CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
    Leggi l’articolo
  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
    Leggi l’articolo

Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Coltan, chi lo nomina e chi no

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Coltan, chi lo nomina e chi no

[di Daniele Barbieri su Comune-info.net] Un’amica mi consiglia di leggere «Kivu, il paese delle ceneri» di Michele Farina (con le foto di Colin Delfosse) sull’ultimo «Io donna», supplemento – ops “magazine” – del «Corriere della sera». È bene chiarire subito per chi non sa di Africa – o di Afriche, come preferiamo qui in “bottega” – che il Kivu è una parte del Congo, cioè della Repubblica Democratica del Congo (Congo–Kinshasa, già Congo Belga, Congo-Léopoldville, Zaire). Lo conosco un po’ per letture, amicizie e per esserci stato due volte con «Beati i costruttori di pace». Acconsento a leggere l’articolo ponendo una condizione, che prima la mia amica conti con me quante pubblicità ci sono su questo numero di «Io donna»: su 214 pagine, copertina compresa, 101 sono pubblicità esplicita, poi ne troviamo altre 25 più o meno mascherate e magari qualcun’altra è così ben camuffata che ci vorrebbe un esame più smaliziato per capire chi è il “persuasore occulto”. A pagina 67, proprio alla fine dell’articolo sul Kivu, un profumo – ops “eau de toilette” – invita a tirare una linguetta e odorare. Mi torna in mente una frase di Nietzsche: «Ancora un secolo di giornali e tutte le parole puzzeranno»: la trovate in «Frammenti postumi» del 1882-1884 e contando, anche con le dita, noterete che i 100 anni sono passati, infatti le parole puzzano assai e non c’è profumo (ops: eau de toilette) che le renda meno schifose. Questo il quadro in cui si collocano «Io donna» e i suoi cuginetti. Avendo chiarito con la mia amica il contesto – pesa eccome, sono quelle pubblicità che decidono cosa i giornalisti possono scrivere – vado a leggere l’articolo di Michele Farina. Ben scritto, nulla da dire. Racconta di persone ma collocandole in un quadro più generale come il buon giornalismo dovrebbe sempre fare. Ma per chi – come me – sa qualcosa di Congo (e di giornalismo) mancano cinque righe che in Kivu addirittura ruotano intorno a una sola parola che nell’articolo manca . Questa parola è coltan. Se non sapete cos’è per favore aspettate a correre su Wikipedia (o a cercare qui in “bottega”) perché sotto sarà ben spiegato. Non si può parlare di Kivu senza nominare il coltan? Forse sì ma il problema è che il sommario dell’articolo parla di «l’onda lunga del genocidio ruandese» e nell’articolo subito si accenna al «crollo persistente delle materie prime sui mercati mondiali» (quali? Che c’entrano con il Kivu? Qui non è dato saperlo) per poi citare «le eterne crisi umanitarie» (ovvero?) e dopo Goma citare un’altra città, Bukavu «luogo comune per atrocità e nefandezze» (degli umani in genere?). Poi si citano «le donne vittime di violenze di massa» (come in Italia o c’è qualcosa di un po’ diverso?) e si ricorda il film-documentario «L’homme qui répare les femmes» – speriamo arrivi in Italia – di Thierry Michel che «il governo ha bloccato perché offende l’esercito congolese». Nel capoverso finale si ricorda di nuovo «l’onda lunga del genocidio» (di chi contro chi? quando iniziò? perché?) e poi questa frase in chiusura: «La voglia di qualcosa di buono. In un posto dove i segni della violenza, come la presenza di uomini in armi, sono fusi nel paesaggio, sono diventati pezzi scontati di paesaggio. E il forse è per sempre». Guarda il Teaser di  “L’homme qui répare les...

