CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Golfo del Messico, Bp pagherà risarcimento record: 18,7 miliardi

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Golfo del Messico, Bp pagherà risarcimento record: 18,7 miliardi

[ su ilfattoquotidiano.it] Il Dipartimento di Giustizia statunitense ha ricevuto da parte della British Petroleum l’accettazione al pagamento dell’indennizzo per l’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel 2010   È il più grave disastro ambientale che l’America ricordi negli ultimi tempi: adesso sarà ricordato anche come uno dei risarcimenti economici più pesanti di sempre. Il Dipartimento di Giustizia statunitense, infatti, ha ricevuto da parte della British Petroleum l’accettazione al pagamento della cifra record di 18,7 miliardi di dollari: denaro che andrà allo Stato federale e ai cinque affacciati sul Golfo del Messico.   Era il 2010 quando avvenne il disastro di fronte alle coste di Alabama, Florida, Louisiana, Mississippi e Texas: l’ esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon aveva provocato undici vittime e lo sversamento di milioni di barili di petrolio nell’Oceano Atlantico per oltre 87 giorni.  Il 4 Settembre 2014, più di quattro anni dopo, il giudice federale Carl Barbier emise la sentenza: e riconobbe alla Bp il dolo volontario ed una grave negligenza.  A quasi un anno da quella sentenza ecco arrivato l’accordo per il risarcimento economico: manca ancora il via libera formale da parte di un giudice, la cifra a nove zeri soddisfa entrambe le parti.   Secondo quanto riferito dal ministro di Giustizia americano Loretta Lynch, questo risarcimento, se confermato sarà “il più cospicuo mai raggiunto con una singola entità nella storia degli Stati Uniti” e “contribuirà a riparare il danno arrecato all’economia, alla pesca, alle zone umide e alla fauna del Golfo”, oltre a portare “benefici duraturi alla regione del Golfo per le future generazioni”.   L’amministratore delegato della British Petroleum, Bob Dudley ha affermato in un comunicato che “l’accordo risolve la maggior parte delle pendenze rimaste in piedi per quel tragico incidente”. La Bp fino ad oggi ha speso, tra parcelle legali e spese di bonifica, oltre 40 miliardi di dollari. Lo stesso presidente del colosso petrolifero Carl-Henric Svanberg, ha dichiarato in merito all’accordo: “Risolve la più ampia esposizione legale della compagnia ancora aperta, fa chiarezza sui costi e crea certezze sui pagamenti per tutte le parti coinvolte”.   Da quello che emerge il maxi indennizzo verrà erogato in un lasso temporale di circa 18 anni. L’ammontare totale del risarcimento è la somma di indennizzi diversi:  7,3 miliardi verranno impiegati per ripagare i danni alle risorse naturali, 5,5 miliardi di dollari e la cifra da pagare in base alla Clean Water Act, la legge in materia di inquinamento delle acque, mentre altri 4,9 miliardi soddisfano le rivendicazioni economiche dei cinque Stati coinvolti. Infine un miliardo spetterà a 400 agenzie governative locali.   Dopo l’annuncio dell’accordo, scrive il Wall Street Journal, le azioni della Bp hanno registrato un’impennata del 4% alla borsa di Londra.   Pubblicato il 2 luglio 2015...

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RAPPORTO ECOMAFIE: UN 2014 RECORD CON 30MILA REATI E 22 MILIARDI IL GIRO DI AFFARI

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RAPPORTO ECOMAFIE: UN 2014 RECORD CON 30MILA REATI E 22 MILIARDI IL GIRO DI AFFARI

