova.   La legge prevede infatti che i profitti dei reati di corruzione vadano confiscati. Secondo la Procura, le società in questione non avrebbero adottato le contromisure necessarie per evitare che i propri amministratori, che in gran parte sono già stati condannati o hanno patteggiato, commettessero il reato di corruzione.   Pubblicato il 16 luglio 2015 su...

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Ilva, ultimatum procura sull’altoforno sequestrato: ‘Da spegnere entro 23 luglio’

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Ilva, ultimatum procura sull’altoforno sequestrato: ‘Da spegnere entro 23 luglio’

[di Francesco Casula su ilfattoquotidiano.it] Dopo la morte dell’operaio Alessandro Morricella, il gip aveva stabilito che l’impianto non era sicuro. Ma il governo era intervenuto con un decreto ad hoc per consentirne l’utilizzo, sul quale si attende la pronuncia della Consulta. E ora arriva il giro di vite del custode giudiziario. È arrivato nella serata del 20 luglio l’ultimatum della procura di Taranto all’Ilva. È stato il custode giudiziario Barbara Valenzano a inviare una lettera all’azienda con la quale imponeva o spegnimento dell’Altoforno 2 entro il 23 luglio. L’impianto, com’è noto, è stato sequestrato senza facoltà d’uso dalla magistratura dopo l’incidente che è costato la vita al 35enne Alessandro Morricella: una decisione adottata dal gip Martino Rosati a tutela degli operai dato che l’Afo 2 è sprovvisto delle misure di sicurezza che possano garantire l’incolumità dei lavoratori. Il fermo dell’impianto, però, avrebbe comportato il blocco completo della fabbrica e così, ancora una volta, il governo è sceso in campo accanto all’Ilva varando un decreto legge che consente l’utilizzo dell’altoforno nonostante sia insicuro. Sul punto però, i magistrati hanno sollevato la questione di legittimità costituzionale sostenendo che il provvedimento dell’esecutivo viola ben sei articoli della Costituzione. Una mossa che di fatto ha sospeso il giudizio: il gip Rosati, cioè, non risponderà all’istanza dei legali dell’Ilva che avevano chiesto di utilizzare l’altoforno sulla scorta del decreto, fino a quando la Consulta non ne avrà sancito la sua legittimità. Ma l’Ilva non ci sta e l’Altoforno 2 è ancora acceso. Il giro di vite della procura, però, non si è fatto attendere: dopo il blitz dei carabinieri nei giorni scorsi (che hanno identificato 19 operai presenti nell’impianto sequestrato) nelle scorse ore è stato il custode Valenzano, nominato dal pm Antonella De Luca, a ordinare all’azienda di “procedere nell’immediato all’attuazione del programma di interventi per lo spegnimento in sicurezza dell’altoforno 2, così come previsto dal decreto di sequestro preventivo confermato dal gip Martino Rosati il 29 giugno”. Non solo. Il custode giudiziario ha chiesto “di essere informata entro il 24 luglio in merito alla realizzazione delle opere per procedere alle attività di spegnimento” ma ha contestualmente autorizzato il personale ad accedere all’impianto per “garantire in sicurezza l’esercizio del processo, il controllo dei livelli di produzione e delle attività manutentive”. Nel documento firmato anche dall’azienda sono inoltre state individuate le figure aziendali connesse all’esecuzione del provvedimento di sequestro preventivo: 13 in totale tra cui i commissari straordinari Pietro Gnudi,Corrado Carrubba ed Enrico Laghi e il direttore generale Massimo Rosini. Tocca a loro, quindi, garantire che l’ordine della procura venga rispettato. I legali dell’azienda, però, hanno sottolineato nell’incontro con il custode giudiziario che “in vigenza del decreto legge 92/2015 che legittima l’esercizio dell’attività di impresa negli stabilimenti strategici di interesse nazionale quale il sito Ilva di Taranto, ci si riserva ogni valutazione ed iniziativa volta a chiarire il perimetro ed i contenuti dell’eventuale provvedimento giudiziario di esecuzione che giustificherebbe l’odierna iniziativa”. Insomma, l’azienda cerca di prendere tempo in attesa di un nuovo intervento governativo per scongiurare lo stop dello stabilimento. Giovedì 23 luglio, però, non è solo la data ultima per spegnere l’altoforno, ma anche il giorno in cui il giudice per le udienze preliminari Vilma Gilli, dovrà emettere il verdetto sulla richiesta di rinvio a giudizio degli imputati dell’inchiesta “ambiente svenduto”: tra i quali Nicola...

