Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
Guarda la diretta
- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Nigeria: Shell ci rinuncia, ecco quanto pagherà ai pescatori di Bodo
Il colosso petrolifero Shell pagherà i pescatori di Bodo, in Nigeria, per gli sversamenti di greggio del 2008 e 2009. di Chiara Boracchi su Lifegate La compagnia petrolifera Royal Dutch Shell verserà 55 milioni di sterline, pari a circa 84 milioni di dollari a titolo di risarcimento agli oltre 15.600 pescatori Ogoni della comunità di Bodo, sul delta del Niger, danneggiati dalle due fuoriuscite di greggio avvenute tra il 2008 e il 2009. Shell inizialmente aveva ammesso lo sversamento di soli 4.000 barili; gli esperti ne hanno stimati 60 volte tanto. Per questo, la compagnia si è attirata le critiche di Amnesty International, che l’aveva accusata di voler eludere le proprie responsabilità di fronte all’accaduto. Dal canto suo, Shell afferma di aver sempre voluto risarcire i pescatori e di considerare gli sversamenti provenienti dai propri oleodotti un grave danno all’immagine. Secondo lo studio legale Leigh Day che rappresenta i pescatori, gli 84 milioni di dollari saranno così suddivisi: 30 milioni a beneficio della comunità nel suo complesso e circa 3300 dollari a ciascun pescatore danneggiato. La notizia è stata divulgata a Londra prima del processo che sarebbe dovuto iniziare a breve contro la società. Si tratta della più importante vittoria ambientale mai ottenuta finora da uno Stato africano. Ed è anche la prima volta che l’indennizzo per una fuoriuscita di petrolio viene pagato direttamente a singoli individui anziché che capi locali o soltanto all’intera comunità. I pescatori e lo studio legale si sono detti soddisfatti del risultato ottenuto: nel 2011, infatti, l’offerta iniziale di Shell per la comunità di Bodo era appena di 4.000 sterline complessive (circa 6.000 dollari). A detta di Day Martyn, l’avvocato che con il suo team ha seguito la vicenda, “Il salario minimo in Nigeria è 18.000 naira al mese (circa 70 sterline) e il 70 per cento della popolazione Bodo vive sotto la soglia di povertà. Ognuno dei 15.600 ha detto sì alla trattativa “. A breve inizieranno anche i lavori di ripulitura di tutta l’area danneggiata, come affermato dalla consociata nigeriana del colosso petrolifero, Shell Petroleum Development Company. La compagnia (insieme ad altre che operano nella zona), è già stata criticata dalle Nazioni Unite, Amnesty e il Governo nigeriano per non aver ancora ripulito l’area di Ogoniland dopo gli sversamenti. *Articolo pubblicato su lifegate.it, 8 gennaio...
read moreBolivia’s nuclear dream: What is at stake?
Evo Morales’s plans to develop a nuclear energy programme in Bolivia have sparked debates in the country around issues of citizen participation and socio-ecological justice. by Isabella M. Radhuber on [Entitle Blog] “Bolivia could be the energy centre of South America; that is our dream” (Evo Morales). Bolivia’s government has publicly announced plans to develop a nuclear energy programme for peaceful purposes, such as electricity networks, agriculture, medicine and research. From 2015 to 2025 infrastructure shall be developed mainly in the department La Paz, with investments of $2 billion US Dollars. In September 2014, the presence of uranium deposits has been confirmed in the northeast of the departmento (region) of Santa Cruz. These add to other known deposits in Potosí and Tarija, according to earlier reports. The International Atomic Energy Agency officially visited Bolivia and confirmed their support. Potential bilateral partners currently include Russia, Iran, Argentina and France, illustrating the potential to create a new energy geopolitics. (Political) power is the main argument put forward by the Bolivian government for implementing this plan. In president Evo Morales’s opinion, countries that control their energy sectors have more power than those who have money or missiles. According to the proposal, Bolivia’s nuclear energy programme shall first feed the internal market, and only then the external. Morales argues that this is a step—and the best way—towards liberation from technological dependence.Official declarations argue that nuclear energy cannot be stigmatised due to the experiences in Chernobyl and Fukushima. Furthermore, nuclear energy is believed to be a clean energy source. Morales informed the public after several