Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
[:en]Over-grazing and desertification in the Syrian steppe, the root causes of war[:]
[:en][by Gianluca Serra on theecologist.org] Civil war in Syria is the result of the desertification of the ecologically fragile Syrian steppe, writes Gianluca Serra – a process that began in 1958 when the former Bedouin commons were opened up to unrestricted grazing. That led to a wider ecological, hydrological and agricultural collapse, and then to a ‘rural intifada’ of farmers and nomads no longer able to support themselves. A major role in this unfolding disaster was played by affluent urban investors who threw thousands of livestock into the steppe turning the grazing into a large-scale, totally unsustainable, industrial practice. Back in 2009, I dared to forecast that if the rampant desertification process gripping the Syrian steppe was not halted soon, it could eventually become a trigger for social turmoil and even for a civil war. I was being interviewed by the journalist and scholar Francesca de Chatel- and was feeling deeply disillusioned about Syrian government’s failure to heed my advice that the steppe, which covers over half of the country’s land mass, was in desperate need of recuperation. I had just spent a decade (four years of which serving a UN-FAO project aimed at rehabilitating the steppe) trying to advocate that livestock over-grazing of the steppe rangelands was the key cause of its ecological degradation. However, for the Syrian government’s staff, it was far too easy to identify and blame prolonged droughts (a natural feature of this kind of semi-arid environment) or climate change (which was already becoming a popular buzzword in those years). These external causes served well as a way to escape from any responsibility – and to justify their inaction. In an article on The Ecologist, Alex Kirby writes that the severe 2006-2010 drought in Syria may have contributed to the civil war. Indeed it may – but this is to disregard the immediate cause – the disastrous over-exploitation of the fragile steppe ecosystem. Before my time in Syria, as early as the 1970s, international aid organizations such as the UN-FAO had also flagged the dire need to not apply profit-maximization principles and to therefore not over-exploit the fragile ecosystem of the Syrian steppe. Denial versus the power of an image Finally, tired of repeating the same words all the time, I resorted to showing the government staff a self-explanatory picture taken in March 2008, a year of intense and dramatic drought. An image speaks more than a million words, I thought. The picture (above right) portrayed a fence separating a steppe terrain in two parts: the area on the left was open to sheep grazing; the area on the right had been instead protected for at least 10 years. The image revealed a lunar rocky landscape on the left, and a blossoming pasture on the right. The image simply evidences, without need for any words, that the Syrian steppe ecosystem is perfectly adapted to cope with droughts – yes, even with extreme droughts exacerbated by climate change. However, this landscape can succumb easily to human irrationality and indifference. In front of that image, even the most verbose governmental staff would come to a pause – the jaw dropped for a moment. In 2014, three years after social unrest first and then a brutal civil war erupted in the country, Francesca de Chatel...
read moreLegambiente: Dossier effetto bomba
[pubblicato da primaDaNoi.it]I cambiamenti climatici obbligano a guardare in modo diverso al territorio, perché proprio la gestione del territorio può contribuire ad aggravare i possibili rischi per le persone e le cose. Lo dimostrano i drammi che periodicamente vive il nostro Paese per l’aumento dei fenomeni meteorologici estremi, aggravati dalle decisioni scellerate di urbanizzazione realizzate negli ultimi decenni in un’area del mondo tra le più delicate quanto a pericolosità idrogeologica. Oggi nel nostro Paese sono ben 6.633 i Comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico e oltre 6 milioni di cittadini si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni, a causa della forte urbanizzazione che ha interessato anche le aree a maggior rischio. Per questo occorre cambiare le forme di intervento nel territorio e ripensare la pianificazione urbanistica attraverso la chiave dell’adattamento al clima, come da tempo ci dice la Commissione Europea e come ci consentirebbero i fondi strutturali 2014-2020.Dunque, una cultura del territorio diversa dal passato. Di fronte a questo scenario servono anche scelte nuove, radicali: in caso di edifici che mettono a rischio le persone che vi abitano o vi lavorano e anche chi sta intorno, l’unica scelta possibile è quella della demolizione e delocalizzazione delle