Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
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A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
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- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Trivelle in Basilicata, quel “reciproco interesse” di Regione ed Eni
[di Pietro Dommarco su qualenergia.it ] Mentre le associazioni, i cittadini e gli studenti della Basilicata protestavano contro lo Sblocca Italia e chiedevano alla Giunta Regionale di impugnare le nuove norme dinanzi la Corte Costituzionale, così come hanno fatto sette altre Regioni, era già in atto una trattativa tra Regione Basilicata e compagnie petrolifere, dai risvolti noti e meno noti. Il petrolio lucano è di “interesse strategico nazionale”. Sottolinea questo la delibera n. 1038 del 3 settembre 2014, solo da qualche giorno scaricabile sul sito della Regione. Un documento redatto su “indicazioni” del Comitato Paritetico Regione-Eni-Shell del 28 maggio 2014, riunitosi – a più riprese – per modificare il Protocollo d’intenti sottoscritto il 18 novembre 1998 tra Regione ed Eni e i conseguenti accordi attuativi varati il 24 giugno 1999. Un percorso serrato nel corso del quale le parti si sono poste l’obiettivo di completare“nel reciproco interesse” il programma di sviluppo petrolifero della Val d’Agri, necessario al raggiungimento della soglia produttiva giornaliera di 104mila barili di greggio. Ovvero, aprire la strada per l’aumento delle estrazioni. Per farlo, l’Eni deve perforare 6 nuovi pozzi: “Cerro Falcone 7” e “S. Elia 1” in località Civita di Marsicovere, “Caldarosa 2” e “Caldarosa 3“ a Calvello, “Enoc 6” e “Enoc 7” a Viggiano. Non senza problemi, perché sui primi 4 pozzi pendono i pareri negativi della Soprintendenza ai beni paesaggistici della Basilicata, mentre sugli ultimi 2 si registra il ‘no’ del sindaco del comune di Viggiano che lamenta la troppa vicinanza delle opere al centro abitato e alla piazza Papa Giovanni XXIII, dove si svolge la tradizionale processione della Madonna nera, protettrice della Basilicata. Ed è proprio al superamento di questi intoppi burocratici e opposizioni locali pensa la multinazionale di San Donato Milanese. Infatti, al fine di scongiurare un ulteriore ritardo operativo che “potrebbe determinare entro l’anno conseguenze negative in termini di produzione e di introiti fiscali”, si sta spingendo molto per riesaminare quelle “valutazioni negative espresse dalla Soprintendenza”. In questo l’Eni ha un alleato importante che è proprio la RegioneBasilicata, la quale – mentre i cittadini, le associazioni e gli studenti lucani sul finire del 2014 chiedevano di impugnare la legge Sblocca Italia – aveva già sottoscritto la sua “disponibilità preliminare a consentire ad Eni la presentazione di un’istanza al Governo per la dichiarazione di progetto di interesse strategico nazionale, che permetterebbe significative semplificazioni autorizzative e riduzione dei tempi di attuazione. La Regione esprimerà parere favorevole in Giunta e poi, auspicabilmente, in Consiglio Regionale dopo l’avvio della procedura ministeriale condivisa.” In poche parole, ancor prima dell’effettiva entrata in vigore della legge Sblocca Italia, la Regione – siamo nel settembre 2014 – sottolineava il carattere strategico dei giacimenti di greggio lucani e le “significative semplificazioni autorizzative e riduzione dei tempi di attuazione”. Aumentano le estrazioni, aumentano i reflui da smaltire Nella delibera n. 1038 del 3 settembre 2014 si parla anche di acque di produzione e del loro smaltimento. L’Eni starebbe trovando una soluzione alternativa al pozzo di reiniezione “Monte Alpi 9OR” in merito al quale la Regione comunica il perdurare delle condizioni di difficoltà operative per l’immediata realizzazione. Le difficoltà operative – come abbiamo già avuto modo di documentare – riguardano i mancati permessi a costruire da parte del Comune di Grumento Nova che, applicando il Principio di precauzione, si oppone alla reiniezione in quanto il pozzo “Monte Alpi 9OR“ è...