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Clima: con Super El Niño milioni di persone a rischio fame

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Clima: con Super El Niño milioni di persone a rischio fame

[Di Greenreport.it] «Almeno 10 milioni di poveri soffriranno la fame quest’anno e il prossimo anno a causa di siccità e piogge irregolari, influenzate dai cambiamenti climatici e dal probabile sviluppo di un “super El Niño”». A dirlo è il rapporto “Entering Uncharted Waters: El Niño and the threat to food security” pubblicato da Oxfam International, secondo il quale I raccolti agricoli sono già andati molto male in Africa del Sud e in Centro America, facendo salire il prezzo del mais sui mercati locali. Anche l’Etiopia e alcune aree del Sud-Est asiatico stanno soffrendo per gli effetti della siccità che dovrebbero acuirsi nei prossimi mesi. Oxfam avverte i leader mondiali, che a dicembre si incontreranno alla Conferenza delle parti Unfccc di  Parigi per negoziare un accordo globale e giuridicamente vincolante sul clima, che «Il caos climatico potrebbe far aumentare emergenze umanitarie in un momento in cui le risorse e la capacità sono già sotto enorme pressione». Gli scienziati dicono che il cambiamento climatico potrebbe raddoppiare la frequenza dei super El Niño.  El Niño è un fenomeno naturale, che si verifica ogni 7 o 8 anni, quando un enorme rilascio del calore dagli oceani nell’atmosfera influenza modelli climatici globali. Winnie Byanyima, direttrice esecutiva  Oxfam International, ha sottolineato che «Milioni di poveri sentono già gli effetti di questo super El Niño, vedendo i loro raccolti fallire e il prezzo degli alimenti di base salire a causa della loro carenza.  Con l’aumento del cambiamento climatico, questi eventi meteorologici estremi possono solo aumentare. Il 2014 è stato l’anno più caldo mai registrato e quest’anno sembra destinato a superarlo. I governi si stanno rendendo conto del fatto che il cambiamento climatico sta già avvenendo e che c’è un urgente bisogno di un accordo globale per affrontare il problema». Nel 2011 i ritardi (e le speculazioni finanziare) nell’affrontare la crisi alimentare nel Corno d’Africa provocarono la morte di più di 260.000 persone. Se non pioverà entro novembre, in Sud Africa sarà difficile evitare una crisi alimentare all’inizio del 2016 e gli effetti delle temperature record e del ‘super El Niño si fanno già sentire: Il governo etiope stima che, a causa delle piogge scarse, entro la fine dell’anno 4,5 milioni di persone avranno bisogno di aiuti alimentari; A causa della siccità, nello Zimbabwe il raccolto di mais è del 35% inferiore alla media; In Malawi nel febbraio 2016 più di 2 milioni di persone non dovrebbero avere cibo a sufficienza; In Guatemala e Honduras centinaia di migliaia di agricoltori hanno subito la perdita parziale o totale dei loro raccolti a causa della siccità e dei cambiamenti del clima stagionale; Papua Nuova Guinea è stata colpita da piogge torrenziali che hanno causato frane, poi la siccità e un’ondata di caldo hanno fatto seccare le coltivazioni, mettendo alla fame  2 milioni di persone; Il governo indonesiano ha decretato l’emergenza siccità nella maggior parte delle 34 province del Paese Oxfam ricorda che «L’ultimo grande  El Niño, nel 1997-98, ha causato il caos climatico e disastri umanitari in molti Paesi, dal Perù all’Indonesia. Inoltre, il modello di El Niños è sempre più difficile da prevedere. Con i cambiamenti climatici in atto, il 2014 è stato l’anno più caldo mai registrato. Poi El Niño non si è sviluppato,  poi ma le stagioni di crescita in Africa meridionale e America centrale si comportavano come se si verificasse. Le temperature...

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L’Agenda di sviluppo post 2015 e l’accordo sul clima

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L’Agenda di sviluppo post 2015 e l’accordo sul clima