years of planning, which – according to him – applauded the initiative. On the other side, a group of international anti-nuclear activists has written an [open letter to president Morales->http://www.pressenza.com/es/2014/05/carta-abierta-evo-morales-sobre-central-nuclear/] expressing their concerns. Different groups in society have started to generate debates, in order to inform the population about the risks and problems related to the plan, alongside the benefits highlighted by the government. Mainly, they demand the participation of society in this decision; some ask for a referendum. Critics argue that Bolivia is currently producing enough electricity for national supply. They also raise doubts regarding whether Bolivia has enough uranium deposits for the programme and stress that Bolivia’s nuclear programme is unconstitutional. Just recently, from 2006 to 2008, a Constitutional Assembly took place in Bolivia through a highly participatory process with 255 directly elected members. The new Constitution—which was approved in 2009 via referendum—is globally groundbreaking on several counts. These include: designing of intercultural democracy and decolonisation, as proposed by the country’s indigenous majority; centrality given to socio-ecological dimensions and the role of the Mother Earth; and the recognition of basic social rights. Moreover, article 344 of the Constitution prohibits the storage, transit and deposit of nuclear and toxic waste. The question is not whether Bolivia has the right to develop a nuclear energy programme just as other countries have done and still do. Trying to preserve an “island” where the world works differently, as long as we do not have to change our energy and consumption patterns, would be quite neo-colonial indeed. Rather, the question is whether Bolivia is willing to leave the globally groundbreaking path towards more democracy and socio-ecological justice as proposed by the indigenous majority. And this is not the exclusive responsibility of Bolivia’s...
read moreThe concept of “ecological debt” and its value for environmental justice
EJOLT’s latest report is about the value of the ecological debt concept to struggles for environmental justice. Posted by {Nick } on [EJOLT] “Ecological debt. History, meaning and relevance for environmental justice” can be downloaded here. It comes together with a peer reviewed article published in Global Environmental Change. The ecological debt concept emerged in the early 1990s from within social movements driven by rising environmental awareness, emerging Western consciousness of responsibility for past colonial subjugations, and a general sense of unease during the debt crisis. First developed organically, mainly in locally-scaled, civil contexts, ecological debt has since gained attention in academia and international environmental negotiations. Now, the concept of ecological debt requires further elucidation and elaboration, especially in light of its historical interconnection with environmental justice. In this paper, the development of the concept of ecological debt in both activist and academic circles is described, proposed theoretical building blocks for its operationalization are discussed and three brief cases illustrating its recent utilization are presented. Ecological debt is built upon a theoretical foundation that draws on biophysical accounting systems, ecological economics, environmental justice and human rights, historical injustices and restitution, and an ecologically-oriented world-system analysis framework. Drawing on these building blocks, the concept of ecological debt has been used as a biophysical measure, a legal instrument and a distributional principle. In theory and in practice, it has much to offer the environmental justice movement. We conclude by reflecting on some of the pros and cons of the ecological debt concept as a tool to be used in fulfilling some of the goals of environmental justice movements in the world today. Keywords: Ecological debt, Climate debt, Carbon debt, Environmental Justice, sustainable development, debt cancellation, environmental movements, ecological economics, biophysical measures, Climate ethics, human rights, world economy Authors: Rikard Warlenius (coord.) with contributions from Gregory Pierce, Vasna Ramasar, Eva Quistorp, Joan Martíonez-Alier, Leida Rijnhout, Ivonne Yanez *Published on ejolt.org, January 16,...