[su nelpaese.it] Rapporto Ecomafia 2015, il primo dopo la legge sugli ecoreati approvata a maggio. Sono 29.293 i reati accertati per un giro d’affari pari a 22 miliardi di euro Nel 2014 il business dell’ecomafia cresce ancora. Aumentano le infrazioni nel settore dei rifiuti (+26%) e del cemento (+4,3) alimentate dal fenomeno della corruzione. Numeri eclatanti nell’agroalimentare, che fattura 4,3 miliardi di euro per 7.985 illeciti e nel racket degli animali che colleziona 7.846 reati . Puglia in testa alla classifica regionale degli illeciti. Il Lazio è sempre la prima regione del centro Italia, la Liguria è la prima del Nord. Lombardia al top per le indagini sulla corruzione. Il Presidente della Repubblica Mattarella ha inviato un messaggio di saluto: “Il rispetto dell’ambiente è essenziale per la coesione sociale e per la ripresa del Paese”.   Intanto, il 2014 si è chiuso con un bilancio davvero pesante: 29.293 reati accertati, circa 80 al giorno, poco meno di 4 ogni ora, per un fatturato criminale che è cresciuto di 7 miliardi rispetto all’anno precedente raggiungendo la ragguardevole cifra di 22 miliardi, cui ha contribuito in maniera eclatante il settore dell’agroalimentare, con un fatturato che ha superato i 4,3 miliardi di euro.   Cresce l’incidenza criminale nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Puglia, Sicilia, Campania e Calabria), dove si è registrato più della metà del numero complessivo di infrazioni (ben 14.736), con 12.732 denunce, 71 arresti e 5.127 sequestri. Si registra un calo dei reati in Campania(-21% circa), dovuto forse ai tanti riflettori accesi di recente sulla regione, e un aumento degli illeciti in Puglia, col 15,4% dei reati accertati (4.499), 4.159 denunce e 5 arresti. Numeri dovuti al capillare lavoro di monitoraggio e controllo svolto in tutta la regione dalle forze dell’ordine (in particolare da Carabinieri, Guardia di finanza e Corpo forestale dello Stato), coordinate operativamente da diversi anni grazie a un Accordo quadro promosso e finanziato dalla Regione Puglia. Crescono i reati nel ciclo dei rifiuti (+ 26%) e le inchieste sul traffico organizzato di rifiuti (art.260 Dlgs 152/2006), che arrivano addirittura a 35. Aumentano anche gli illeciti nel ciclo del cemento: 5.750 reati (+4,3%), realizzati soprattutto in Campania e poi in Calabria, Puglia e Lazio.   Numeri e storie di corrotti, clan e inquinatori, sono state illustrate oggi a Roma da Legambiente per la presentazione del rapporto Ecomafia 2015, alla presenza di Rossella Muroni, direttrice nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, Alessandro Bratti, presidente della Commissione di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, Donatela Ferranti, presidente della Commissione giustizia della Camera, Salvatore Micillo, copromotore della legge sugli ecoreati, Andrea Orlando, Ministro della Giustizia, Serena Pellegrino, copromotrice della legge sugli ecoreati, Ermete Realacci, presidente della Commissione ambiente della Camera e copromotore della legge sugli ecoreati,Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia. Durante la presentazione è stato letto anche messaggio di saluto inviato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che sottolinea: “ricostruire un equilibrio tra territorio e società, tra sviluppo e cultura, tra ambiente e diritto della persona è anzitutto la grande impresa civica a cui ciascuno di noi è chiamato con responsabilità. Il rispetto dell’ambiente è essenziale per la coesione sociale e per la ripresa del Paese”.   “Quella del 2015 è una data straordinaria – ha dichiarato la direttrice nazionale di Legambiente Rossella Muroni -, l’anno...

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Sblocca Italia e politica energetica: i fossili di Renzi

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Sblocca Italia e politica energetica: i fossili di Renzi

  [di Andrea Boraschi su Zeroviolenza.it] Per comprendere quanto sta avvenendo oggi in Italia sul fronte energetico conviene fare un passo indietro. Può essere utile, ad esempio, leggere quanto scrive il Ministero dello Sviluppo Economicoin un numero speciale del Bollettino Ufficiale degli Idrocarburi e delle Georisorse, pubblicato lo scorso marzo:   «L’attività di ricerca di nuovi giacimenti in mare ha visto il suo massimo periodo di espansione nei primi anni Novanta con una media di circa 80 nuovi pozzi perforati all’anno dei quali una buona parte di tipo esplorativo. Dalla seconda metà degli anni Novanta il numero di nuove perforazioni in mare è andato gradualmente a ridursi e nell’ultimo decennio si è assistito ad una progressiva diminuzione dell’attività di ricerca di nuovi giacimenti.   L’attività degli operatori è ormai quasi esclusivamente orientata alla ottimizzazione e allo sviluppo dei giacimenti noti piuttosto che alla ricerca di nuove risorse. In particolare dal 2008 al 2014 sono stati effettuati meno di 20 nuovi pozzi all’anno, nessuno dei quali di tipo esplorativo. Anche dal punto di vista dei ritrovamenti l’ultimo decennio è risultato poco incoraggiante con soli 11 pozzi esplorativi con esito positivo a gas e con il solo pozzo “Ombrina Mare 2 dir” con esito positivo ad olio».   Quello che descrive il MISE – parlando dell’estrazione di gas e petrolio a mare – è un settore sostanzialmente esangue, che ha vissuto il suo periodo di maggiore espansione oltre 20 anni fa e che oggi vive d’inerzia. Si tratta di uno scenario che, tuttavia, negli ultimi mesi è radicalmente cambiato. Come e perché questo sia avvenuto, è quanto tenterò di accennare qui. Partendo dal come.   La storia non è semplice. Tecnicamente potrebbe essere letta nei meandri della farraginosa legislazione italiana: per stare agli ultimi anni, tra il decreto Prestigiacomo – che poneva limiti piuttosto severi alla ricerca e alla coltivazione di idrocarburi in mare – passando per il decreto Sviluppo di Passera, che quei limiti ha largamente aggirato, fino allo Sblocca Italia di Renzi – un congegno normativo a suo modo perfetto per spianare la strada del mare ai petrolieri – i legislatori hanno approvato tutto e il contrario di tutto.   Del resto il dato normativo può essere interpretato come un “riflesso” degli indirizzi politici correnti: e se a testimonianza di questi ultimi si assume la Strategia Energetica Nazionale (SEN) del governo Monti, allora non è difficile capire le mille giravolte, i bizantinismi e ogni ipertrofia legislativa in cui si è prodotto il legislatore negli ultimi anni, pur di riportare le trivelle nei nostri mari.   Quel testo, la famigerata SEN, è un condensato di miopia e vacuità in termini di strategia energetica: disegna uno scenario di breve-medio termine in cui si tace di molte cose (ad esempio, si dice poco o nulla di una fonte fossile particolarmente dannosa quale il carbone), si enuncia qualche doverosa petizione di principio su rinnovabili ed efficienza energetica (senza prevedere misure concrete per la crescita di entrambe) e, sopra ogni cosa, si delinea un piano che avrebbe dell’incredibile, se non fosse vero: lo sfruttamento intensivo delle riserve nazionali di idrocarburi. Che sono poche, di scarsa qualità, e rappresentano per il nostro Paese un’opzione energetica sterile e contraddittoria, se consideriamo gli ingenti investimenti sulle rinnovabili che tutta la comunità nazionale ha sostenuto, pagando i consumi elettrici investimenti  che andrebbero portati...