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La Terra dei Fuochi in Toscana

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La Terra dei Fuochi in Toscana

[di Vanessa Roghi su Internazionale.it] “Hai mai visto Bormida? Ha l’acqua color del sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna”. Beppe Fenoglio, Un giorno di fuoco (Einaudi, 1963). Quando Beppe Fenoglio scrive Un giorno di fuoco, negli anni della sua giovinezza, l’acqua del fiume Bormida è già rossa, porca e avvelenata, ma la parola ambientalismo, in Italia, non esiste o è patrimonio di illuminate minoranze. Non si pronuncia mai, tuttavia, in presenza di un’altra parola: lavoro. Semmai fabbrica, ma lavoro no. Perché, come nella morra cinese, lavoro spazza via ambiente; che, come la carta, avvolge il sasso, la fabbrica. Ma è sempre meno forte della forbice, il lavoro appunto. Quando Beppe Fenoglio descrive il fiume Bormida, l’Acna di Cengio la conoscono solo i suoi abitanti e gli operai che ogni giorno timbrano il cartellino e producono coloranti e gas tossici, da più di mezzo secolo. Quando nel 1963 esce Un giorno di fuoco, Beppe Fenoglio è morto di cancro, ed è passato solo un anno dalla sentenza che ha costretto i contadini della val Bormida a risarcire l’Acna, ora di proprietà della Montecatini, per le spese di un processo durato 24 anni nel quale gli abitanti della valle hanno osato far notare che in effetti va bene l’acqua rossa, ma il fatto che nei campi non cresca un filo d’erba non va bene, o no? La Montecatini è cresciuta negli anni del fascismo, ha allargato la sua attività in vaste aree del Piemonte, della Liguria, della Toscana, dell’Emilia Romagna: risorse da sfruttare, acqua, manodopera a basso costo e sono nate alcune delle industrie più importanti della chimica italiana. “Montecatini”, scrive Alberto Prunetti Amianto “non è quella famosa delle terme e di Miss Italia, ma la Montecatini aspra delle Colline metallifere della Val di Cecina, in alta Maremma. La Montecatini che diventerà Edison, poi Montedison, poi si smembrerà in altre società, svenderà alcuni stabilimenti (…)”. La Montecatini, dalla quale sgorgheranno fiumi e fiumi di storie, storie di minerali e di fabbriche, storie di lavoro, scrive ancora Prunetti, “che hanno avvelenato e rovinato i polmoni con la silicosi, per poi impestare di fanghi rossi il mare di fronte all’arcipelago toscano e alla Corsica, smaltire ceneri di pirite nelle miniere scavate decenni prima e intossicare di metalli pesanti i fiumi e il mare”. Risorse naturali, acqua, manodopera a basso costo: vengono scavate nuove miniere, ampliate quelle esistenti: rame, zolfo, piriti, fino al grande incidente, quello del 1954, quando a Ribolla, vicino Grosseto, esplode il pozzo Camorra e muoiono 43 minatori. La storia è nota. Luciano Bianciardi e Carlo Cassola sulla tragedia pubblicano “I minatori della Maremma”. Poi arriva la prima grande crisi industriale dopo gli anni del boom, la crisi che porta l’Eni a rilevare la Montecatini, è il 1966, nasce la Montedison, l’Italia è in fase di “congiuntura”, ma l’industria chimica continua a crescere, a creare centinaia di posti di lavoro. La parola ambientalismo è sempre poco usata, poco la usa anche Antonio Cederna, pure tra i pochi in Italia a porre all’attenzione della politica il problema della tutela dell’ambiente insieme a quello della qualità della vita dei cittadini. Proprio nel 1966 pubblica su L’Espresso un’inchiesta sulla...