read moreLe comunità di tutto il mondo unite contro le multinazionali delle miniere
L’esempio della piccola comunità colombiana di Doima in lotta contro Anglo Gold Ashanti su [Greenreport] Per molte comunità di tutto il mondo un territorio integro, acqua e aria pulita e la salvaguardia di mezzi di sussistenza vitali sono ottime ragioni per opporsi alle attività più devastanti che hanno a che fare con le miniere. Ora è nata una nuova piattaforma web, ispirata dalle comunità che resistono alle attività minerarie, per creare un network di solidarietà e ampliare il crescente coro di voci che dicono “Yes to life, no to mining”, “Sì alla vita, No all’industria mineraria”. Tra le piccole comunità che hanno promosso “Si a la vida, no a la mineria” c’è anche quella di Doima, nella Colombia centrale, che rischia un triste destino se il colosso minerario Anglo Gold Ashanti (Aga) riuscirà a farsi strada nel suo territorio. La multinazionale sudafricana vuole trasformare la gola di un vicino fiume in una diga per lo stoccaggio degli sterili della sua miniere d’oro di La Colosa. La gigantesca diga, che alla fine arriverà a 250 metri di altezza verrà alimentata da un “minerodotto”, una strada lunga più di 100 km che taglierà in due fertili terreni agricoli, ed alla fine dovrebbero esserci stoccate 1.420 milioni di tonnellate di rifiuti tossici. Il tutto a monte dei ricchi terreni agricoli ricchi della comunità e del grande fiume Magdalena, la “spina dorsale” della Colombia. La popolazione di Doima è fortemente consapevole dei pericoli che corre con la diga di La Colosa, rischi che riguardano non solo i servizi ecosistemici e la biodiversità locale, ma quelli dell’intera Colombia. L’enorme vasca per gli sterili minerari verrebbe realizzata a soli 4 km dalla faglia di Igabue, una delle più sismicamente attive del Sud America e se la diga dovesse crollare le scorie tossiche si riverserebbero a valle fino a raggiungere in soli 10 Km il fiume Magdalena, inquinando l’acqua ed i terreni agricoli lungo una vasta area conosciuta come “La despensa de Colombia” per la sua fertilità. Purtroppo i crolli delle dighe dei lagunaggi minerari non sono infrequenti. Ma l’Aga non molla e sta attuando una tattica molto aggressiva e con , l’aiuto delle autorità centrali e la mancanza di consultazione della popolazione, sta cercando di far passare un progetto che prevede l’utilizzo di 530 litri di acqua consumati per ogni grammo di oro prodotto- Ma la gente di Doima non si fa convincere dalla propaganda e dalle promesse e continua a resistere contro la diga e la miniera. Negli ultimi tre anni la comunità ha bloccato il ponte che porta a Doima; fatto pressioni sull’amministrazione locale ed il governo nazionale; indetto e vinto un referendum comunitario con 2.971 voti contro 24 e difeso quel voto con successo di fronte alla Corte Constitutional de Colombia. Ma la cosa che da maggior forza a questa comunità è la notorietà che la sua lotta ha ottenuto in tutto il mondo grazie alla rete della solidarietà d tra le comunità che si oppongono alle miniere in tutto il mondo. Su Ecologist Mariana Gomez, un’attivista e antropologa di Doima, spiega che i messaggi di sostegno che sono arrivati dagli alleati internazionali hanno svolto un ruolo fondamentale nel sostenere la resistenza di questa comunità contadina colombiana: «Abbiamo un detto qui: la resistenza è come un fuoco, è necessario continuare ad alimentarla...
read moreDiritto all’acqua | Il 13 gennaio decidi da che parte stare
Diritto all’acqua: mentre i cittadini chiedono di ripubblicizzare, la giunta capitolina intende privatizzare. Martedì 13 l’assemblea capitolina chiamata a decidere da che parte stare. Tutte e tutti in Campidoglio alle 14.00 Martedì 13 gennaio l’assemblea capitolina discuterà la proposta di inziativa popolare sulla ripubblicizzazione della gestione dell’acqua a Roma, insieme ad altre 3 delibere su scuola, finanza e patrimonio pubblici. Una proposta dal basso, nata per attuare la volontà popolare espressa nei referendum di giugno 2011 e ripresa dalla legge regionale n°5: fuori l’acqua dal mercato, fuori i profitti dall’acqua. Tra i provvedimenti recentemente approvati dalla giunta in tema di bilancio compare però la vendita del 3,54% di ACEA ATO2 S.p.A.. Questo significa che il Comune di Roma non avrebbe più la maggioranza delle azioni del gestore idrico della città: mentre I cittadini chiedono di ripubblicizzare, la giunta intende privatizzare. La domanda quindi è: l’assemblea capitolina saprà cogliere quest’occasione, schierandosi dalla parte dei cittadini o si mostrerà schiava delle logiche di mercato che governano ACEA? Non si tratta solo (si fa per dire) di ideologia, perchè ACEA in questi ultimi mesi ha saputo dimostrare ai romani cosa significa gestire l’acqua in forma privatistica: migliaia di distacchi a settimana, anche per piccole morosità, senza alcuna salvaguardia per bambini, anziani o disabili. Per questo diversi cittadini hanno scelto di rivolgersi a Super Mario: l’idraulico che riporta l’acqua a chi viene colpito dai distacchi di ACEA. Ma se questo non basta, ecco arrivare l’accordo con Equitalia per la riscossione delle bollette insolute. Un’ulteriore operazione vessatoria nei confronti degli utenti, accompagnata dai pesantissimi conguagli che molti cittadini si sono visti recapitare a fine 2014. ACEA ATO2 si è infatti accorta di aver incassato meno di quanto previsto, anche perchè i romani hanno imparato a consumare meno acqua. La soluzione? Far pagare questa differenza agli utenti, partendo addirittura dalle somme relative al 2006! Un giochetto che farà entrare nelle casse di Acea circa più di 50 milioni di euro nel solo 2015. Ma come vengono usati questi soldi? Investiti per migliorare il servizio o le condizioni dei lavoratori? Utilizzati per tutelare le fasce più deboli? O per migliorare la depurazione? Sembrerebbe di no, date le continue lamentele non solo degli utenti, ma anche dei Sindaci della provincia di Roma, che segnalano decine di opere promesse e mai concluse. Quelli che certamente godono di ottima salute sono i profitti degli azionisti, in continuo aumento. E allora il Comune di Roma ha il dovere di esercitare il suo potere, politico e societario, per garantire il diritto all’acqua e alla salute, oggettivamente messo in discussione dall’attuale gestione. Per far sì che la voce dei cittadini venga ascoltata, tutte e tutti al Campidoglio martedì 13 Gennaio alle 14.00 per assistere alla presentazione delle 4 delibere d’iniziativa popolare. Roma, 12 Gennaio 2015 { Coordinamento Romano Acqua Pubblica } Guarda e condividi l’evento facebook Visita il sito Crap...
read moreNebraska court approves controversial Keystone XL pipeline route
</>Ruling from state supreme court clears one of the last remaining obstacles before President Obama is forced to make a decision on the pipeline by {Suzanne Goldenber } on [The Guardian] A Nebraska court has signed off on the proposed route for the Keystone XL, bringing the controversial project a crucial step closer to reality after six years of legal and political fighting. The Nebraska supreme court said the state’s governor, Dave Heineman, had indeed acted within his authority in January 2013 when he approved the pipeline’s route. Four judges on the seven-member court agreed with the landowners, but a super-majority of five was needed to strike down the plan. “The legislation must stand by default,” the court said. A lower court had ruled that Heineman should have consulted Nebraska’s public service commission, an obscure body which regulates grain bins, taxi cabs, and mobile homes among other things. The state supreme court ruling clears one of the last remaining obstacles before Barack Obama is forced to render his decision on the future of Keystone, a controversial pipeline designed to deliver crude from the tar sands of Alberta to refineries on the Texas Gulf coast. The decision is one of the most loaded of his presidency – and Obama has repeatedly deferred his determination, claiming he wants to let the process play out. Now, after six years of delays, that procedure is all but exhausted. With the Nebraska route settled, the State Department is expected to come out with its final decision on whether the pipeline is in the national interest. Then it is down to Obama. The Senate energy committee voted 13-9 on Thursday in favour of a bill that would force construction of the Keystone XL, moving the measure towards the Senate floor. Advertisement The committee vote all but ensures that the pipeline will be the first substantial order of business for the new Republican-controlled Congress. Obama has said he would veto any legislation that attempts to circumvent the process now under way in the Nebraska courts and the State Department. The White House said it was studying the decision on Friday. “The State Department is examining the court’s decision as part of its process to evaluate whether the Keystone XL Pipeline project serves the national interest. As we have made clear, we are going to let that process play out,” White House spokesman Eric Schultz said in a statement. House speaker John Boehner said the ruling means Obama can no longer delay the project. “President Obama is now out of excuses for blocking the Keystone pipeline and the thousands of American jobs it would create,” Boehner said in a statement. TransCanada said it hoped that Obama would render his decision quickly – possibly within the first quarter of the year – and that he would approve the pipeline. “The delay is getting to the point where there is no longer any reason for delay in reaching a decision,” said Mark Cooper, a spokesman for TransCanada, the company building the pipeline. “Our hope is that the decision will be made quickly and that the decision wil be positive because not only has this project been studied totally, it has the consistent support of two-thirds of Americans,” he said. The court decision was a disappointment to the coalition of...