Ad agosto è stata pubblicata la bozza del testo – Transforming our World: The 2030 Agenda for Sustainable Development – che presenta la nuova Agenda di sviluppo per il quindicennio 2015-2030 e che dovrà essere formalmente approvato a settembre, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Si avvicina così alla conclusione un iter negoziale molto complesso, che ha sperimentato un livello ampio di partecipazione da parte della società civile internazionale, dei diversi governi e del sistema ONU. Tra i punti chiave più positivi del negoziato: si è avuta un’ampia partecipazione a tutti i livelli, si è data continuità piena all’agenda del 2000 centrata sugli Obiettivi di sviluppo del millennio, recuperando e rilanciando tutti i suoi obiettivi, ma al contempo si è andati oltre, definendo un’agenda nelle intenzioni trasformativa, universale (valida sia al Nord che al Sud, ovunque) e integrata (combinando le dimensioni sociale, economica e ambientale dello sviluppo). È un’agenda convincente e utile laddove pone al centro dello sviluppo le persone e l’ambiente. Ed è lodevole lo sforzo di far convergere processi che fino a non molto tempo fa procedevano in parallelo, come l’agenda ambientale (i seguiti di Rio) e quella sviluppista. · Non si devono ovviamente nascondere le difficoltà. Porre il tema di un approccio integrato alle dimensioni economiche, sociali ed ambientali dello sviluppo non significa vedere automaticamente tradotta questa visione in corrispondenti impegni e risultati. Occorre superare la tradizionale e perseverante tendenza a operare per strategie parallele, quasi a compartimenti stagni (i silos) e ciò richiederà un cambiamento culturale, una revisione profonda del modo di operare delle organizzazioni e di concepire le politiche. SCARICA QUI LO STUDIO INTEGRALE DEL...

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Il gruppo Stato islamico e la sua economia del petrolio

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Il gruppo Stato islamico e la sua economia del petrolio

[di Erika Solomon, Guy Chazan, Sam Jones su Internazionale.it] Vicino al giacimento petrolifero di Al Omar, nella Siria orientale, mentre in cielo sfrecciano gli aerei da combattimento, c’è una fila di camion di sei chilometri. Alcuni autisti devono aspettare un mese prima di poter fare il pieno di greggio. Per alleviare la loro attesa sono sorti come funghi chioschi che vendono falafel e tè. A volte gli autisti lasciano i mezzi incustoditi per settimane prima che arrivi il loro turno. Questa è la terra del gruppo Stato islamico, l’organizzazione jihadista che controlla ampie zone della Siria e dell’Iraq. Fermare il commercio del petrolio è uno degli obiettivi principali della coalizione internazionale che la combatte. Ma per ora quel commercio prosegue indisturbato. Il petrolio è l’oro nero che finanzia lo Stato islamico, alimenta la sua macchina da guerra, gli fornisce elettricità e gli permette di fare leva sui vicini. A più di un anno da quando il presidente americano Barack Obama ha creato una coalizione internazionale per combattere lo Stato islamico, il traffico intorno ad Al Omar e ad almeno altri otto giacimenti in Iraq e in Siria è diventato il simbolo del dilemma principale della missione: come abbattere il “califfato” senza destabilizzare la vita dei circa dieci milioni di civili che vivono nelle zone sotto il suo controllo e senza mettere in difficoltà gli alleati occidentali. Il gruppo Stato islamico si finanzia grazie a una grande organizzazione molto simile a un’azienda petrolifera di stato La resistenza dei jihadisti e la debolezza della campagna guidata dagli Stati Uniti, hanno offerto alla Russia il pretesto per intervenire militarmente in Siria. Ma nonostante tutti questi sforzi, da decine di interviste con commercianti siriani, tecnici, funzionari dei servizi segreti occidentali ed esperti di petrolio è emerso che il gruppo si finanzia grazie a una grande organizzazione molto simile a un’azienda petrolifera di stato, che continua a crescere e a specializzarsi lnonostante i tentativi dell’occidente di distruggerla. Gestita con grande precisione, la società petrolifera dello Stato islamico assume personale esperto, e i migliori ingegneri e manager che riesce a reclutare. Secondo le stime dei commercianti locali e dei tecnici, la produzione di greggio nei territori controllati dallo Stato islamico va dai 34mila ai 40mila barili al giorno. Il petrolio viene venduto direttamente al pozzo a un prezzo che va dai 20 ai 45 dollari al barile. Questo significa che i guerriglieri intascano in media un milione e mezzo di dollari al giorno. “È una situazione che fa ridere e piangere al tempo stesso”, dice un comandante dei ribelli siriani di Aleppo, che compra il diesel ai pozzi dello Stato islamico mentre i suoi uomini sono in prima linea a combatterlo. “Non abbiamo altra scelta, la nostra è una rivoluzione povera. Qualcun altro si offre di venderci il petrolio?”. Il greggio come arma strategica La strategia petrolifera dello Stato islamico è cambiata gradulamente. Fin da quando è entrato in scena in Siria nel 2013, e molto prima di raggiungere Mosul in Iraq, il gruppo ha sempre considerato il petrolio il mezzo principale per realizzare il suo obiettivo di creare un vero e proprio stato. Il suo consiglio, o shura, ha stabilito che è fondamentale per la sopravvivenza degli insorti ma, soprattutto, per finanziare il loro progetto di istituire un califfato. La maggior parte del greggio controllato dal gruppo Stato islamico si...