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Terremoti e idrocarburi. In Olanda danni per miliardi, il governo chiede scusa. E in Italia?

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Terremoti e idrocarburi. In Olanda danni per miliardi, il governo chiede scusa. E in Italia?

[di Augusto De Sanctis su AUGUSTODESANCTIS]In Olanda, ci sono 152.000 case da ristrutturare a causa dei terremoti indotti dall’estrazione di metano nell’area di Groningen! Un danno da circa 30 miliardi di euro secondo recenti stime riportate da autorevoli agenzie di stampa (le compagnie coinvolte hanno intanto stanziato 1,2 miliardi di euro) Il tutto in un paese che teoricamente sarebbe a rischio sismico bassissimo per ragioni geologiche. Il giacimento è il più grande d’Europa, scoperto nel 1959, ed è gestito dalla NAM, una joint venture Shell-ExxonMobil (50% ciascuna). Per i primi 30 anni di sfruttamento nessun problema. Ora, invece, la situazione si è fatta estremamente critica! Consiglio caldamente di vedere la straordinaria presentazione realizzata dall’attivista Kor Dwarshuis con l’andamento dei terremoti negli ultimi venti anni: www.dwarshuis.com Vale più di mille parole! Questo attivista in un’altra presentazione imperdibile “A disaster in slow motion” (www.dwarshuis.com) spiega nei dettagli l’incredibile storia di questo giacimento e dei terremoti connessi. Le persone che avevano avvisato dei rischi, messe a tacere, derise ed isolate. Le evidenze sempre maggiori e l’avvio dell’attività sismica parossistica dal 2008-2010 in poi, sfociata in 119 sismi nel 2013. Questi terremoti hanno ipocentri molto superficiali (2-3 km di profondità) per cui, pur avendo avuto finora una magnitudo Richter massima di 3,6, hanno provocato molti danni, anche perchè le case non sono state costruite con criteri anti-sismici. Il territorio olandese è geologicamente abbastanza stabile dal punto di vista sismico. Fortunatamente finora non ci sono stati feriti o morti ma “solo” migliaia di case danneggiate. Il caso olandese è paradigmatico. Parliamo del maggiore giacimento di gas in terraferma europeo, il decimo per grandezza nel mondo; produce il 10% dell’intero fabbisogno del continente. Schatzalp (2015) non solo mostra chiaramente l’andamento dei sismi (e della frequenza crescente di quelli con intensità maggiore) ma correla i terremoti con la subsidenza. Estraendo grandi quantità di metano, vi è stata una progressiva compattazione della roccia serbatoio, con attivazione di fenomeni di subsidenza (abbassamento del piano campagna). In questa immagine tratta dal lavoro di Koster e Van Ommeren del Timbergen Institute si vede molto bene la consistenza del fenomeno di subsidenza, con un abbassamento della quota di ben 26 centimetri nell’area di maggiore sfruttamento (Loppersum). Nel loro lavoro “Natural Gas Extraction, Earthquakes and House Prices” (2015) i due ricercatori concludono che “Questi terremoti indotti hanno effetti negativi sull’ambiente costruito sotto forma di costi monetari (come i danni” e costi non-monetari (come la riduzione del comfort, rischi di danni alla salute)“. Esiste, cioè, anche un impatto sulla vita quotidiana delle persone sottoposte a continui tremori del terreno. Devo dire che gli olandesi riescono anche a sorridere rispetto a questa situazione: www.youtube.com IL DISPERATO TENTATIVO DEL GOVERNO OLANDESE: TAGLIAMO LA PRODUZIONE MA CI SARANNO ALTRI TERREMOTI! Nel 2013 è stato raggiunto il picco di produzione in questo giacimento con circa 53,9 miliardi di metri cubi standard di gas estratti. L’incremento del numero e dell’intensità dei terremoti nel 2012 e 2013 ha indotto il Governo olandese ad ammettere in una prima lettera del Ministro dell’Economia Kamp al Parlamento la gravità della situazione (www.government.nl) Si legge, tra l’altro: -“durante l’ultimo decennio il numero di tremori per anno e, inoltre, il numero di forti terremoti nel campo di Groningen è aumentato in proporzione all’incremento della produzione“; -“era già nota la relazione tra estrazione del gas...