attività. Una soluzione apparentemente difficile da percorrere ma che, in molti casi, risulterebbe a lungo termine più conveniente (anche dal punto di vista economico) e sostenibile. Oggi tali pratiche non sono minimamente considerate anche nel caso di edifici, infrastrutture e opere costruite palesemente in posti sbagliati e ad elevato rischio – e quindi periodicamente soggetti ad interventi per la loro manutenzione o per la ricostruzione delle opere che li difendono – continuando a preferire la strategia di mantenerli dove sono e di proteggerli strenuamente. La politica deve avere il coraggio di prendere decisioni non più rinviabili, come d’altronde già prevede la strategia di adattamento al clima approvata dal Governo italiano e che ora deve trasformare quelle idee in atti concreti nell’interesse di tutti. Legambiente in questo dossier ha individuato quelle che sono autentiche situazioni di emergenza nel territorio italiano e dove occorre intervenire subito per mettere in campo questo cambiamento. Lo abbiamo voluto denominare “Effetto bomba: gli edifici che amplificano i danni degli eventi climatici estremi” proprio perché sono immobili e aree urbanizzate che mettono in pericolo le persone che vi abitano o lavorano e dove l’unica scelta possibile è quella della demolizione e delocalizzazione. Vedi dossier Legambiente Pubblicato il 18 giugno...
read moreIl Megalò tra i 10 edifici più pericolosi da abbattere in Italia
[di Stefania Ortolano su Chietitoday.it] Il rapporto di Legambiente Il centro commerciale finisce nella top ten della paura, “un classico esempio della scarsa attenzione degli organi competenti verso i vincoli urbanistici che il rischio idrogeologico dovrebbe imporre” si legge. Il Megalò è tra i dieci edifici in Italia più pericolosi. Il centro commerciale finisce nella top ten della paura stilata da Legambiente che nel dossier “Effetto bomba” ha raccolto tutti quei luoghi dove ogni giorno la vita delle persone è messa a rischio. E il Megalò, costruito a soli 150 metri dall’argine del fiume Pescara, su un’area di poco più di 40 ettari classificata dal PAI ad alta pericolosità idrogeologica, non solo non fa eccezione, ma viene inserito tra i casi più pericolosi, e quindi da abbattere e delocalizzare al più presto. Nulla di nuovo, si dirà, ma ciò che si legge sul dossier Legambiente preoccupa comunque. Qui non si esita a definire Megalò “un classico esempio della scarsa attenzione degli organi competenti verso i vincoli urbanistici che il rischio idrogeologico dovrebbe imporre”. IL DOSSIER – Il centro commerciale più grande d’Abruzzo è sorto nel 2005 “con il placet delle amministrazioni nell’ambito del Prusst (programma di riqualificazione urbana e di sviluppo sostenibile del territorio), – ricorda il rapporto – non è stato neppure sottoposto a Valutazione di Impatto Ambientale, nonostante fosse noto che l’area in questione fungesse da cassa di espansione naturale del fiume e che il vincolo idrogeologico la rendesse non edificabile. Per superare ‘l’ostacolo’ del vincolo si utilizzò come escamotage per abbassare la classe di rischio dell’area (rendendola quindi edificabile), la costruzione di una arginatura alta oltre 10 metri a protezione della nuova struttura; il tutto senza che nessuno valutasse comunque l’impatto dell’opera a valle, con il rischio di favorire la piena man mano che il fiume si dirige verso Pescara”. La storia recente ricorda che già nel 1992 la città di Pescara ebbe problemi legati all’esondazione del fiume omonimo, mentre l’area del Megalò, prima della sua edificazione, si allagò parzialmente nel 2004 e, più recentemente, nell’inverno 2013, quando il sindaco di Chieti firmò, a titolo precauzionale, un’ordinanza di sgombero immediato del Megalò. Nel tempo, si legge ancora sul dossier Legambiente “si è tentato di edificare nella stessa area altre due potenziali strutture (Megalò 2 e Megalò 3) per un totale di ulteriori 10 edifici; con la scusa della messa in sicurezza dell’area, realizzata in maniera discutibile con la costruzione e l’innalzamento degli argini, si è cercato in realtà di fornire un alibi per continuare ad urbanizzare aree a rischio, aumentandolo di conseguenza non solo nelle aree interessate ma anche più a valle, dove si è amplificato il problema delle esondazioni nel tratto finale del fiume Pescara”. Qual è la proposta di intervento degli specialisti? Il ripristino della naturale cassa di espansione del fiume Pescara: per farlo però, è necessario delocalizzare l’urbanizzazione presente, “per agevolare il deflusso delle acque in caso di piena, e la rinaturalizzazione di una parte del suo corso a monte per ridare – spiegano – ove possibile, lo spazio necessario per la sua evoluzione naturale che porterebbe anche ad una riduzione del rischio più a valle”. Pubblicato il 18 giugno 2015 su Chietitoday.it ...