read morePetrolio, V.I.A. e “salami slicing”. Un piccolo comune austriaco batte i petrolieri
[di Augusto De Sanctis su augustodesanctis.wordpress.com] Straßwalchen vi dice qualcosa? Avete mai sentito parlare di “salami slicing“? Lo scavo di un pozzo in profondità per la ricerca di idrocarburi deve essere sottoposto a Valutazione di Impatto Ambientale? Questa Valutazione come deve avvenire? Oggi cerchiamo di dare alcune risposte a queste domande commentando una recente sentenza della Corte di Giustizia Europea sulla ricerca petrolifera. La Corte di Giustizia Europea è intervenuta con una importante sentenza dello scorso febbraio sul tema delle trivellazioni esplorative per la ricerca di petrolio e gas e, in particolare, della valutazione del cosiddetto effetto cumulo. Una sentenza sostanzialmente passata inosservata in Italia ma di estrema importanza per le nostre lotte (un articolo di Eleonora Santucci è uscito su Greenreport; a mio avviso il titolo non coglieva la vera portata della sentenza e, anzi, evidenziava aspetti marginali) . I FATTI Il comune austriaco di Straßwalchen, circa 7.000 abitanti, con altri 59 ricorrenti, aveva fatto ricorso al Tribunale amministrativo locale contro un progetto petrolifero di ricerca di idrocarburi poiché era stato approvato dal Ministero austriaco dell’economia, della famiglia e della gioventù (sic!) senza sottoporre l’intervento a preventiva Valutazione di Impatto Ambientale. Il Tribunale austriaco a sua volta ha chiesto chiarimenti alla Corte di Giustizia Europea sulla necessità della V.I.A. per progetti di ricerca di idrocarburi che prevedono trivellazioni in profondità. LASENTENZA (http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?text=&docid=162221&pageIndex=0&doclang=EN&mode=lst&dir=&occ=first&part=1&cid=167505) La Corte, con un ragionamento a mio avviso molto elegante e solido, discostandosi da quanto proposto sia dal tribunale austriaco sia dalle conclusioni dell’Avvocato generale, ha stabilito che: 1)in base alla Direttiva comunitaria sulla V.I.A. (337/1985 e successive modifiche ed integrazioni http://ec.europa.eu/environment/eia/pdf/EIA_Directive_informal.pdf) un progetto esplorativo, seppur con chiari intenti commerciali, non rientra tra gli interventi per i quali l’Unione Europea prevede obbligatoriamente la Valutazione di Impatto Ambientale poiché non figura tra le categorie elencate nell’Allegato I della Direttiva che devono fare la procedura di V.I.A. direttamente. 2)questi progetti rientrano invece tra le categorie dell’Allegato II; sono quelli per i quali l’Unione Europea chiede agli stati di valutare caso per caso oppure fissando delle soglie dimensionali la necessità di Una procedura di Valutazione di Impatto Ambientale. Si tratta della nostra procedura di assoggettabilità a V.I.A.. Questo allegato non parla esplicitamente di trivellazioni per ricerca di idrocarburi ma, sostiene la corte, il tipo di progetto è sostanzialmente analogo con quelli elencati nell’allegato. Il punto è di fondamentale importanza, perché il Governo austriaco, assieme al Tribunale amministrativo austriaco nella formulazione dei quesiti e all’Avvocato generale presso la corte di giustizia che aveva istruito il caso, avevano completamente ignorato questo aspetto, quello, appunto dell’assoggettabilità a V.I.A.! Queste due decisioni della Corte non cambiano molto la vita a noi italiani perché con lo Sblocca/Sporca Italia, pur di togliere la competenza alle regioni e riportarla allo Stato, il Governo Renzi ha stabilito che in ogni caso un progetto di esplorazione per la ricerca di idrocarburi in terraferma deve essere sottoposto direttamente a V.I.A. nazionale. L’EFFETTO CUMULO, IL PUNTO IMPORTANTE PER NOI ITALIANI Il punto importante della sentenza è quello relativo alla valutazione dell’effetto cumulo. L’impatto di un’attività umana, preso singolarmente, potrebbe essere compatibile con l’ambiente di un territorio. Se, però, in quell’area insistono più progetti che incidono sull’aria o sul suolo o sull’acqua (o su tutte e tre le matrici) gli impatti complessivi possono essere insostenibili per quell’ambiente e per l’uomo che vi abita. Basti pensare alle...