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Diga di Chixoy in Guatemala, giustizia dopo i massacri degli anni ottanta

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Diga di Chixoy in Guatemala, giustizia dopo i massacri degli anni ottanta

[di Tancredi Tarantino su recommon.org]Negli stessi anni in cui la dittatura militare in Guatemala decimava il popolo maya e annientava brutalmente ogni tentativo di resistenza, la Banca mondiale finanziava uno dei più controversi progetti idroelettrici della storia. La diga Chixoy, costruita nei primi anni Ottanta sull’omonimo fiume del paese centroamericano, causò la morte di 444 indigeni maya Achi. Furono oltre tremila le persone sfollate, mentre almeno seimila famiglie si videro private delle proprie terre. Chiunque si oppose al progetto e ai piani di reinsediamento forzato venne torturato o fatto sparire. Per oltre tre decenni i superstiti di quel massacro, costretti a vivere nell’indigenza e nell’indifferenza generale, hanno denunciato le violazioni subite e preteso verità e giustizia. Finalmente lo scorso 14 ottobre le loro richieste hanno ricevuto la giusta risposta. Il governo guatemalteco ha firmato l’accordo legale di risarcimento con le vittime di Chixoy, impegnandosi a stanziare 154milioni di dollari alle famiglie maya, restituire le terre illegittimamente sottratte e costruire case e ospedali che erano stati distrutti in nome della grande opera. Dopo che nel 2005 lo studio indipendente Chixoy Dam Legacy Issues Study collegò in maniera inequivocabile le violenze subite dal popolo Achi alla costruzione della diga finanziata dalla Banca mondiale e dalla Banca interamericana per lo sviluppo, l’anno successivo il governo accettò di avviare i negoziati con l’associazione delle vittime di Chixoy (Cocahich). Gli incontri tra le parti portarono nel 2010 alla stipula dell’intesa, ma il governo all’ultimo minuto si tirò indietro, rifiutandosi di firmare l’accordo legale che avrebbe reso immediatamente esecutive le misure previste. Le comunità indigene non si arresero e in più occasioni provarono a chiedere agli stessi finanziatori di assumersi le proprie responsabilità e affrontare la questione delle riparazioni. Ma la Banca mondiale preferì guardare altrove, alla ricerca di nuove grandi infrastrutture da finanziare a ogni costo. “Il nostro prestito è andato a buon fine”, era il massimo che riuscivano a rispondere da Washington. Ci sono voluti altri quattro anni prima che il governo guatemalteco accettasse di firmare e concludere positivamente la trattativa. Adesso il parlamento dovrà ratificare l’accordo e, con molta probabilità, i fondi saranno disponibili già nel 2015. Assieme ai soldi arriverà il riconoscimento formale delle violenze subite dai maya e le scuse pubbliche dello Stato guatemalteco, con la consapevolezza che nessun programma di riparazione potrà mai cancellare il ricordo delle morti violente, delle terre inondate e dei luoghi sacri distrutti per sempre. Pubblicato il 30 ottobre 2014 su...