read moreTrivelle: Puglia sotto attacco dal Gargano al Salento
[Pubblicato su Il resto del Gargano]Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e i No Carbone di Brindisi chiamano la cittadinanza alla protesta. Il primo appuntamento è per mercoledì con una manifestazione a Polignano a Mare. E’ tutto il mare pugliese nelle mire dei petrolieri con le loro trivelle e, sfortunatamente, non “solo” il tratto di mare tra Bari e Brindisi. In una settimana sono stati emanati dal Ministero dell’Ambiente ben sei decreti di compatibilità ambientale per altrettante istanze presentate da due società, la Spectrum Geo e la Northern Petroleum. In tutti e sei i casi le ricerche sarebbero condotte con la tecnica dell’airgun, che ha un pesante impatto su cetacei e pesci. Il Decreto più preoccupante è quello del 3 giugno 2015 richiesto dalla Spectrum Geo che riguarda praticamente tutto il mare pugliese, dal Gargano fino al Salento. Sono interessati 1,6 milioni di ettari di mare, una superficie paragonabile a quella dell’intera regione! La mappa allegata al Decreto è letteralmente dirompente per il futuro dell’intera Puglia ma anche per le altre regioni, dall’Abruzzo all’Emilia Romagna interessate da un permesso “gemello” che occupa tutto il mare antistante le loro coste! Poi l’8 giugno il Ministero ha emanato in un solo giorno i tre decreti di compatibilità ambientale riguardanti altrettanti permessi richiesti dalla Northern petroleum per il tratto di mare da Bari a Brindisi: uno riguardanti un’area di 73.350 ettari, un altro su un’area di 71.160 ettari e un altro ancora su un’area di 86.000 ettari. Il 10 giugno è stato emanato un quinto Decreto, sempre per un permesso di ricerca richiesto dalla Northern petroleum nella medesima area. Infine l’11 giugno è stato emanato un sesto Decreto, sempre per un permesso di ricerca richiesto dalla Northern petroleum. Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e i No Carbone di Brindisi auspicano che vi sia una grande mobilitazione da parte delle amministrazioni e delle comunità coinvolte partendo dall’appuntamento di Polignano di mercoledì prossimo. In Abruzzo a Lanciano lo scorso 23 maggio abbiamo partecipato ad una manifestazione imponente, 60.000 persone contro la deriva petrolifera in Abruzzo e in Adriatico il cui slogan era “No Ombrina, salviamo l’Adriatico” (https://stopombrina.wordpress.com/). Insieme alle altre regioni adriatiche ci si deve organizzare quanto prima per contrapporsi alle sciagurate politiche di Renzi e al suo Decreto Sblocca/Sporca Italia per tutelare la qualità ambientale e la salute nonché l’economia turistica, della pesca e dell’agricoltura. Infatti la vastità di queste prospezioni fanno capire le reali intenzioni del Governo Renzi, volto a premiare gli interessi di pochi petrolieri a discapito degli interessi della collettività. Il Presidente Emiliano deve fare la sua parte: si impegni immediatamente ad aprire una vertenza “senza se e senza ma” contro l’azione del Governo impugnando i sei Decreti assieme agli enti locali. Appare evidente l’assenza di una valutazione dell’effetto cumulo sull’ambiente di tutti questi progetti in larga parte incidenti sulle stesse aree e, in generale, di una Valutazione Ambientale Strategica complessiva. Su quest’ultimo aspetto è singolare che lo stato italiano, dopo forti pressioni dei cittadini, dal un lato abbia richiesto alla Croazia la realizzazione di una Valutazione Strategica transfrontaliera sul programma di ricerca croato ma, dall’altro, non applichi la stessa procedura sul rilascio delle concessioni in Italia. Pubblicato il 15 giugno 2015 su redazione ambiente Il resto del...