read morePetrolio- Forum H2O: ” 4 nuovi pozzi al largo di Vasto”
[di Barbara Orsini su rete8.it] “Trivelle a valanga nel mare abruzzese grazie al Governo Renzi. Il Ministero dell’Ambiente rilascia a Edison, la società coinvolta nelle vicende di Bussi, il decreto di compatibilità ambientale per trivellare 4 nuovi pozzi al largo di Vasto. Siamo già a 10 nuovi pozzi nel mare antistante la Costa teatina entro le 12 miglia, una follia per il futuro del nostro mare”. Ha questi toni il documento dell’Associazione H20 Abruzzo: “Il mare Adriatico grazie al governo Renzi è ormai in balia dei petrolieri – si legge nel documento-. Il 15 aprile scorso è stato, infatti, firmato dai ministri dell’Ambiente e dei Beni culturali il parere di compatibilità ambientale V.I.A.-A.I.A. (Valutazione di Impatto Ambientale – Autorizzazione Integrata Ambientale) per 4 nuovi pozzi della Edison per la piattaforma Rospo Mare, 11 miglia a largo di Vasto. “Questa decisione – incalza il comunicato dell’Associazione H20 – la dice lunga sulle intenzioni del Governo Renzi di regalare ai petrolieri il futuro del mare Adriatico a scapito degli interessi dei cittadini e dell’economia locale. I pozzi di Edison dovrebbero funzionare per ben 25 anni, come quelli di Ombrina. Tra l’altro le operazioni avvengono a controllo remoto senza peraltro creare un solo nuovo posto di lavoro a beneficio esclusivo della Edison, l’azienda coinvolta nelle bonifiche a Bussi che restano al palo grazie ai continui e vittoriosi ricorsi nei tribunali da parte dell’azienda”. Il Forum abruzzese dei Movimenti per l’acqua chiede che “i parlamentari abruzzesi facciano la loro parte in difesa di un terrotorio, del suo mare e della sua vocazione snaturata e ingabbiata nonostante l’espressa volontà dei cittadini ribadita in molte manifestazioni partecipate e affollate”. Pubblicato il 21 Aprile 2015 su rete8.it...
read moreScorie nucleari, la Regione: no irrevocabile
[su lanuovasardegna.gelocal.it] Lettera a due ministri. Da oggi mobilitazione a Cagliari: sta per essere pubblicata la lista dei siti idonei CAGLIARI. La Regione Sardegna si oppone con fermezza all’ipotesi di localizzare nel suo territorio la sede del deposito nazionale di rifiuti radioattivi a bassa e media attività. Lo scrive l’assessore all’Ambiente, Donatella Spano, nella lettera inviata ai ministri dell’Ambiente e dello Sviluppo, anticipando la pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee, prevista nei prossimi giorni: una lista che si prevede ancora lunga, con diverse regioni e alcune decine di siti tra cui individuare la collocazione definitiva del deposito. Presidio. Oggi, intanto, davanti al consiglio regionale (ore 17), cominceranno le “Giornate dell’attesa”, una mobilitazione organizzata dal coordinamento No Nucle No Scorie. «La lettera è molto tardiva – dice Angelo Cremone, uno dei promotori – e mi auguro per l’assessore e la giunta la Sardegna non venga inclusa tra le aree in cui stoccare le scorie. In caso contrario metteremo il presidio davanti al palazzo della Regione». Posizione decisa. «È impensabile – argomenta l’assessore regionale all’Ambiente nella lettera al ministro – che l’Isola, già penalizzata dalle servitù militari che occupano oltre 35mila ettari di terreno, con compromissioni di tipo anche ambientale, per la già grave situazione di crisi economica e di difficoltà nei trasporti e per i pericoli legati al trasporto dei materiali radioattivi via mare, possa essere ritenuta sede del deposito. La Sardegna ha già dato fin troppo. La nostra posizione è decisa e irrevocabile». L’assessore ricorda che i sardi si sono già espressi contro i siti per lo stoccaggio di scorie radioattive in maniera inequivocabile nel referendum consultivo del maggio 2011 e richiama l’ordine del giorno approvato dal consiglio regionale e la posizione dell’Anci Sardegna. Cappellacci. «Le letterine non bastano ed è assurdo che una questione di vitale importanza per la nostra terra sia demandata a un assessore»: lo afferma il consigliere di Forza Italia Ugo Cappellacci. L’ex governatore chiede a Pigliaru di aprire «quel confronto con il governo promesso mesi fa» pretendendo «di vedere le carte» e contestando «in ogni sede, politica e giurisdizionale, qualsiasi atto posto in essere contro i diritti dei sardi, la Costituzione e lo Statuto». Solinas. «L’unico che si è accontentato delle letterine è stato proprio Cappellacci, bloccando, di fatto, l’applicazione dell’accordo sulla vertenza entrate raggiunto dal centrosinistra con il governo nel 2006. Fu proprio lui ad accontentarsi di una letterina scritta dal sottosegretario al Tesoro Vegas che assicurava il mantenimento degli impegni da parte dell’esecutivo»: è la replica del presidente della commissione Urbanistica del consiglio regionale Antonio Solinas (Pd). pubblicato il 01 aprile 2015 su lanuovasardegna.gelocal.it Link correlati: L’insegnamento inascoltato dell’Enea Cento pagine e molti allegati: è il monumentale dossier con cui anni fa l’Enea ha pubblicato per «spiegare quale deve essere l’approccio con le popolazioni quando si parla di nucleare e scorie… http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2015/01/04/news/l-insegnamento-inascoltato-dell-enea-1.10607967 La Regione al Governo: abbiamo già dato, niente scorie nucleari in Sardegna L’assessore Donatella Spano scrive ai ministri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico: abbiamo già oltre 35mila ettari di servitù militari, impensabile il deposito di materiali radioattivi http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2015/03/31/news/la-regione-al-governo-abbiamo-gia-dato-niente-scorie-nucleari-in-sardegna-1.11151689 Scorie nucleari, 250 sindaci contro il deposito in Sardegna Documento votato all’unanimità, accolto l’appello lanciato dal «Comitato sardo No scorie» http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2015/01/19/news/scorie-nucleari-250-sindaci-contro-il-deposito-nell-isola-1.10699227 Scorie, il mistero durerà almeno 2 mesi La Sardegna tra le aree idonee...