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Moratoria bluff De Filippo: il tar “sblocca” il permesso idrocarburi Palazzo San Gervasio

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Moratoria bluff De Filippo: il tar “sblocca” il permesso idrocarburi Palazzo San Gervasio

[di olambientalista.it]Questa volta, i giudici amministrativi del Tar Basilicata, con sentenza n. 325 del 25/6/2015 (vedi allegato), annullano, su istanza della Aleanna Resources LLC, la delibera di giunta 682 del 7 giugno 2013, con la quale la Regione Basilicata ha negato l’intesa al Ministero dello Sviluppo economico sul rilascio del permesso di ricerca di idrocarburi. Tale sentenza del TAR Basilicata (la seconda dopo l’istanza Masseria La Rocca) rischia di causare effetti nefasti “a cascata” anche sugli altri 4 dinieghi di Intesa regionali “Frusci (ENI – DGR n.1104/2012), Satriano di Lucania (ENI-DGR n.1249/2012), Anzi (ENI – DGR 1250/2012) Grotte del Salice (Shell – DGR n.1088/2012)”. Dopo l’istanza di permesso idrocarburi “Masseria La Rocca” della Total-Eni -Rockhopper (che fine ha fatto in proposito il ricorso annunciato al Consiglio di Stato dall’assessore regionale all’Ambiente, Aldo Berlinguer?), l’effetto “domino” della cosiddetta “moratoria bluff” dell’ex governo regionale De Filippo, potrebbe fa cadere dunque anche altri “dinieghi” regionali per le 4 intese. La Ola chiede alla giunta regionale e all’assessore all’ambiente, Aldo Berlinguer, di fare ricorso al Consiglio di Stato e, soprattutto, chiede quali iniziative intendano intraprendere per difendere l’intero territorio regionale dall’assalto delle trivelle. Alle comunità ed alle amministrazioni del Vulture – Alto Bradano e quelle lucane, non resta altro che una nuova mobilitazione civile e pacifica, in difesa dei diritti e della difesa e salvaguardia del territorio della Basilicata oggi a rischio, grazie alle accondiscendenze nei confronti delle compagnie minerarie da parte delle istituzioni regionali e nazionali. Nella sentenza del TAR Basilicata si riassumono le varie situazioni amministrative e si “ripristinano”i diritti della compagnia mineraria. “Con domanda del 29.3.2006 la società statunitense AleAnna Resources LLC aveva chiesto al Ministero dello Sviluppo Economico il rilascio del permesso di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi, denominato “Palazzo San Gervasio”, su un’area di 469,90 Kmq., comprendente 13 Comuni della Provincia di Potenza (precisamente Acerenza, Banzi, Barile, Forenza, Genzano di Lucania, Ginestra, Maschito, Montemilone, Oppido Lucano, Palazzo San Gervasio, Rapolla, Ripacandida e Venosa) e 2 Comuni della Provincia di Bari (cioè Minervino Murge e Spinazzola). Con Determinazione n. 276 del 9.3.2011 il Dirigente dell’Ufficio Compatibilità Ambientale della Regione Basilicata esentava, ai sensi dell’art. 15, comma 1, L.R. n. 47/1998, dal procedimento di Valutazione di Impatto Ambientale il predetto permesso di ricerca. Con atti prot. n. 4081 del 16.6.2011 e n. 7724 del 14.6.2011 anche la Soprintendenza per i Beni Paesaggistici della Basilicata esprimeva parere favorevole alla suddetta attività di ricerca petrolifera, escludendo soltanto le aree sottoposte ai vincoli. Ma con Del. G.R. n. 682 del 7.6.2013 (inviata con nota prot. n. 103402 del 14.6.2013, ricevuta il 24.6.2013) la Regione non rilasciava l’intesa ex art. 29, comma 2, lett. l), D.Lg.vo n. 112/1998, in conformità all’Accordo sancito nellaConferenza Stato-Regioni del 24.4.2001, la società istante ha proposto il presente ricorso (notificato il 2/3.10.2013), deducendo: • 1) la violazione dell’art. 3 L. n. 241/1990, in quanto l’impugnata Delibera non indicava sia i presupposti di fatto e di diritto, sia il termine e l’Autorità a cui era possibile ricorrere; • 2) la violazione dell’art. 10 bis L. n. 241/1990, in quanto non era stata preceduta dal preavviso di rigetto; • 3) con riferimento al primo motivo indicato nella parte dispositiva del provvedimento impugnato, la violazione dell’art. 117, comma 2, lett. s), della Costituzione e/o l’incompetenza, in quanto la tutela dei beni...

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In Italia l’aria inquinata causa il 7% dei decessi. In Lombardia e Campania si muore di più

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In Italia l’aria inquinata causa il 7% dei decessi. In Lombardia e Campania si muore di più