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Cambiare rotta per salvare il pianeta

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Cambiare rotta per salvare il pianeta

[di Naomi Klein su comune-info.net]Grazie. È un onore essere qui oggi e specialmente condividere questa tribuna con il cardinal Peter Turkson che ha fatto così tanto per condurci a questo momento storico. Papa Francesco all’inizio della sua enciclica Laudato Si’ (qui l’analisi di Paolo Cacciari scritta per Comune-info, Il Cantico che non c’era) scrive che questa non è un insegnamento rivolto al mondo cattolico ma a «ogni persona che vive su questo pianeta». Da laica ebrea femminista, piuttosto sorpresa di essere stata invitata in Vaticano, posso dire che certamente parla a me. «Non siamo Dio» dichiara l’enciclica. Tutti gli esseri umani lo sanno. Ma circa 400 anni fa, vertiginose scoperte scientifiche hanno fatto pensare a qualcuno che l’umanità fosse sul punto di sapere tutto ciò che c’era da sapere sulla Terra e che quindi fosse “maestra e padrona” della natura, come Cartesio ha mirabilmente detto. Questo, dicevano, è ciò che Dio ha sempre voluto. Questa teoria si è mantenuta in vita per molto tempo. Ma scoperte scientifiche più recenti ci hanno rivelato qualcosa di molto diverso. Perché mentre bruciavamo sempre più combustibili fossili – convinti che le nostre navi container e i nostri jumbo jet avessero livellato il mondo, che noi fossimo dei – i gas a effetto serra si stavano accumulando nell’atmosfera trattenendo incessantemente calore. E ora siamo posti di fronte alla realtà: non siamo mai stati né maestri né padroni e stiamo scatenando forze naturali di gran lunga più potenti delle nostre macchine più ingegnose. Possiamo salvarci, ma solo se abbandoniamo il mito del dominio e del possesso e impariamo a lavorare con la natura, rispettando la sua intrinseca capacità di rinnovamento e rigenerazione. E questo ci conduce al cuore del messaggio dell’interconnessione al centro dell’enciclica. Ciò che il cambiamento climatico ribadisce – per quella minoranza dell’umanità che lo avesse dimenticato – è che non esiste un rapporto a senso unico di puro dominio nella natura. Come scrive papa Francesco, «niente di questo mondo ci risulta indifferente». Per coloro che vedono l’interconnessione come una degradazione cosmica, questo è troppo da sopportare. E così – incoraggiati attivamente dagli attori politici sostenuti dalle compagnie di combustibili fossili – scelgono di negare la scienza. Ma questo sta cambiando, come cambia il clima. E cambierà ancora di più con questa enciclica. Questo potrebbe significare guai seri per i politici statunitensi che fanno affidamento sull’uso della Bibbia come copertura per la loro opposizione ad agire in difesa dell’ambiente. In questo senso, il viaggio di papa Francesco negli Stati uniti nel prossimo settembre non poteva cadere in un momento migliore. Tuttavia, come sottolinea l’enciclica, la negazione assume tante forme. E ci sono molti politici ovunque nel mondo che accettano la scienza ma rifiutano le sue difficili implicazioni. Ho passato le ultime due settimane leggendo centinaia di commenti all’enciclica. E anche se la risposta è stata positiva, ho notato un argomento comune tra i suoi critici. Papa Francesco può anche avere ragione sulla scienza, dicono, e anche sulla morale, ma deve lasciare l’economia e la politica agli esperti. Sono loro gli unici ad avere le competenze in materia di commercio del carbonio e privatizzazione dell’acqua, ci dicono, e su come il mercato possa efficacemente risolvere ogni problema. Sono fortemente in disaccordo. La verità è che siamo arrivati a questo punto – pericoloso – anche...