read moreOsservazioni al Piano di ricerca degli idrocarburi della Croazia
[di Matteo D’Ingeo su notriv.it] Il Comitato Bonifica Molfetta, in collaborazione con il Coordinamento No Triv – Terra di Bari, invia le proprie osservazioni al Ministero dell’Ambiente ed alle sette regioni che si affacciano sull’Adriatico, chiedendo il rigetto del progetto Piano e Programma Quadro di ricerca e produzione degli idrocarburi nell’Adriatico della Repubblica di Croazia. Oggetto: Osservazioni al “Piano e Programma Quadro di ricerca e produzione degli idrocarburi nell’Adriatico” della Repubblica di Croazia. Richiesta di rigetto del progetto”. ll sottoscritto Matteo d’Ingeo, in qualità di presidente-portavoce del “Comitato cittadino per la Bonifica marina a tutela del diritto alla salute e all’ambiente salubre”, di seguito denominato Comitato Bonifica Molfetta (CBM), registrato il 3 Aprile 2014 con il n. 8987/3, con sede in Via F. Campanella, 50, Molfetta (Ba), avendo come finalità statutaria “la tutela del diritto alla salute e all’ambiente salubre” e per conto del “Coordinamento No Triv – Terra di Bari” espone quanto segue. Premesso che, – con nota del 14 gennaio e con successiva nota del 18 febbraio 2015, l’Italia ha manifestato alla Repubblica di Croazia l’interesse a partecipare alla procedura di VAS del “Piano e Programma Quadro di ricerca e produzione degli idrocarburi nell’Adriatico”, come previsto dalla Direttiva 2001/42/CE e dal Protocollo VAS alla Convenzione di Espoo sulla valutazione dell’impatto ambientale in un contesto transfrontaliero (sottoscritto a Kiev nel 2003); – con nota del 26 febbraio la Repubblica di Croazia ha notificato all’Italia l’avvio delle consultazioni transfrontaliere; – il Piano e programma quadro di ricerca e produzione degli idrocarburi nell’Adriatico che il Governo della Repubblica di Croazia ha emanato si riferisce alla ricerca e alla produzione degli idrocarburi che si trovano nel sottosuolo delle acque marine interne o del mare territoriale della Repubblica di Croazia, ossia nel sottosuolo della piattaforma continentale del mare Adriatico sino alla linea di demarcazione con i paesi confinanti, sui quali la Repubblica di Croazia, conformemente al diritto internazionale, esercita la propria giurisdizione e la propria sovranità; – il piano e programma comprende parte della piattaforma continentale e delle acque territoriali della Repubblica di Croazia, per una superficie di 35.883 km2, sulla quale si trovano 29 blocchi, laddove la grandezza di ciascun sito di ricerca varia da 1.000 a 1.600 km2. Il confine orientale dell’area della gara è una linea distante 10 km dalla costa e 6 km dalla linea esterna delle isole. I restanti confini dell’area della gara sono stabiliti in conformità con gli accordi internazionali stipulati con gli stati confinanti; – nel corso del periodo di ricerca saranno avviate attività di ricerca che comprendono, in particolare, l’esecuzione dei rilievi sismici in 2D e 3D e la perforazione esplorativa, come anche numerosi studi analitici il cui fine comune sarà quello di raccogliere dati geologici e geofisici per poter valutare nel modo più esatto possibile il potenziale idrocarburico ed accertare le strutture geologiche presenti; tenuto conto che – in data 28.7.2014 il Comitato Bonifica Molfetta, nella persona del suo presidente, ha inviato le osservazioni all’istanza della società Global Petroleum (Allegato n.1) che si confermano integralmente; – in data 11.03.2015 il Comitato Bonifica Molfetta (CBM) e il “Coordinamento No Triv – Terra di Bari” hanno inviato al Ministero dell’Ambiente le osservazioni alle integrazioni della società Global Petroleum (Allegato n.2) che si confermano integralmente; –...