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Ets, istituita una riserva stabilizzatrice per il mercato europeo delle emissioni di CO2

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Ets, istituita una riserva stabilizzatrice per il mercato europeo delle emissioni di CO2

[di Eleonora Santucci su Greenreport.it] Per ovviare agli squilibri fra domanda e offerta e per aumentare la resilienza del sistema per lo scambio di quote di emissione dei gas a effetto serra nell’Unione (Ets) l’Ue ha costituito una riserva stabilizzatrice per il mercato del 2018. La decisione, che va anche a modificare la direttiva del 2003 (ossia quella che istituisce l’Ets in Europa?, è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale europea di oggi. La relazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio sulla situazione del mercato europeo del carbonio nel 2012 ha individuato la necessità di adottare misure per affrontare gli squilibri strutturali tra domanda e offerta. Dalla valutazione d’impatto sul quadro 2030 per le politiche del clima e dell’energia è emerso che gli squilibri perdureranno e non potranno essere riassorbiti in modo adeguato se verranno adattate la traiettoria lineare verso un obiettivo più rigoroso. Ritoccando il fattore lineare si otterrebbero soltanto modifiche graduali della quantità di quote a livello di Unione. L’eccedenza diminuirebbe soltanto gradualmente, tant’è che per oltre un decennio il mercato dovrebbe continuare a funzionare con un’eccedenza di circa 2 miliardi di quote o più. Questo impedirebbe all’Ets di inviare il segnale di investimento necessario per ridurre le emissioni di CO2 in maniera efficace in termini di costi e di divenire un motore dell’innovazione a basse emissioni di carbonio. E’ proprio per ovviare a tale problema e anche per potenziare le sinergie con le altre politiche in materia di clima ed energia che è stata costituita la riserva stabilizzatrice del mercato nel 2018, la quale dovrebbe essere operativa a partire dal 2019. La riserva dovrebbe funzionare attivando la regolazione dei volumi annuali di quote da mettere all’asta. A partire dal 2019 verranno detratte ogni anno dal volume d’asta e integrate nella riserva un volume di quote pari al 12 % del numero di quote in circolazione. Qualora, in un dato anno, il pertinente numero totale delle quote in circolazione scendesse al di sotto dei 400 milioni, un numero corrispondente di quote dovrebbe essere svincolato dalla riserva a favore degli Stati membri con le stesse percentuali e lo stesso ordine applicati al momento dell’integrazione nella riserva e dovrebbe essere aggiunto al volume d’asta. A tal fine, la Commissione e gli Stati membri dovrebbero, senza indebiti ritardi, dopo la pubblicazione del numero totale di quote in circolazione entro il 15 maggio di ogni anno da parte della Commissione, garantire che i calendari delle aste della piattaforma comune per la gestione delle aste e, se del caso, delle piattaforme d’asta indipendenti siano adeguati per tenere conto delle quote integrate nella riserva o delle quote da svincolare dalla medesima. L’adeguamento del volume delle quote da mettere all’asta dovrebbe essere ripartito su un periodo di 12 mesi successivo alla modifica del pertinente calendario delle aste. Oltre alla costituzione della riserva, la Commissione apporta alcune modifiche alla direttiva del 2003 ai fini di garantire la coerenza e il funzionamento fluido dell’Ets. L’attuazione della direttiva può determinare la messa all’asta di un volume ingente di quote alla fine di ciascun periodo di scambio, con possibili effetti negativi sulla stabilità del mercato. Per evitare quindi una situazione di squilibrio del mercato in termini di offerta di quote alla fine di un dato periodo di scambio e all’inizio del successivo, con possibili effetti destabilizzanti per...