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La mattanza degli ulivi

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La mattanza degli ulivi

[su comune-info.net] Un’ordinanza firmata da un dirigente dell’osservatorio fitosanitario di Bari e non dallo stesso Commissario per l’emergenza Xylella, uno spiegamento di forze dell’ordine ingiustificabile, un paese presidiato da posti di blocco, le notifiche per i tagli degli ulivi fatte ai proprietari all’alba, la legna portata via… Queste sono solo alcune delle incongruenze avvenute martedì 7 luglio ad Oria (Brindisi). Vedi anche: “Oria – 7 luglio 2015 – l’incomprensibile mattanza degli ulivi”  “Rivelazioni di NovAria”   Pubblicato l’8 luglio 2015...

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Fenicotteri contro idrocarburi? A Comacchio la nuova sfida del governo Renzi al territorio

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Fenicotteri contro idrocarburi? A Comacchio la nuova sfida del governo Renzi al territorio

[di Augusto De Sanctis su augustodesanctis.wordpress.com] Oggi andiamo a Comacchio in provincia di Ferrara. Altro pozzo, altro giro del paese grazie al famigerato Decreto Sblocca/sporca Italia del Governo Renzi.   L’ENI aveva da tempo nel cassetto il progetto di mettere in produzione la concessione Agosta a poca distanza da Comacchio e dalle sue splendide saline, formalmente tutelate come parco naturale e sito di interesse comunitario.   La Regione Emilia Romagna, dopo i terremoti del 2012 e per timore della subsidenza (l’abbassamento del suolo causato dall’estrazione di fluidi dal sottosuolo), teneva fermo questo progetto da tempo.   Il decreto Sblocca Italia del 2014 ha stabilito che le procedure di Valutazione di Impatto Ambientale per i pozzi in terraferma devono essere svolte direttamente presso il Ministero dell’Ambiente, togliendo le competenze alle regioni.   Et voilà, dopo anni il progetto riparte e l’ENI torna alla carica presentando la domanda di compatibilità al Ministero dell’Ambiente.   A questo link tutto il materiale:http://www.va.minambiente.it/it-IT/Oggetti/Info/1552   Ricordo che chiunque (cittadini, associazioni, comuni ecc.) può presentare osservazioni da tutta Italia e anche dall’estero, entro il 5 settembre 2015.   Ora, il pozzo è già esistente, bisogna “solo” scavare un tratto di gasdotto di circa 2,3 km per collegarlo alla rete Snam, ed avviare l’estrazione di metano.   Qui vengono i dolori. Quando si estraggono fluidi dal sottosuolo, all’abbassamento del suolo per la naturale costipazione dei sedimenti si aggiungono gli effetti dell’ulteriore compattazione del suolo determinata dall’attività umana, dall’estrazione di acqua a quella degli idrocarburi.   Nel periodo 1999-2002 l’abbassamento del suolo in Pianura Padana era un fenomeno diffusissimo, con punte di oltre 3 cm l’anno!   Nel biennio 2011-2012 la situazione appare molto migliorata, segno che non appena si riducono le attività antropiche che esacerbano questi fenomeni si torna lentamente al tasso annuo di abbassamento naturale (pochi mm all’anno).   Guarda caso gli anni ’90, quando in Pianura padana il suolo si abbassava più velocemente, hanno visto il picco nell’estrazione di gas in Italia e molti pozzi erano attivi proprio in quelle aree!   Torniamo al “nostro” pozzo a Comacchio.   Negli elaborati il proponente ha incluso uno studio previsionale sulla subsidenza potenzialmente derivante dall’avvio delle estrazioni dalla concessione Agosta, in connessione con un altro giacimento, Dosso degli Angeli, dove la produzione è partita nel 2000.   Cosa dice lo studio?   Intanto è una simulazione, per cui cambiando alcuni parametri come la porosità delle rocce e la geometria del giacimento si ottengono risultati diversi. Senza entrare nel merito di queste assunzioni di partenza, vengono fuori tre scenari, di bassa, media e alta attivazione del fenomeno.   Lo studio fa un’analisi tenendo conto del campo di estrazione già attivo.   Sostanzialmente nell’area del giacimento in cui è già attiva la produzione, quello verso la costa, Dosso degli Angeli, la situazione sostanzialmente si è già stabilizzata, con una perdita di circa 35 centimetri.   Invece nell’area del nuovo giacimento, l’AGOSTA si avrebbe una perdita di quota tra i 6 e i 17 centimetri entro il 2030 nello scenario peggiore.   Lo studio evidenzia una lieve influenza delle estrazioni dell’altro campo posto a diversi chilometri di distanza, come chiarisce questa tabella contenuta nello studio. Questo fa capire la vastità delle aree potenzialmente coinvolte dai fenomeni di subsidenza. Non si abbassa, cioè, solo l’area del pozzo ma sono interessate, a...