read moreParte l’Atlante italiano dei conflitti ambientali, No Muos e No Triv al parlamento europeo
[di Andrea Turco su meridionews.it] Un incontro a Bruxelles per raccogliere testimonianze e proposte dei comitati territoriali italiani. Uniti dall’avversità al decreto Sblocca Italia e alle politiche energetiche nazionali. «La questione ambientale è correlata alla questione meridionale», spiega la parlamentare europea Eleonora Forenza (Gue) «Altro che comitatini, qui c’è un filo comune di proposte e di un modello di sviluppo diversi». Non nasconde la soddisfazione l’europarlamentare Eleonora Forenza, membro della commissione Ambiente Envi del Parlamento Europeo, per aver riunito a Bruxelles vari rappresentanti delle lotte territoriali che, dal sud al nord d’Italia, vedono coinvolte sempre più persone. L’occasione è stata data dal lancio europeo dell’Atlante italiano dei conflitti ambientali, un progetto messo su dal Centro Documentazione Conflitti Ambientali e dall’associazione A Sud. E all’incontro era presente anche un po’ di Sicilia con ilcomitato No Triv/No Eni di Gela e il movimento No Muos. «L’Atlante italiano dei confitti ambientali è la prima piattaforma web italiana geo referenziata, di consultazione gratuita, costruita assieme a dipartimenti universitari, ricercatori, giornalisti, attivisti e comitati territoriali – si legge sullo spazio online dell’iniziativa – che raccoglie le schede descrittive delle più emblematiche vertenze ambientali italiane. Dal Vajont a Casal Monferrato, da Taranto a Brescia, dalla Terra dei Fuochi alla Val di Susa, dalle zone di sfruttamento petrolifero alle centrali a carbone, dai poli industriali all’agroindustria, dalle megainfrastrutture alle discariche, un atlante delle emergenze ambientali italiane e delle esperienze di cittadinanza attiva in difesa del territorio e del diritto alla salute». Una mappatura partecipata e in continuo aggiornamento, pronta a raccogliere ulteriori segnalazioni. Pubblicato il 21 Aprile 2015...
read moreVerso Parigi: la preparazione dei negoziati per l’accordo sul clima fra ritardi e proposte poco ambiziose
[di Silvia Schiavi per A Sud] Al 31 marzo, prima scadenza del processo preparatorio del un nuovo accordo sul clima atteso per il prossimo dicembre, solo 34 paesi su 195 hanno presentato i loro “Intended Nationally Determined Contributions”. Fra questi UE, Messico, Stati Uniti, Russia. Ma queste prime proposte non sono sufficienti ad assicurare il contenimento dell’aumento della temperatura globale auspicato dalla comunità scientifica Il primo quarto del 2015: questo il termine che la Conferenza delle Parti aveva fissato per la presentazione, per quegli Stati “pronti a farlo”, dei loro “Intended Nationally Determined Contributions” (INDCs), dapprima a Varsavia (dec. 1/CP.19), nel 2013, e poi di nuovo a Lima (dec. 1/CP.20) nel 2014. Questi “contributi nazionali” rappresentano degli input chiave per le negoziazioni del nuovo accordo internazionale sul clima che si intende siglare durante la COP21 (Parigi, dicembre 2015) e che entrerà in vigore nel 2020, subentrando al Protocollo di Kyoto. L’accordo servirà a definire il percorso verso l’obiettivo del contenimento del surriscaldamento globale, alla fine del secolo, al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli pre-industriali. Dietro all’indicazione di questa prima scadenza c’era la consapevolezza della necessità di presentare i piani nazionali di transizione energetica con largo anticipo rispetto all’appuntamento di Parigi, così da avere il tempo di valutare, confrontare fra loro gli impegni annunciati e rivederli verso l’alto. A Lima l’invito rivolto alle Parti veniva integrato dalla richiesta di esprimere gli INDCs “in una maniera che facilitasse chiarezza, trasparenza e comprensione”, e di specificare come, secondo ciascuna, i rispettivi contributi si configurassero come “giusti ed ambiziosi”, alla luce delle circostanze nazionali e di come essi sarebbero andati a concorrere alla realizzazione dell’obiettivo della Convezione così come espresso al suo Articolo 2. Ma quanti sono gli stati che al 31 marzo 2015 hanno effettivamente presentato i propri contributi nazionali? E quanti di questi questi possono ritenersi “giusti e ambiziosi”? Un’interessante analisi a tal proposito la fornisce la Reseau Action Climat-France, rappresentante francese del Climate Action Network. A questa data, solo 34 paesi su 195 hanno presentato i proprio contributi nazionali: in ordine cronologico, Svizzera, Unione Europea, Norvegia, Messico, Stati Uniti, Gabon, Russia. Gli altri grandi paesi emettitori di gas serra hanno annunciato che avrebbero posticipato la presentazione dei loro piani, facendola slittare in avanti – laddove “avanti” può