read moreAmianto, ecco i 50 processi dove 1500 vittime attendono giustizia
[di Gianluca De Martino su Wierd.it] Non c’è solo la Eternit di Casale Monferrato. Ecco la mappa delle aziende e dei processi di tutta Italia. Chiedi trasparenza sull’amianto in Italia. Firma la petizione #AddioAmianto su Change.org In Italia sono circa 1500 le vittime di amianto che attendono giustizia. Operai, familiari, associazioni, uniti per chiedere che la mannaia della prescrizione non lasci impuniti i responsabili del disastro ambientale e delle morti. Nelle aule di tribunale non si racconta solo il dramma di Eternit, il cui processo bis per l’omicidio volontario degli ex dipendenti è appena cominciato. Nei cinquanta principali procedimenti penali per amianto, monitorati da Wired nell’ambito dell’inchiesta “Il prezzo dell’Amianto”, sono quasi 500 gli imputati. Imprenditori, manager, responsabili della sicurezza, amministratori locali e persino volti noti della politica sono accusati di non aver tutelato la salute dei lavoratori, né tantomeno dei loro familiari o dei residenti nei quartieri a ridosso delle fabbriche della morte. Anche loro, vittime inconsapevoli di un killer di nome asbesto. L’avvio di un’inchiesta Sulla mappa sono indicati i nomi delle aziende in cui si sono registrati casi di decessi o di malattie, tali da dare il via a procedimenti penali. Un’indagine può scattare sia in seguito a denunce di privati – cittadini o associazioni – che su input delle aziende sanitarie. “Prevenzione e aspetti giudiziari possono proseguire di pari passo con l’inoltro di numerose denunce di malattie professionali alle varie Procure della Repubblica competenti per sede delle aziende dov’è stata prestata l’attività lavorativa a rischio”, spiega Alfonso Cirillo, medico responsabile dell’Unità operativa amianto dell’Asl Napoli 3, che comprende il Sito di Interesse Nazionale del litorale vesuviano, dove sono stati censiti 81 milioni di metri quadrati di amianto da bonificare. Qui tra il 2012 e il 2014 sono stati visitati 1635 ex lavoratori, mentre le denunce alla magistratura sono state 529. Non solo Guariniello In Italia il più alto tributo in termini di vittime è stato pagato dall’Eternit di Casale Monferrato e dalle sue sedi di Bagnoli, Cavagnolo e Rubiera. Al processo bis il proprietario svizzero Stephan Schmidheiny è accusato dell’omicidio volontario di 258 persone. Il Piemonte è la Regione col maggior numero di procedimenti in corso, avviati prevalentemente dal sostituto procuratore di Torino Raffaele Guariniello. L’ultimo caso ha riguardato la presenza di amianto a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università. L’edificio, in seguito alle proteste degli studenti, è stato chiuso. Il magistrato ha ordinato perizie sulla presenza di materiale cancerogeno e intanto ha inviato un avviso di garanzia al rettore Gianmaria Ajani per omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro. Le sue responsabilità, tuttavia, sono limitate, visto che la pericolosità dell’edificio si conosce da almeno vent’anni, per via di casi accertati di mesotelioma pleurico. Altri poli industriali critici si trovano in Emilia Romagna, dove è in corso il processo per 75 vittime del Petrolchimico di Ravenna, e in Friuli Venezia Giulia, dove si registrano oltre 220 le vittime per le quali è stata avviata l’azione penale. Il più grande processo italiano per numero di imputati, 39, riguarda la Fincantieri di Monfalcone, conclusosi nel 2013 con la condanna di 13 ex dirigenti a pene tra due e sette anni. Il ritardo di un anno e mezzo nella pubblicazione delle motivazioni del verdetto hanno frenato il processo d’Appello, determinando un concreto rischio di prescrizione dei reati. Alcuni parlamentari, tra cui il senatore del Pd,...
read moreUn impianto geotermico con iniezione di fluidi a Pozzuoli.