[di Rosanna Magnano su ilsole24ore.com] Un italiano su tre è esposto a livelli di inquinamento atmosferico oltre le soglie massime ammesse dalla legge. Le conseguenze: aumento di sintomi respiratori, aggravamento di patologie croniche cardiorespiratorie, tumore polmonare, aumento della mortalità e della speranza di vita. I killer della nostra salute – quello sulle responsabilità politiche è un discorso a parte – si chiamano particolato atmosferico (soprattutto la sua frazione fine , il Pm2,5) , biossido di azoto (NO2) e ozono ( O3). L’impatto in cifre fa paura: oltre 30mila decessi ogni anno (il 65% nelle regioni del Nord) solo per quanto riguarda il particolato fine (PM2,5), una cifra che rappresenta, incidenti esclusi, il 7% di tutte le morti. In termini di mesi di vita persi, significa che l’inquinamento accorcia mediamente la vita di ciascun italiano di 10 mesi: 14 per chi vive al nord, 6,6 per chi abita al Centro e 5,7 al Sud e isole. Eppure il solo rispetto dei limiti di legge salverebbe 11mila vite l’anno. A condizione che i decisori politici puntino dritto verso una mobilità sostenibile e una riduzione delle emissioni in agricoltura, senza trascurare la grande sfida del verde urbano e della «riforestazione» delle città, che mitigherebbe notevolmente l’impatto dell’inquinamento sulla salute.   Questi i risultati più rilevanti del progetto Ccm Viias (Valutazione integrata dell’impatto dell’inquinamento atmosferico sull’ambiente e sulla salute) finanziato dal Centro controllo malattie del ministero della Salute e coordinato dal Dipartimento di Epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio con la collaborazione di Università e Centri di ricerca.   Le regioni dove si muore di più a causa delle polveri sottili sono Lombardia (oltre 160 decessi ogni 100mila residenti) e Campania (oltre 130 decessi). Per il biossido di azoto le morti correlate sono più frequenti in Lombardia, Lazio e Campania. L’esposizione all’ozono uccide di più in Liguria, Toscana e Puglia.   I dati – presentati oggi a Roma, a pochi giorni dalla risoluzione sull’inquinamento atmosferico adottata dalla 68ma Assemblea Mondiale della Sanità, che chiede ai Governi di intraprendere misure immediate e urgenti – dicono che il 29% della popolazione italiana vive in luoghi dove la concentrazione degli inquinanti è costantemente sopra la soglia di legge, ma evidenziano anche considerevoli disuguaglianze degli effetti sanitari dell’inquinamento sul territorio italiano. È colpito maggiormente il Nord (per il 65% del totale), le aree urbane congestionate dal traffico e le aree industriali.   Tra le cause, anche la combustione di biomasse – principalmente legno e pellet – è responsabile della maggiore incidenza di morti e malattie per l’esposizione al particolato. Basti pensare che in Italia al 2012 lo share del settore riscaldamento sul totale delle emissioni si attesta nell’intorno del 50%. Per il biossido di azoto, il settore trasporti al 2012 costituisce circa il 50% delle emissioni totali e di queste il 91% è dovuto ai veicoli diesel.   L’evoluzione del fenomeno   Se nel 2005 il numero di decessi attribuibili all’inquinamento è stato, rispettivamente, 34.552 per il PM2.5, 23.387 per l’NO2 e 1.707 per l’O3, nel 2010 si è osservata una forte diminuzione per il PM2.5 (21.524) e l’NO2 (11.993), soprattutto per le ridotte emissioni dovute alla recessione economica, mentre nel 2020, nonostante i miglioramenti tecnologici e le politiche adottate, si ha uno scenario tutt’altro che migliorato rispetto a dieci anni prima (28.595 morti per PM2.5, 10.117...

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Fander Falconi, “Necessaria una Corte di Giustizia Ambientale per la Terra in pericolo”

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Fander Falconi, “Necessaria una Corte di Giustizia Ambientale per la Terra in pericolo”