arrivare fino ad ottobre: Cina, Australia, Giappone, Brasile, Canada, India, Nuova Zelanda, etc. Il governo cinese ha dichiarato, a fine marzo, che contava di sottoporre i suoi impegni al Segretariato della UNFCCC entro la fine del primo semestre 2015. Lo slittamento in avanti del calendario di deposizione degli impegni delle Parti risulta sotto diversi aspetti problematico. Più i paesi accumulano ritardo, infatti, meno essi saranno motivati a confrontare i rispettivi impegni con quelli degli altri ed a rivederli verso l’alto. Inoltre, ciò rende tutt’altro che semplice il lavoro di valutazione e comparazione ad opera della società civile e delle Nazioni Unite. L’obiettivo iniziale delle INDCs era in fondo proprio questo. I negoziati internazionali sul clima possono esser visti un po’ come una partita di poker, con alcuni paesi che, come giocatori che bluffano, non mettono giù tutte le loro carte al primo giro. È già chiaro che i contributi nazionali non saranno sufficienti perché si possa rimanere al di sotto dei...
read moreTokyo, 40 anni per smantellare centrale di Fukushima. Ma mancano i lavoratori
[di Marco Zappa su ilfattoquotidiano.it] Secondo il Minpo – principale giornale locale – a inizio di quest’anno 174 addetti hanno lasciato la centrale per raggiunto limite di esposizione alle radiazioni. Parlando ai microfoni di Nhk World nel 4° anniversario del disastro, un operatore ha denunciato la perdita dall’inizio dei lavori di almeno un terzo degli operai qualificati. La sua azienda, un’appaltatrice di Tepco, fatica a trovare forza lavoro esperta e motivata Smantellare la centrale nucleare di Fukushima numero 1 (Daiichi), danneggiata da terremoto e tsunami l’11 marzo 2011, non sarà un lavoro facile. Per stare nei tempi promessi – secondo il governo di Tokyo ci vorranno tra i 30 e i 40 anni da qui alla fine dei lavori – la Tokyo Electric Power Company (Tepco) dovrà avere a disposizione un numero adeguato di uomini. E questo, a poco più di quattro anni dall’incidente nucleare più grave della storia recente, sembra essere un problema di massima urgenza. Soprattutto perché da qui al 2020 lo smantellamento della centrale vivrà la sua fase più critica. Secondo quanto scritto nei giorni scorsi dal Fukushima Minpo – principale giornale locale – a inizio di quest’anno 174 addettihanno lasciato la centrale per raggiunto limite di esposizione alle radiazioni, una soglia che la legge giapponese ha fissato a 100 millisievert in 5 anni. Secondo la ricostruzione del giornale, i 174 sono solo una parte degli oltre duemila lavoratori che in quattro anni sono stati esposti a quantità di radiazioni comprese tra i 50 e i 100 millisievert, superando in qualche caso i 20 millisievert l’anno, il limite stabilito dalla Commissione internazionale per la protezione radiologica (International Commission on Radiological Protection, ICRP). Nella maggior parte dei casi, scrive ancora il Minpo, Tepco e le società appaltatrici trasferiscono i lavoratori ad altri incarichi dove l’esposizione alle radiazioni è minore. Ma la soluzione è di carattere temporaneo. Da qui ai prossimi anni, infatti, si prevede un aumento del numero dei lavoratori che dovranno lasciare l’impianto, una volta raggiunto il limite di esposizione fissato dalla legge. Tepco ha già fatto sapere che farà fronte alla “fuga” di forza lavoro da Fukushima numero 1, riducendo ulteriormente “il livello di radiazioni all’interno della centrale”. Ma è proprio dalle operazioni nelle zone più contaminate della centrale che si determinerà l’andamento futuro dello smantellamento della centrale e della bonifica dell’area. La scorsa settimana l’azienda elettrica di Tokyo ha diffuso le immagini registrate da un robot radiocomandato all’interno del reattore 1, dove i livelli di radiazioni – insostenibili per un operatore umano – raggiungono i 10 sievert all’ora. Al momento gli operatori alla centrale sono impegnati a capire cosa fare delle barre di combustibile contenute nei reattori 1,2 e 3 i cui resti si sono depositati sul fondo delle vasche in seguito al meltdown. Tepco ha fatto sapere che intende condurre le operazioni il più possibile in remoto, per evitare che i lavoratori rimangano esposti a una quantità elevata di radiazioni, ma il rischio di un turnover forzato, una volta concluse le operazioni, è comunque alto. L’utility energetica minimizza sulla scarsa disponibilità di manodopera. Sono più di 14mila i lavoratori, scrive sempre il Minpo citando fonti dell’azienda elettrica di Tokyo, che hanno operato nella centrale tra gennaio e dicembre 2014, 3mila in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. In tutto, sono oltre 41mila le persone che si sono ritrovate a lavorare nell’impianto dall’inizio dell’emergenza a...