[Di Augusto De Sanctis] Ma è normale pensare di localizzare un impianto geotermico per la produzione elettrica con iniezione di fluidi nel sottosuolo di una delle aree più rischiose, instabili e densamente abitate al mondo, la solfatara di Pozzuoli? Vi ricordate del bradisismo? E la zona di rischio vulcanico? Ho appena visto sul sito del Ministero dell’Ambiente che è stata avviata la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale per un progetto “sperimentale” di produzione elettrica, che prevede lo scavo fino a 800 metri di profondità di 5 pozzi (tre di produzione e due di reiniezione). Precisamente il titolo del progetto è “Realizzazione di un impianto geotermico pilota nell’area del Permesso di Ricerca “Scarfoglio” ed è proposto dalla società “Geoelectric srl” che fa riferimento, secondo lo Studio di Impatto Ambientale, ai gruppi Murena, Marconi e Fiore. Basta leggere questo passaggio contenuto nella Sintesi Non Tecnica per iniziare a preoccuparsi: “Anche le variazioni del campo di pressione sono significative (ovvero sopra la soglia teorica per generare sismicità indotta) soltanto in volumi molto ridotti, che difficilmente possono dar luogo a terremoti significativi. Considerata infatti sia la discontinuità strutturale che l’elevato livello di fratturazione dell’area, soprattutto nei primi 2 km di profondità, INGV e AMRA concludono che è “estremamente improbabile” che possano localizzarsi faglie sismogenetiche che coinvolgano l’interno volume interessato dalle maggiori variazioni di pressione. Tuttavia, nell’ipotesi che ciò possa comunque verificarsi, la probabilità del fenomeno sarà monitorata con l’installazione di una rete di sismografi a registrazione in continuo e controllo in remoto, posti in aree sensibili. In questo modo si andranno a registrare anche le minime interferenze sismiche, qualora presenti.” Stiamo parlando di terremoti e si usano termini come “difficilmente” e “estremamente improbabile” che non escludono il verificarsi dell’evento… Però, se ciò dovesse accadere, è previsto un monitoraggio della probabilità del fenomeno! La produzione avverrebbe iniettando fluidi nel sottosuolo, praticamente accanto alla solfatara di Pozzuoli. La produzione energetica sarebbe limitata visto che l’impianto avrebbe una potenza di 15-18 MWe. Stiamo parlando della ZONA ROSSA individuata da tempo dalla Protezione Civile nel documento: Aggiornamento del Piano nazionale di emergenza per i Campi Flegrei http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/view_dossier.wp;jsessionid=13D3BD378C09DFBACFCB0D4578583D3B?contentId=DOS50563 La zona rossa “è l’area per cui l’evacuazione preventiva è individuata quale unica misura di salvaguardia della popolazione. La nuova zona rossa per i Campi Flegrei comprende, come quella già individuata nel Piano di emergenza del 2001, i territori potenzialmente esposti all’invasione di flussi piroclastici.” Tra l’altro la stessa protezione civile precisa che “A differenza di quanto adottato per il Vesuvio, la nuova zona rossa non considera al momento le aree a maggiore rischio di crollo per l’accumulo di ceneri sulle coperture degli edifici perché sono ancora in attesa di migliore definizione i dati e i modelli da cui possono derivare le relative mappe di rischio.“. E’ lungimirante aumentare la pressione antropica su un’area così vulnerabile per la quale sono ancora in corso studi per definire nei dettagli il reale livello di rischio? Tutta la documentazione è scaricabile dal sito del ministero http://www.va.minambiente.it/it-IT/Oggetti/Info/1542 Ricordo che qualsiasi cittadino può presentare osservazioni sul progetto al Ministero dell’Ambiente, entro il 3 luglio 2015. Pubblicato il 6 maggio 2015 su AUGUSTODESANCTIS Leggi anche: Trivelle a Pozzuoli: confronto tra...