read moreShell to pay out $83 million to settle Nigeria oil spill claims
Royal Dutch Shell will pay out 55 million pounds ($83.4 million) in compensation for two oil spills in Nigeria in 2008 after agreeing a settlement with the affected community. [by Julia Payne and Simon Falush on [Reuters->http://www.reuters.com/article/2015/01/07/us-shell-nigeria-spill-idUSKBN0KG00920150107?utm_content=buffer6b5a7&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer]] The largest ever out-of-court settlement relating to oil spills in Nigeria is a step forward for the oil-rich Niger Delta region that has been hit by regular environmental damage, but it is tiny compared with the billions in compensation and fines BP had to pay after the Macondo rig disaster in the Gulf of Mexico in 2010. Though significantly higher than the 30 million pounds Shell had previously said it would be willing to pay, its deal is a fraction of the 300 million pounds-plus originally sought by the Bodo community in the Niger Delta. The payment will be split, with 35 million pounds shared evenly between 15,600 Bodo individuals and the remaining 20 million pounds set aside in a trust fund for projects such as health clinics and schools, said Martyn Day, senior partner at Leigh Day, the British law firm acting for the community. The individuals will each receive about 2,200 pounds, equivalent to a little more than 600,000 naira ($3,249), in the first such case to pay compensation directly to individual community members, Day said. Previous similar claims have tended to go through the Nigerian authorities, resulting in a disbursement to community chiefs, who were then expected to distribute the money. “It’s very unusual to have thousands benefit,” Day said. “The money will go directly to their bank accounts and this will hopefully be a model for future claims.” Armed gangs tapping pipelines have often been blamed for leaks in the region, but Shell accepted that the Bodo spills were caused by corrosion. “From the outset, we’ve accepted responsibility for the two deeply regrettable operational spills in Bodo,” said Mutiu Sunmonu, managing director of Shell Petroleum Development Co, the oil major’s Nigerian joint venture. “We’ve always wanted to compensate the community fairly and we are pleased to have reached agreement.” It is estimated by Leigh Day that the locals, mainly fishermen, have lost up to 300 pounds a year each on average since the spills. Claimants said that the two pipeline spills resulted in the leakage of 500,000 barrels of oil, with Shell initially estimating the volume at about 4,000 barrels. It subsequently accepted that the total may have been higher, though it did not provide a final figure. Shell said that a major remediation operation would take place in the coming months, following an initial clean-up phase, but it did not disclose how long this would take, nor how much it would cost. (Editing by David Goodman) *Published on [reuters.com->http://www.reuters.com/article/2015/01/07/us-shell-nigeria-spill-idUSKBN0KG00920150107?utm_content=buffer6b5a7&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer], Jan 6...