read more14 Aprile | Presentazione Atlante Italiano al Parlamento Europeo
Il CDCA – Centro di Documentazione Conflitti Ambientali in collaborazione con l’associazione A Sud presenta: LANCIO DELL’ ATLANTE ITALIANO DEI CONFLITTI AMBIENTALI A BRUXELLES Evento di presentazione al Parlamento Europeo Scarica la locandina LUOGO E DATA martedì 14 aprile 2015 | h. 15.00 c/o Room P1C050, European Parliament | Bruxelles 14.30 – 15.00 CONFERENZA STAMPA 15.30 -17.00 PRESENTAZIONE DELL’ATLANTE INTRODUCE Eleonora Forenza | MEP, GUE – Lista Tsipras-L’Altra Europa MODERAZIONE E CONCLUSIONI Salvatore Altiero | A Sud PRESENTAZIONE DELLA RICERCA Marica Di Pierri | Presidente del CDCA – Centro di documentazione sui conflitti ambientali DIBATTITO E INTERVENTI Saranno presenti e interverranno rappresentanti delle realtà territoriali che hanno collaborato alla mappatura dei conflitti ambientali contenuti nell’Atlante. Tra essi: Coordinamento Nazionale No Triv | No Triv Abruzzo | No Triv Irpinia | No Triv Calabria | No Triv-No Eni Gela | No Elettrodotto Villanova-Gissi | No Muos Niscemi | Laboratorio Aprile Acerra | Stop Biocidio Campania | Forum ambientalista Calabria | Comitato regionale Calabria No discariche No inceneritori | Comitato Legamjonici – Taranto | Rete salute-ambiente Salerno | Comitato No Inceneritore Salerno | Comitati cittadini per l’ambiente – Sulmona (Coordinamento Interregionale No tubo Abruzzo-Marche-Umbria) | No centrale del Mercure | No elettrodotto Calabria | Brindisi bene comune 17.00 – 18.00 INCONTRO CON I PARLEMENTARI EUROPEI MEMBRI DELL’ENVI Dopo la presentazione dell’Atlante, A Sud, CDCA e i rappresentanti dei comitati presenti incontreranno una delegazione dei parlamentari dell’ENVI, la Commissione europea per ambiente sanità pubblica e sicurezza alimentare. COMUNICATO STAMPA Una mappa nazionale della (in)giustizia ambientale Il Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali, aperto a Roma nel 2007, è lieto di invitarvi all’evento di presentazione al Parlamento Europeo della prima piattaforma web italiana geo-referenziata, di consultazione gratuita, costruita assieme a dipartimenti universitari, ricercatori, giornalisti, attivisti e comitati territoriali, che raccoglie le schede descrittive delle più emblematiche vertenze ambientali italiane. Dal Vajont a Casal Monferrato, da Taranto a Brescia, dalla Terra dei Fuochi alla Val di Susa, dalle zone di sfruttamento petrolifero alle centrali a carbone, dai poli industriali all’agroindustria, dalle megainfrastrutture alle discariche, un atlante delle emergenze ambientali italiane e delle esperienze di cittadinanza attiva in difesa del territorio e del diritto alla salute. L’archivio, che al momento contiene circa 100 schede di conflitto, è in continua espansione e di rapida consultazione attraverso un sistema di filtri progressivi; è pensato per essere utilizzato da ricercatori, giornalisti, docenti, studenti, cittadini, enti locali ed istituzioni pubbliche aventi come mission la salvaguardia dell’ambiente e della salute pubblica. Mappatura partecipata Il portale è uno strumento di mappatura partecipata: registrandosi come utenti, comitati territoriali, ricercatori, e società civile in qualunque forma organizzata potranno caricare direttamente, seguendo le semplici istruzioni e compilando il formulario predisposto, schede monografiche inerenti specifici conflitti ambientali che, previa validazione da parte dell’equipe di ricerca del CDCA, entreranno a far parte della mappatura visibile sulla home page dell’Altante. In tal senso il portale mira ad essere non solo un archivio in continua crescita, ma uno strumento di produzione diffusa di documentazione, di partecipazione cittadina e di messa in rete di realtà territoriali oltre che strumento di visibilità e denuncia dei fattori di rischio ambientale presenti da nord a sud del paese. Contributors Le schede contenute nell’Atlante sono state realizzate da ricercatori universitari, giornalisti esperti di tematiche ambientali ed attivisti, a stretto contatto con le realtà territoriali attive sui singoli casi. Contengono inoltre una nutrita bibliografia utile ad approfondire ogni...