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Dove finiranno le scorie nucleari italiane

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Dove finiranno le scorie nucleari italiane

[di David Chierchini e Antonio Cianciullo su la Repubblica.it] Dove finiranno le scorie nucleari italiane. Dopo oltre 20 anni di attesa, è arrivata alla stretta finale la scelta del sito per la costruzione del deposito destinato allo stoccaggio dei nostri rifiuti atomici. Gli enti tecnici hanno studiato il Paese palmo a palmo, scartando circa il 99% del territorio, e hanno redatto una lista con una decina di opzioni. L’ultima decisione spetta quindi ora al governo. Un passo destinato a scatenare proteste, anche perché la struttura non risolverà il problema dei materiali più pericolosi. Solo la Finlandia ha trovato la soluzione: ha quasi ultimato la costruzione di un enorme bunker sotterraneo che conserverà i residui altamente contaminati per 100.000 anni. Un progetto fantascientifico che abbiamo documentato con le nostre telecamere   Novantamila metri cubi di scorie cercano casa di ANONIO CIANCIULLO ROMA – Oltre il 99% del territorio italiano è stato scartato in fase di istruttoria, assieme a un’intera regione, la Val d’Aosta. Ora, nella roulette dell’assegnazione del deposito nucleare, la pallina ha cominciato a girare in una zona abbastanza ristretta. Su quale casella si fermerà dopo la selezione finale? Per ora si è allungata la lista delle esclusioni. Dalla mappa dell’Italia sono state tolte lagune, zone protette, miniere, dighe, poligoni di tiro e tutte le aree con una delle seguenti caratteristiche: sismiche; soggette a frane o ad alluvioni; sopra i 700 metri di quota, sotto i 20 metri di quota; a meno di 5 chilometri dal mare; a meno di un chilometro da ferrovie o strade di grande importanza; vicino alle aree urbane; accanto ai fiumi. Alla fine è rimasta qualche decina di aree considerate idonee a ospitare i rifiuti atomici.   Ma quando avverrà la scelta finale? Il 2 gennaio 2015 Sogin (la società pubblica incaricata del decommissioning) ha consegnato a Ispra(l’autorità di controllo ambientale) la proposta di Carta delle aree potenzialmente idonee a ospitare il deposito. Il 13 marzo Ispra ha girato la sua relazione ai ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente. Il 16 aprile i due ministeri hanno rimandato la palla a Sogin e Ispra chiedendo approfondimenti tecnici che sono in via di consegna. E in questi giorni, il dossier sul cimitero radioattivo sta completando l’ultima tappa della lunga triangolazione tra Palazzo Chigi, Ispra e Sogin. Il governo si prenderà ora qualche settimana per le valutazioni conclusive: con buona probabilità la lista dei paesi candidati alla costruzione del sito di stoccaggio verrà resa nota ad agosto.   Visto che il momento dell’anno non appare il più propizio ad ospitare il largo dibattito necessario, se ne riparlerà – in assenza di nuovi rinvii – a settembre. Ma in che termini? Negli ultimi mesi le tensioni sono cresciute anche perché il costo della gestione della breve stagione nucleare italiana si è rivelato molto alto. In bolletta per la gestione della partita scorie paghiamo da tempo una cifra che gira attorno ai 250 milioni di euro annui. E per il piano di decommissioning – secondo i calcoli della Sogin – ai 2,6 miliardi di euro spesi dal 2000 ad oggi se ne dovranno aggiungere altri 3,9. “Non c’è chiarezza su cosa realmente si intende fare e per questo si corre il serio rischio che le popolazioni facciano saltare il banco”, afferma il senatore Cinque Stelle Gianni Girotto. “Sono troppi...