read moreCiad, il dramma del lago che evapora: più di 15 mln di rifugiati
Il lago Ciad rischia di scomparire dopo aver perso i tre quarti della sua superficie, passando dagli oltre 26.000 km2 degli anni ’60 ai meno di 5.000 km2 di od oggi, e intanto le sue sponde si sono trasformate in una delle aree a massima concentrazione di rifugiati climatici ed ospitano circa la metà dei 30 milioni di abitanti del bacino lacustre. di Umberto Mazzantini su Greenreport Il lago Ciad rischia di scomparire dopo aver perso i tre quarti della sua superficie, passando dagli oltre 26.000 km2 degli anni ’60 ai meno di 5.000 km2 di od oggi, e intanto le sue sponde si sono trasformate in una delle aree a massima concentrazione di rifugiati climatici ed ospitano circa la metà dei 30 milioni di abitanti del bacino lacustre. In un intervista concessa recentemente all’agenzia ufficiale cinese Xinhua, Boubakary Mana, della segreteria esecutiva della Commission du Bassin du Lac Tchad (Cblt), spiega: «E’ anche una zona prediletta dai rifugiati climatici. Oggi, nel lago Ciad si parla di una popolazione di 30 milioni. Direi che la metà sono certamente dei rifugiati climatici. Anche gli altri sono più o meno colpiti nelle loro attività. La popolazione lavora nell’agricoltura, erano pescatori e sono diventati allevatori». La Cblt è stata istituita nel 1964 ed ha sede a N’Djamena, la capitale del Ciad, si tratta di una organizzazione alla quale partecipano Camerun, Libia, Niger, Nigeria, Repubblica Centrafricana e Ciad, in qualche modo interessati dal quello che ormai era il grande bacino del Lago Ciad. I 30° milioni di persone che, nei diversi Paesi, vivono nell’area del lago in continuo regresso sono sotto costante minaccia di siccità e quindi di sussistenza. Mana, coordinatore del progetto di deviazione delle acque del fiume ‘Oubangui verso il lago Ciad, è convinto che si debba parlare di rifugiati climatici perché il global warming è una drammatica realtà della regione: mentre il lago si riduceva ad un quinto della sua superficie originaria, «Le persone hanno naturalmente lasciato la zona; altre sono venute, per esempio gli allevatori alla ricerca di pascolo. Ed abbiamo persone che hanno completamente cambiato professione. Erano pescatori ed oggi sono diventati dei semplici artigiani o dei commercianti che portano i pesci alla città N’Djamena o anche alla città di Maiduguri in Nigeria». Il rappresentante della Banca africana di sviluppo in Camerun, Racine Kane, evidenzia i gravi rischi di una situazione ormai fuori controllo: «Il bacino del lago Ciad è caratterizzato da un degrado degli ecosistemi produttivi e delle risorse naturali e tutti i Paesi sono toccati da gradi diversi di erosione, insabbiamento, siccità, desertificazione e dagli effetti delle azioni antropiche. Secondo diversi studi, il lago Ciad e le zone umide adiacenti classificate come zone ecologiche di importanza internazionale potrebbero scomparire a medio termine se non verranno prese misure energiche di protezione per invertire la tendenza già catastrofica». La Bad è a capo della cordata di finanziatori della Cblt per la salvaguardia degli ecosistemi del bacino del Ciad e dopo un primo finanziamento di 45 milioni di euro nel 2004 per il Programme de développement durable du lac (ancora in corso) ha annunciato lo stanziamento di altri 180 milioni di euro per il 2014 per il Plan d’investissement quinquennal 2013-2017 della Cblt. Ma Kane ha deplorato l’inquietante calo della produzione alieutica in quel che resta del lago: «Più...
read moreHelp Mexican citizens fight GM corn
Grrrowd is a new crowdfunding movement supporting legal “David versus Goliath” actions to defend social, environmental and economic rights worldwide. by Nick on [EJOLT] Grrrowd is a new crowdfunding movement supporting legal “David versus Goliath” actions to defend social, environmental and economic rights worldwide. They want to realise “Justice powered by the crowd”. One of their first four crowdfund actions is a case of environmental litigation against the introduction of GM corn in Mexico by Monsanto. EJOLT has written about Monsanto’s activities in Mexico through this 5 page factsheet and in this case in the Atlas of Environmental Justice. Here’s their case: The country where corn was born thousands of years ago is now at risk of losing its unique biodiversity. Big companies like Monsanto are fiercely lobbying their way into Mexico to grow genetically modified corn at a commercial level. So far, a broad coalition of Mexican citizens, farmers and scientists has successfully prevented this from happening. However, their financial resources are limited. Your contribution will give them a fair chance. Powerful multinational GM producers are lobbying in many countries to get market access. Their global ambitions have ignited one of the largest grassroots opposition movements of citizens, farmers and scientists worldwide. These companies face strong resistance from large parts of the population, especially in Mexico. Their spokesman Dr. Raul Hernandez Garciadiego says: “Corn has always been part of the daily lives of all Mexicans. Corn is not only the staple food of Mexico, but also has immense cultural value. Over a period of 8,000 years, Mexicans have cultivated over a