read morePerchè il futuro sarà rinnovabile
[di Gianni Silvestrini su Sbilaciamoci.info] Il grande freddo/La copertura entro la metà secolo del 100 percento della domanda elettrica con le rinnovabili orienterà le strategie di un numero crescente di paesi. Ma non sarà un processo inerziale: occorrono scelte politiche forti, che forse verranno dopo la Conferenza di Parigi. Le rinnovabili diventeranno centrali negli scenari energetici mondiali, ma il percorso per arrivare ad un loro ruolo egemonico va studiato con intelligenza perché sono ancora molti gli ostacoli da superare. Questa evoluzione sarà più facile nella generazione di elettricità, considerato che quella “verde” diventerà meno cara dei kWh delle centrali termelettriche in un numero crescente di paesi. Se oggi questo è vero solo per alcune realtà, come in Brasile e in Cile, dal prossimo decennio il minor costo delle rinnovabili porterà benefici economici ad una larga parte dell’umanità oltre a limitare i rischi di un catastrofico cambiamento del clima. Ma, se si amplia lo sguardo all’insieme dei combustibili fossili, la situazione appare più complessa....
read moreUn referendum per fermare le trivelle
[di Enrico Gagliano su Zeroviolenze.it] L’eco mediatica delle imponenti manifestazioni di Pescara del 2013 e, più recentemente, di Lanciano ha lasciato ai margini del dibattito un punto di domanda che è invece dirimente nella prospettiva del superamento della Strategia Energetica Nazionale: nel recente passato qual è stato il primo step che ha rappresentato un punto di svolta, in senso più marcatamente “fossile”, nella politica energetica del nostro Paese? In una logica di condivisione e di costruzione di un percorso comune, ci siamo interrogati su questo aspetto assieme ad altri soggetti che si sono resi protagonisti, sia localmente sia a livello nazionale, delle lotte contro scalpelli e fanghi di perforazione, giungendo infine ad identificare quel punto di svolta nell’approvazione del Decreto Sviluppo e, in particolare, in un breve passaggio dell’art. 35. Cosa prevedeva di così eversivo il famigerato art. 35, comma 1, del Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, poi convertito con modificazioni dalla Legge 7 agosto 2012, n. 134? Si ricorderà come, all’indomani del disastro avvenuto nel Golfo del Messico, l’art. 2, comma 3, lett. h, del D. Lgs. 29 giugno 2010, n. 128, entrato in vigore il 26 agosto 2010, avesse introdotto tre diversi divieti di ricerca, prospezione e coltivazione di: – idrocarburi liquidi e gassosi all’interno di aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale; – idrocarburi liquidi e gassosi all’interno di zone marine poste entro 12 miglia dalle suddette aree protette; – di soli idrocarburi liquidi all’interno della fascia marina compresa entro 5 miglia dalle linee di base delle acque territoriali. Due anni dopo, dietro la facciata “green” dell’applicazione del divieto di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi entro il limite delle 12 miglia dalle linee di costa e dal perimetro esterno delle aree marine e costiere protette del limite, il velenoso comma 1 dell’art. 35 faceva “salvi i procedimenti concessori di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge n. 9 del 1991 in corso alla data di entrata in vigore del Decreto Legislativo 29 giugno 2010 n. 128 ed i procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi, nonché l’efficacia dei titoli abilitativi già rilasciati alla medesima data, anche ai fini della esecuzione delle attività di ricerca, sviluppo e coltivazione da autorizzare nell’ambito dei titoli stessi, delle eventuali relative proroghe e dei procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi”. Fu per tutti noi amaro dover scoprire a posteriori che gattopardescamente il MISE aveva posto quei procedimenti in un limbo anziché considerarli definitivamente ed irreversibilmente conclusi a seguito del rigetto delle istanze. Con appena 84 parole il Governo Monti dava una risposta chirurgica ed immediata alle pressanti richieste dell’establishment finanziario internazionale. L’art. 35 ha una dimensione economica di assoluto rispetto: a dircelo sono i “numeri” che il MISE rese noti il 1 dicembre del 2010, cinque mesi dopo l’approvazione del Decreto Prestigiacomo, nel corso di un seminario dal titolo molto eloquente: “Conseguenze derivanti dall’applicazione del D. Lgs. n. 128/2010”. Dopo aver verificato l’esistenza di istanze e di titoli già rilasciati all’interno delle aree interdette, il MISE inviò, per poi farle svanire nel nulla, “note di preavviso di rigetto per tutte le istanze di permessi di ricerca poste ubicate in corrispondenza di aree in cui l’interdizione era totale o pressoché totale” nonché “note di riperimetrazione delle aree delle istanze caratterizzate da una...