read morePesticidi e rischio tumori: l’Oms mette in guardia
[su scienzainrete.it] Lo IARC (International Agency for Research on Cancer) di Lione, massima autorità in materia di studio degli agenti cancerogeni, ha inserito nel Gruppo 2A, quello che racchiude le sostanze probabilmente cancerogene per gli esseri umani, ma per le quali le evidenze sono ancora limitate, tre principi attivi ampiamente utilizzati nella composizione di fitofarmaci: malathion, diazinon e glifosato. Lancet Oncology ha pubblicato un sunto delle motivazioni che hanno portato 17 esperti da 11 paesi a giungere a questa conclusione, mentre le valutazioni dettagliate saranno pubblicate sulla Monografia 112 dello IARC. Il malathion è un insetticida utilizzato non solo in agricoltura, ma anche in igiene pubblica (per esempio per combattere i pidocchi) e per la disinfestazione domestica. Prodotto in quantità consistente in tutto il mondo, è stato collegato a casi di linfoma non-Hodgkin negli USA, in Canada e in Svezia in seguito a esposizioni di tipo professionale. Questo anche se l’Agricultural Health Study (AHS), progetto ad ampio raggio nato con l’obiettivo di indagare la relazione tra il vivere e lavorare in campagna e la possibilità di ammalarsi di tumore, non aveva evidenziato un aumento di rischio per questo tipo di cancro. Sia l’AHS sia alcuni casi di studio canadesi hanno invece associato l’utilizzo professionale di malathion a un aumentato rischio per il cancro alla prostata. Esperimenti su animali e in vitro hanno corroborato l’ipotesi di danni al DNA e al corredo cromosomico. Anche il diazinon è un insetticida, utilizzato sia in agricoltura sia in ambienti domestici. L’Unione Europea lo ha fortemente limitato nel 2007 (l’Italia ha revocato le autorizzazioni concesse in precedenza a prodotti fitosanitari a partire dal giugno di quell’anno). La sostanza è stata associata a un aumento del rischio per il linfoma non-Hodgkin, oltre che per il cancro al polmone. Le prove sono tuttavia limitate e provenienti da studi sulle esposizioni in campo agricolo realizzate negli Stati Uniti (AHS) e in Canada. L’inserimento del diazinon nel Gruppo 2A è comunque legata anche alle prove, questa volta tutt’altro che deboli, dei danni che la sostanza ha provocato a DNA e cromosomi nel corso di esperimenti in vitro. La vicenda del glifosato è la più complessa. Anche in questo caso ci sono prove limitate di un suo legame con il linfoma non-Hodgkin, sempre derivanti da studi pubblicati fin dal 2001 in USA, Canada e Svezia relativi all’esposizione in ambiente agricolo. Si tratta di un erbicida utilizzato nella composizione di 750 diversi prodotti destinati non solo all’agricoltura, ma anche alle applicazioni domestiche e urbane. Come mai la sua vicenda è complessa? Perché basandosi sull’evidenza che il glifosato fosse all’origine di vari tumori nei topi, l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (US EPA) nel 1985 l’aveva inserito tra le sostanze che “forse provocano il cancro negli uomini”. Sei anni dopo, la stessa Agenzia declassò la sostanza a “non cancerogena per gli esseri umani”. Il gruppo di lavoro dello IARC, analizzando le scoperte più significative, è arrivato alla conclusione che sussistano prove sufficienti della cancerogenicità su animali da laboratorio, oltre che prove di danni al DNA e al corredo cromosomico di cellule umane. La decisione è stata rinforzata dal fatto che tracce di glifosato e del suo metabolita AMPA sono state rilevate nel sangue e nell’urina dei lavoratori esposti. Inoltre, uno studio del 2009, che riporta i risultati del biomonitoraggio di lavoratori agricoli provenienti da cinque diverse zone della Colombia, ha rilevato un...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.