[traduzione di Alessandra Orsini su Eltelegrafo.com] Intervista con Fander Falconi, esperto di temi ambientali ed ex Ministro degli Esteri della Repubblica dell’Ecuador.   “La terra intera è in pericolo, per questo è necessario creare una Corte Penale di Giustizia Ambientale che aiuti a frenare l’ecocidio”   Orlando Perez   La proposta di creare una Corte Penale di Giustizia Ambientale potrebbe aiutare a frenare l’ecocidio. La recente riunione di Roma pone le basi per una discussione sul tema.   Perché è necessaria una Corte Penale di Giustizia Ambientale internazionale?   La terra intera è in pericolo. E questo vale anche per i due terzi di terra che sembrano dimenticati: i mari. L’essere umano fa finta di non sapere che nel distruggere la Terra con i suoi mari, sta firmando la sua condanna a morte. In linea di massima, gli stati nazionali non devono rinunciare alla loro sovranità legislativa e giurisdizionale, questo significa definire i crimini all’interno dell’apparato giudiziario nazionale e garantire un giusto processo nei tribunali nazionali con i propri giudici. A questo proposito, è necessario che i paesi indichino o standardizzino il catalogo dei crimini ambientali;  essi devono, altresì, stabilire chi siano i responsabili delle azioni criminali,  siano essi gli stessi Stati, le corporazioni pubbliche e private o gli individui. Inoltre, bisogna che decidano quali siano le misure riparatorie ai danni causati e come queste misure debbano essere applicate. È necessario sottolineare che non è sempre possibile riparare i danni , in quanto, spesso, negli ecocidi si procurano delle lesioni irreversibili all’ambiente e alle culture umane. Esaurito l’ambito giurisdizionale dello Stato, la controversia, se persiste, potrebbe passare al cospetto di un corpo internazionale specializzato.   È sempre più crescente la tendenza a creare un ordine giuridico sovranazionale, sostenuto da trattati internazionali che si sovrappongono all’ordinamento giuridico interno di ciascun paese. Questo dibattito ha, altresì, posto una questione riguardo la sovranità degli stati nazionali. Parte di questo nuovo ordinamento giuridico internazionale consiste nel creare organi giurisdizionali internazionali, i quali mediante procedimenti precedentemente accordati fra i paesi, possono conoscere e sentenziare riguardo diverse questioni. Uno dei temi di valore internazionale è quello ambientale, e l’organo giuridico sovranazionale deve intervenire quando i paesi, o imprese ad essi collegate, violano norme di buona condotta rispetto alla conservazione e all’uso adeguato delle risorse naturali. È necessario sottolineare che a livello internazionale sono già state riconosciute pratiche di giustizia universale, nel caso in cui la giustizia interna collassi: è da esempio il caso di Augusto Pinochet in Spagna o il caso della Corte Penale Internazionale. Questo per dire che non si tratta di niente di nuovo. Ciò che risulta innovativo è l’estensione del raggio d’azione ad un gruppo di crimini che possono considerarsi anch’essi contro l’umanità, come lo sono i crimini ambientali, alla cui definizione ha contribuito ampiamente Antonio Gustavo Gómez, procuratore generale dell’Argentina.   Però in molte occasioni, le istituzioni internazionali già esistenti si sono dimostrate a favore degli interessi dei paesi più forti.   L’attuale ordine internazionale è basato su relazioni diseguali fra i paesi del nord e quelli del sud. La logica che muove queste relazioni asimmetriche è chiaramente a favore dei paesi più ricchi, i quali decidono del mondo attuale. Basta vedere ciò che succede nei vertici internazionali riguardo il cambiamento climatico, in cui non si riesce a raggiungere nessun accordo...

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La nuova Via della Seta

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La nuova Via della Seta

[di Giorgio Nebbia su Comune-info.net] Ha avuto, a mio parere, limitato rilievo, l’incontro a Mosca, in occasione dei 70 anni della loro vittoria contro il nazismo e il Giappone, degli “imperatori” della Russia e della Cina. Non sono, naturalmente, degli imperatori in senso stretto, perché sono eletti dalle rispettive assemblee: Vladimir Putin, presidente della Russia, e Xi Jinping, segretario generale del Partito Comunista Cinese, ma il loro potere è quello di capi di due potenze, imperiali dal punto di vista economico, che si contrappongono all’Occidente, inteso come Europa, Nord America e Giappone. Col vantaggio che i due grandi paesi confinano e rappresentano, di fatto, una grande unità geografica, politica ed economica che si stende dall’Ucraina, a ovest, all’Oceano Pacifico a est.   Una unità euro-asiatica, che comprende circa un terzo della popolazione mondiale,in rapido aumento, persone affamate di merci, una unità intorno a cui gravitano le repubbliche asiatiche ex-sovietiche, terre ricche di materie prime, e dotata di un grandissimo potenziale scientifico e tecnico al servizio dell’economia. Nel corso dell’incontro di Mosca i due capi di stato hanno gettato le basi per una “nuova via delle seta”, riesumando il nome di una pagina della storia che ha avvicinato la Cina,già un paio di secoli prima di Cristo, ai popoli della “terra di Roma”, che i cinesi chiamavano Da Qin.   I romani sapevano che, a oriente, esistevano ricchi stati, da cui venivano preziose e costose merci di lusso, come seta, ambra, profumi, spezie, zucchero, ma l’accesso a tali paesi era impedito da una invalicabile barriera costituita dai Parti e da altri popoli. Mentre “Roma” declinava come potenza, invecchiava ed era afflitta da debolezza politica e militare, nell’Asia scorrazzavano, fra steppe, pianure, fiumi e montagne, popoli giovani, aggressivi, “barbari”, secondo la valutazione del mondo greco-romano, che svolgevano un ruolo di intermediari commerciali fra Oriente e Occidente. Nello stesso tempo la Cina godeva di un periodo di sviluppo tecnico-scientifico che destò l’ammirazione dei primi europei, mercanti o missionari, che riuscirono a raggiungerla dopo l’anno Mille.   La via di comunicazione fra Oriente e Occidente era chiamata “della seta” perché la seta era la principale merce cinese desiderata dalle classi dominanti europee. La “nuova via della seta” si propone di collegare con oleodotti e gasdotti, ferrovie e autostrade, i popoli produttori e consumatori di materie prime e di merci di cui le economie industriali dell’Occidente hanno disperato bisogno per la loro stessa sopravvivenza. Si tratta di carbone, petrolio, gas naturale, minerali di ferro e di altri metalli, fra cui quelli indispensabili per l’industria elettronica civile e militare, per le macchine solari e eoliche, per gli autoveicoli del futuro.   I governanti occidentali vanno ad implorare dai governanti degli stati euroasiatici accoglienza e trattamenti favorevoli per le industrie dei rispettivi paesi, le quali si offrono come costruttori di oleodotti, fabbriche, strade, autostrade e ferrovie, città e grattacieli. Imprese che hanno bisogno di soldi russi e soprattutto cinesi, che sono tanti e che stanno comprando tutto quello che possono, in Asia e anche in Europa.   Nello stesso tempo i paesi euroasiatici emergenti, usano la ricchezza proveniente dalle loro materie prime per costruire università e centri di ricerca e per riscoprire e rivendicare con orgoglio la loro storia, quando, ai tempi del nostro Medioevo, possedevano industrie della tessitura, agroalimentari, della carta, motori eolici, impianti di irrigazione, quando avevano osservatori astronomici, scuole di matematici e fisici, soprattutto dopo la diffusione dell’Islam. I commerci fra...