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Roma e l’espansione edilizia incontrollata

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Roma e l’espansione edilizia incontrollata

[A cura di Luca Verducci su fainotizia.it] L’investimento nel mattone della capitale è un affare, soprattutto con le plusvalenze garantite dall’acquisto di terreni che diventano edificabili con pochi giri negli uffici giusti. Intere aree della città eterna sono di fatto lasciate in mano ai signori del cemento anche grazie al Prg del 2008. A Roma l’avanzata del cemento non conosce sosta, neanche con la nuova giunta di Ignazio Marino e dell’assessore all’urbanistica Giovanni Caudo. Roma è una città che continua a dilatarsi a dismisura senza alcuna garanzia riguardo ai servizi. L’aggressione alla struttura urbana di Roma avviata negli anni ’80 e proseguita con le giunte, sia di centro-sinistra che di centro-destra negli ’90 e 2000, ha serie ricadute sugli aspetti socio-culturali e la qualità della vita nei quartieri. A distanza di 13 anni sopravvive inoltre il meccanismo delle compensazioni che sposta le cubature su aree periferiche e sull’Agro romano, la campagna che collega le aree agricole in provincia di Roma con il resto del Lazio. In pratica, attraverso il sistema delle compensazioni “si consente al proprietario dell’area inizialmente considerata edificabile o al titolare del diritto di edificare, qualora non possa più esercitare tale diritto per effetto di vincoli sopravvenuti diversi da quelli di natura urbanistica, la facoltà di chiederne l’esercizio su un’altra area del territorio comunale, di cui abbia ovviamente acquisito la disponibilità a fini edificatori”. Secondo l’urbanista Paolo Berdini “lo strumento delle compensazioni è stato inserito volutamente nelle norme tecniche di attuazione del Piano regolatore generale (Prg), per consentire l’ampliamento della città, senza alcun rispetto per i servizi ed il benessere delle persone. Era un disegno mirato delle amministrazioni di centro-sinistra”. L’effetto delle compensazioni alla Cecchignola [guarda il video] A ridosso del castello della Cecchignola, in una delle aree più belle dell’Agro romano meridionale, vivono la famiglia di Pietro e di sua figlia. Il peso delle compensazioni (cubature provenienti da Tor Marancia) si è abbattuto su di loro:Pietro, che ha eredito casa e terreni dal padre, deve affrontare un futuro incerto perché non ha ceduto alle richieste dei costruttori. Il quadrante Cecchignola-Tor Pagnotta, a ridosso del parco dell’Appia antica, rischia di scomparire per sempre, seppellito da un milione di metri cubi di cemento. “Tanti in quest’area – racconta Pietro – hanno ceduto all’ondata del cemento, con l’agricoltura portata alla fame hanno preferito monetizzare. Noi siamo legati a questi ambienti e a questa casa: un pezzo della nostra vita che non è barattabile”. La comunità della Cecchignola si è riunita nel Coordinamento Agro romano bene comune e si stringe oggi intorno alle famiglie ed alle storie personali schiacciate dalla speculazione immobiliare. Tor Pagnotta 2, il cuneo “grigio” dei Castelli Romani [guarda il video] Quello che secondo il giornalista e ambientalista Antonio Cederna doveva essere il “grande cuneo verde” che dai Castelli Romani arrivava nel cuore di Roma, rischia di diventare un cuneo grigio. A sud della Cecchignola, si intravedono i palazzoni di Francesco GaetanoCaltagirone che si estendono anche in altre aree sul perimetro del Grande Raccordo Anulare: deserti urbani come Ponte di Nona, Malafede, Bufalotta. “A Tor Pagnotta 2 non è stato realizzato nulla di quanto promesso – commentaSilvio Talarico della rete dei comitati Tor Pagnotta –. Viabilità, centri di aggregazione, parchi, biblioteche è tutto un cantiere e si continua a rilasciare permessi a costruire”. Spiega Talarico: “A questa lottizzazione è legata anche un’inchiesta della procura di Milano che coinvolge Massimo Ponzellini ex presidente della Banca popolare di Milano. Chissà se prima o poi verranno portati a processo anche i beneficiari...