thousand types of corn that originated in our country. If GM corn is authorized, this diversity of native Mexican corn is at risk through contamination. Farmers risk being gradually forced to grow GM corn or have their native corn contaminated. Mexicans risk losing their cultural patrimony and way of life.” Mexican food is considered a world heritage and almost every meal is based on native races of corn. A short video and support info is here Legal defense of native corn A broad coalition of Mexican citizens, farmers and scientists has filed a collective lawsuit in order to prevent such harms. The lawsuit has been successful so far. A provisional judicial decision currently prevents Mexican authorities from granting GM corn permits until a final decision on the merits of the case. This decision affects the interests of large agribusiness firms that have plans to grow large expanses of GM corn crops in Mexico. Through 86 appeals and other legal recourses, these companies have used a disproportionate amount of financial resources to fight the court order. Now, the Mexican citizens and farmers need your help to continue and win this legal fight. Crowdfunders This is a Grrrowd project by Environmental Defender Law Center (EDLC) to raise funds and support for Alternativas y Procesos de Participación Social A.C. (Alternativas), a non-profit organization based in Tehuacán, Puebla, Mexico that represents in this Grrrowd project the coalition of Mexican citizens who filed the lawsuit. EDLC works to protect the human rights of individuals and communities in developing countries who are fighting against harm to their environment. On a pro bono basis, EDLC will support Alternativas strategically in executing this legal action. EDLC is a registered 501(c)(3) public charity in the United...
read moreAnti-Cuadrilla group’s fracking protest leaflet misleading, says watchdog
An anti-fracking brochure produced by activists will no longer be distributed after the UK advertising watchdog decided it was misleading. by {Jamie Merill} on [Indipendent.uk] In a setback for the anti-fracking lobby, the Advertising Standards Authority (ASA) found that sections of the leaflet from the Residents Action On Fylde Fracking (Raff) protest group misinterpreted scientific data around shale gas extraction and exaggerated the size and scale of planned fracking operations in the region. Energy firm Cuadrilla hopes to use the controversial technique, which involves water, sand and what it claims is a non-hazardous chemical being pumped into shale rock at high pressure to extract gas, in up to four test wells planned in the Lancashire Bowland basin. The firm believes the proposed sites could help the area become the UK’s leading shale gas resource. A decision is expected by local planning authorities by the end of the month amid fierce local opposition over pollution and earthquake fears. Raff says fracking has been associated with air and water pollution, radioactive waste and despoliation of vast tracks of land in the US. However, the informal ASA decision upheld a number of complaints in a flyer handed out at a meeting last summer. These included allegations over the size of fracking plans in Lancashire and the nature of the chemicals set to be used. The leaflet, entitled “Shale Gas The Facts…”, was reportedly distributed at village meetings around Inskip in Lancashire, held by Raff in March and again elsewhere in the area in August. It read: “It has become apparent that the UK government and the gas and oil drilling companies have not been honest about the risks involved with shale gas development. PR consultants have been employed to disseminate misleading information to strengthen the case to extract shale gas in the UK.” Ken Wilkinson, who made the complaint to the ASA alongside retired local vicar Michael Roberts, said he was “sick to death of all the nonsense around fracking” and the “scientific drivel spouted” by anti-fracking campaigners. Mr Wilkinson, who worked in the oil and gas industry for 12 years, said: “My view is that if we are going to have a discussion about fracking we should stick to the facts. After that my view is that generating renewable energy is simply nonsense. We haven’t got enough space for the windmills and what happens when the wind isn’t blowing.” Bob Dennett, a member of Raff, said: “Every single claim in that brochure has been substantiated by peer-reviewed science. Ever since we started this campaign we have tried to engage in public debate with the shale gas industry, but they have consistently refused to be involved in that debate.” It is understood that the informal decision by the ASA upheld a number of specific complaints about the brochure, but also found that other claims made in the brochure, including those over burning gas flares and a lack of fracking-specific environmental regulation, were valid. According to Raff, the brochure was “done with” by the time of the ASA complaint and a new version is being prepared. Due to a change in regulations it will not be subject to the same ASA rules. A spokesperson for the ASA said: “The Raff was investigated by the ASA following one complaint about their leaflet, however they...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.