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[:en]Colombia’s first steps of resistance against Monsanto’s chemical war[:]

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[:en]Colombia’s first steps of resistance against Monsanto’s chemical war[:]

[:en][by W.T. Whitney Jr on theecologist.org] The mass spraying of glyphosate in Colombia, both on farmland and in the ‘war on drugs’, is a direct an attack on small scale farmers, rural communities and FARC rebels, writes W.T. Whitney Jr. But since the chemical was declared a ‘probable carcinogen’ Colombia has restricted aerial applications. The first step in a wider backlash against the toxic herbicide? Spraying has contributed to fear and poverty in targeted regions. Consequently, rural populations, Afro-Colombians and indigenous peoples particularly, have had to abandon small landholdings and move into cities or neighbouring countries. Monsanto Corporation’s glyphosate, sold as ‘Roundup’, is the world’s most widely used herbicide. For the globalized capitalist economy it’s a tool for wealth accumulation and, secondarily, for subjugating rural populations. In Colombia glyphosate is a weapon of war. For 20 years the US and Colombian governments have used glyphosate in their so-called drug war to eradicate coca crops. Glyphosate now returns to the news. The occasion is ripe for a look at the herbicide’s outsized role in the world economy and its dire effects everywhere. Acting on President Juan Manuel Santos’ recommendation, Colombia’s National Drug Council on May 14 banned aerial spraying of glyphosate. The ruling has implications for beleaguered rural life in Colombia due to far-reaching effects of the chemical. They are due mainly to the aerial spray method of delivering glyphosate, which is unique to Colombia. The decision also bears on peace negotiations in Havana between FARC rebels and the Colombian government because the drug war serves as cover for war against the FARC, at least according to the government’s political opposition. The trigger: WHO decision to class glyphosate ‘probable carcinogen’ The government’s action was in response to a March 20, 2015 statement from the World Health Organization’s International Agency for Research on Cancer. The claim there was that glyphosate is “probably carcinogenic to humans”, that it causes “DNA and chromosomal damage in human cells [and there is] convincing evidence that [it] also can cause cancer in laboratory animals.” Even so, days before the government’s announcement, US Ambassador in Colombia Kevin Whitaker publicly called for continuation of the fumigation program. Glyphosate gained worldwide usage and Monsanto – no longer the chemical’s sole manufacturer since its patents expired in 2000 – became its leading purveyor due in each instance to the chemical’s biological function. It kills all growing plants within reach, with two exceptions: crops grown from seeds genetically altered to resist glyphosate’s noxious effects; and the growing number of weeds that have acquired resistance to it through over-use. Monsanto conveniently sells both the seeds and the herbicide. Vietnam style defoliation in present-day Colombia Colombian authorities long ago licensed Monsanto to import and sell genetically modified seeds for human use and for animal feeds. The government’s decision on fumigations does not affect those regulations or the use of glyphosate for crops. Together with Dow Chemical, Monsanto produced the dioxin- containing defoliant ‘Agent Orange’, based on the herbicide 2,4D, that the US military used in Vietnam. Drug war fumigations in Colombia recall that misadventure. Adverse effects have included loss of soil fertility, widespread deforestation, destruction of crops farmers grow for food, water contamination, and a plague of human ailments. Anecdotal evidence suggests increased prevalence of cancers and birth defects. Until now health warnings on glyphosate have fallen on deaf...

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