read moreSblocca Italia, finanza e disastri ambientali
[di Luca Cardin su Zeroviolenza.it] Intervista ad Augusto De Sanctis D. L’Italia è il paese del sole. I dati di marzo sulla produzione del fotovoltaico dicono che stiamo andando in quella direzione. Il governo però con lo Sblocca Italia continua a rilasciare autorizzazioni per la ricerca di idrocarburi. Qual è l’entità degli interessi dietro queste concessioni? R. Il mondo degli idrocarburi è sempre più finanziarizzato e molte aziende medio-piccole sostanzialmente appaiono vivere più di annunci di permessi ottenuti che vengono pubblicizzati adeguatamente sui mercati secondari della borsa di Londra per ottenere qualche punto in più nella quotazione dei titoli. Alcune di queste società hanno una patrimonializzazione piuttosto limitata rispetto ai progetti che dovrebbero gestire e questo pone seri dubbi sulla loro solvibilità in caso di grande incidente. Altre criticità riguardano l’identificabilità del reale proprietario delle aziende, visto che in diversi casi vi sono fondi di investimento esteri che a loro volta sono schermati da società con sedi in paradisi fiscali. Anche alcune transazioni su titoli minerari avvenute nel recente passato hanno destato forti dubbi, visto che le aziende diventano veri e propri concessionari. I grandi player del mercato degli idrocarburi in Italia sono ENI, Total, Edison, che gestiscono i giacimenti di petrolio in Basilicata, il primo giacimento per importanza in Europa e i pozzi di gas in alto Adriatico e pianura padana, anch’essi di una qualche rilevanza. Il resto sono progetti di limitatissime dimensioni, seppur molto preoccupanti per gli impatti in un paese densamente abitato, con un patrimonio artistico e paesaggistico immenso ed un territorio estremamente fragile come l’Italia. In larga parte sono proposti da società londinesi di piccola e media grandezza. Quando parliamo di idrocarburi troppo spesso parliamo solo di pozzi. In realtà dobbiamo guardare all’intera logistica connessa all’estrazione, stoccaggio, trasformazione e trasporto di gas naturale e petrolio. D. Qual è il quadro più ampio a cui guardare? R. L’Italia dovrebbe diventare, secondo la Strategia Energetica nazionale approvata dal Governo Monti nel 2012, un ”Hub del gas”. Dovrebbe diventare, cioè, una piattaforma logistica per gli altri paesi del nord Europa, un’area di produzione e passaggio di idrocarburi, nonostante negli ultimi 20 anni il consumo interno di gas sia diminuito del 30%! Quindi infrastrutture per l’importazione – si veda la questione del gasdotto TAP, per il trasporto nel territorio italiano – si vedano i grandi gasdotti in costruzione e/o progettazione come la rete Adriatica di Snam o il Larino-Chieti di Gasdotti Italia, una società londinese, per lo stoccaggio temporaneo nel sottosuolo in vecchi giacimenti esauriti – si considerino la decine di stoccaggi in corso di realizzazione ed autorizzazione in Pianura padana e lungo il versante Adriatico. Infine la rete degli impianti di gestione dell’enorme massa di rifiuti che viene prodotta nell’industria degli idrocarburi. Tutto senza valutazione Ambientale Strategica, che permetterebbe trasparenza e pianificazione condivisa, nonostante vi siano precisi obblighi dettati da una Direttiva europea entrata in vigore in Italia dal 2004! Un accenno meritano le ridicole royalty che il Paese chiede alle compagnie. Si va dal 7% al 10% sul valore del prodotto. In Norvegia siamo al 70%. Il vero scandalo è però nel regime delle franchigie. Sotto una certa soglia – ad esempio 80 milioni di mc di gas naturale estratto in mare – le aziende non pagano nulla allo Stato. Regaliamo una risorsa alle compagnie che poi ce la rivendono a prezzo pieno. Una follia. D. Quindi l’Adriatico e regioni...