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Cnr,decessi da Centrale carbone Brindisi

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Cnr,decessi da Centrale carbone Brindisi

[ su Ansa.it] Enel smentisce, nessun pericolo per salute. ”Fino a 44 decessi” l’anno nella zona di Brindisi,Taranto e Lecce sono attribuibili agli inquinanti emessi dalla Centrale Enel termoelettrica a carbone di Cerano.   E’ quanto riporta lo studio dei ricercatori Cristina Mangia, Marco Cervino ed Emilio Gianicolo del Cnr di Lecce e Bologna. Lo studio evidenzia il ruolo cruciale per la salute del particolato secondario emesso.L’Enel però, riferendosi ad uno studio Arpa Puglia-Asl-Ares,definisce ”fuorviante” tale dato: ”non c’è pericolo per la salute”. La centrale termoelettrica situata a Cerano (Brindisi) ha una potenza elettrica di 2.640 MW ed è alimentata annualmente con circa 6 milioni di tonnellate di polvere di carbone. Questa potenza di produzione pone l’impianto in cima alle classifiche dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) per emissioni di sostanze inquinanti. La centrale è entrata in funzione nei primi anni 90. Come anno di studio è stato considerato il 2006, anno intermedio del periodo totale di funzionamento. L’aerea geografica di riferimento, spiega all’ANSA Gianicolo, ”è rappresentata da 120 comuni delle province di Brindisi Lecce e Taranto. Si tratta di un’area con una popolazione di circa 1 milione e 200 mila persone residenti”.   Nel 2006, precisa il ricercatore, ”sono stati 10.267 i decessi totali in questa area considerata. Di questi, fino ad un massimo di 44 – ovvero 4 per 100mila abitanti – sono attribuibili alle emissioni inquinanti della Centrale di Cerano, e cioè al particolato primario ma anche al particolato secondario. Le zone a sud-est della centrale – sottolinea – sono, in media in un anno, quelle più esposte alle emissioni della centrale”.   Gli effetti nocivi, avvertono i ricercatori, sono quindi amplificati proprio dal cosiddetto particolato secondario (che si forma in atmosfera per effetto di reazioni chimiche fra ossidi di azoto e ossidi di zolfo, emessi dalla Centrale, con altre sostanze presenti nell’atmosfera stessa). L’area popolata interessata dalla persistenza di particolato secondario è infatti ”molto più vasta – si legge nello studio dal titolo ‘Impatto sulla salute della popolazione del particolato secondario originato da una sorgente industriale’, pubblicato su International Journal of Environmental Research and Public Health – di quella interessata dal particolato primario. È stato osservato, ad esempio, che il particolato primario ha il suo massimo di concentrazione ad una distanza di circa sei chilometri dalla centrale. Al contrario, le diverse stime per il particolato secondario prevedono che il massimo di concentrazione giunga ad una distanza tra i dieci e i trenta chilometri dalla stessa centrale”.   Enel,emissioni centrale Brindisi non rilevanti per la salute  – Da un recente studio dell’Arpa Puglia ”si evince chiaramente che le emissioni della centrale Enel di Cerano (Brindisi) rispettano le severe norme poste a tutela della salute e dell’ambiente e sono non rilevanti per la salute dei cittadini, e comunque ben inferiori ai limiti di rischio individuati dalla normativa”. A sottolinearlo è lo stesso Enel, in riferimenti ai dati dello studio del Cnr di Lecce e Bologna. Lo studio, sottolinea l’Enel, ”è stato condotto congiuntamente da ARPA, ASL e ARES secondo le modalità previste dalla legge regionale specifica per la valutazione dell’impatto sanitario, assumendo ogni tipo di condizione cautelativa”.   Gli autori della ricerca, rileva l’azienda, ”fanno riferimento ad una indagine epidemiologica che devono aver condotto in autonomia, senza tenere conto delle innumerevoli altre fonti emissive contenenti PM 2,5 (auto caldaie domestiche, aerosol...

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