read moreEtiopia: la diga “italiana” e il land grabbing riducono i Kwegu alla fame
[ su Greenreport.it] «I Kwegu, la tribù più piccola e vulnerabile della bassa Valle dell’Omo, sono ridotti alla fame a causa della distruzione della loro foresta e del lento prosciugarsi del fiume da cui dipendono», a dirlo è Survival International, ha ricevuto rapporti preoccupanti dall’Etiopia sulla situazione di a questo piccolo popolo di circa mille persone che vivono di caccia, pesca e agricoltura di sussistenza lungo il fiume Omo. Infatti, secondo Survival International, la gigantesca diga Gibe III, alta 243 metri, che sta realizzando l’italiana Salini Costruttori, e «l’irrigazione su larga scala delle piantagioni commerciali nelle terre indigene avranno l’effetto di fermare le piene del fiume Omo e di distruggere le riserve di pesce da cui dipendono i Kwegu». International Rivers il 12 febbraio ha pubblicato immagini satellitari che rivelano che il govrno dell’Etiopia ha già cominciato a riempire il bacino idrico della diga che cancellerà la terra anchestrale dei Kwegu. «Forse moriremo. Il fiume ci tiene in vita. Dove andremo a vivere se portano via l’acqua dal letto del fiume? Se non ci saranno più pesci, cosa daremo da mangiare ai bambini?> aveva già detto nel 2012 un Kwegu quando i bulldozer cominciarono le operazioni per spianare il loro territorio. Intanto, molti Kwegu denunciano gli alveari della tribù sono stati distrutti dalle piantagioni di canna da zucchero del progetto governativo Kuraz e che i raccolti di sorgo piantati lungo le sponde del fiume non sono cresciuti perché non ci sono state le piene stagionali. Per sopravvivere, i Kwegu dipendono dal cibo delle tribù vicine. Survival dice che «I popoli indigeni della bassa Valle dell’Omo non sono stati praticamente consultati in merito ai progetti che interessano le loro terre, e chi decide di resistere si scontra con la forza brutale e le intimidazioni. Il governo sta costringendo con la forza diverse tribù a sedentarizzarsi, in un processo noto come “villaggizzazione”». Un Suri (Un popolo che confina con i Kwegu) ha detto a Survival: «Il governo ci ha detto che dobbiamo vivere in case nuove, ma noi non vogliamo. Non hanno cercato di spiegarci cosa stanno facendo, né ci hanno chiesto cosa vogliamo». Il regime autoritario etiope è uno tra quelli che beneficia maggiormente degli aiuti italiani: per il triennio 2013- 2015 la nostra ex colonia è stata confermata come uno dei Paesi prioritari per gli aiuti italiani, con un raddoppio dei fondi stanziati rispetto al triennio precedente pari a 99 milioni di euro. Ma anche statunitensi, britannici e tedeschi finanziano munificamente il regime di Addis Abeba, anche se recentemente il Department for International Development britannico ha annunciato che smetterà di finanziare un programma collegato ai reinsediamenti forzati delle tribù dell’Omo, ma non ha però, ridotto i finanziamenti all’Etiopia (510.729.000 euro), né ha fatto alcun riferimento al programma di reinsediamento forzato delle tribù. «Inoltre – denuncia ancora Survival – ad oggi, nonostante la crescente crisi umanitaria nella valle dell’Omo, non è ancora stato diffuso il rapporto della missione nell’area compiuta nell’agosto 2014 dal Development Assistance Group, un consorzio dei più grandi donatori all’Etiopia, di cui fanno parte anche l’Italia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Germania e la Banca Mondiale». La missione era stata annunciata nel giugno 2014. Stephen Corry, Direttore generale di Survival International conclude: «Le agenzie dei donatori devono garantire che i soldi dei contribuenti non siano utilizzati per sostenere governi responsabili dello sfratto dei...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.