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Dichiarazione della Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico e la Difesa della Vita Tiquipaya – Bolivia

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Dichiarazione della Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico e la Difesa della Vita Tiquipaya – Bolivia

[Traduzione di Anna Bianchi per il CDCA, versione originale qui] I popoli del mondo riuniti a Tiquipaya, Bolivia dal 10 al 12 ottobre 2015. Nel corso di quest’incontro è stata elaborata e approvata di comune accordo una proposta da presentare alla comunità internazionale e ai governi del mondo al fine di preservare la vita e contrastare il cambiamento climatico; questa proposta costituisce una risposta urgente a un sistema capitalista in fallimento e a un modello di civilizzazione, cause strutturali della crisi climatica nel mondo. Questa dichiarazione riunisce il pensiero e la sensibilità dei popoli che hanno preso parte all’incontro e costituisce la loro proposta per le negoziazioni internazionali delle Conferenze delle Parti delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, l’ambiente, lo sviluppo sostenibile e altri scenari rilevanti, così come per l’agenda permanente dei popoli per la difesa della vita.   La transizione verso il modello di civilizzazione del Vivere Bene. Il mondo è frustrato da una molteplice crisi globale che si manifesta sotto forma di crisi climatica, finanziaria, alimentare, energetica, istituzionale, culturale, etica e spirituale e in uno stato di guerra permanente. Siamo davanti a chiari segnali di una crisi integrale del capitalismo e del suo modello di società. L’umanità, per sopravvivere, deve liberarsi del capitalismo e dei suoi schemi, che conducono l’umanità verso un orizzonte distruttivo che sancisce la morte della natura e della vita stessa. Le potenze imperiali e i paesi del Nord del mondo hanno esportato il modello di civilizzazione occidentale promosso dal sistema capitalista, perpetrando crimini contro l’umanità, saccheggi e sottomettendo i popoli; le guerre sono state lo strumento di sottomissione e dominazione che ha utilizzato l’imperialismo per imporre la propria volontà politica ed economica. Le guerre sono state utilizzate anche dalle corporazioni transnazionali per espropriare i popoli del loro diritto al mare. Il colonialismo delle potenze del Nord ha esercitato oppressione e dominazione sull’umanità, portando i popoli a perdere la propria identità e a riprodurre modelli estranei, in cui la natura e lo stesso essere umano costituiscono un capitale da sfruttare. L’ordine coloniale ha imposto un’omogeneizzazione economica, sociale, culturale e politica a tutti i paesi del Sud. Le potenze imperiali continuano a violare costantemente la sovranità degli Stati, ricorrendo a  bombardamenti, invasioni, guerre interne, spionaggio e destabilizzandone i governi democratici per sottomettere i governi e i popoli del mondo. I modelli basati sulla corsa agli armamenti e sulla guerra non sono gli unici responsabili della distruzione della vita sul pianeta; non bisogna perdere di vista la responsabilità che i modelli economici e l’architettura finanziaria internazionale hanno nel soffocare l’economia dei paesi che tentano di essere sovrani e meritevoli. Per questo la riorganizzazione della governance delle istituzioni finanziarie multilaterali deve essere un processo trasparente, basato sulla consultazione e includente, volto a ridefinire il sistema finanziario e monetario internazionale. Siamo davanti alla necessità di mettere in marcia un modello di civilizzazione che avvalori la cultura della vita e della pace, in altre parole il Vivere Bene. Il mondo ha bisogno di transitare verso una visione olistica del Vivere Bene, riflettendo sulla complementarità tra i diritti dei popoli e i diritti della Madre Terra, costruendo cioè una relazione di equilibrio tra gli esseri umani e la natura. Il nuovo modello di civilizzazione deve fondarsi sul Vivere Bene in armonia con la Madre Terra, preservando la vita e considerando la Madre Terra...

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Petizione COP21: Naomi Klein “Fermiamo i crimini climatici”

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Petizione COP21: Naomi Klein “Fermiamo i crimini climatici”

Un centinaio di attivisti, accademici, figure di spicco della società  civile mondiale chiamano ad un’azione globale in vista della prossima Conferenza delle Parti dell’Onu sul cambiamento climatico, prevista a Parigi a dicembre. Personaggi come Desmond Tutu, Vivienne Westwood, Naomi Klein e Noam Chomsky assieme a molti altri referenti di realtà  di movimento chiariscono come questo sia un momento storico, in cui è necessaria una crescente pressione dei cittadini per portare a un vero e proprio cambiamento strutturale. “Siamo di fronte a un bivio” si legge nell’appello, pubblicato nel libro “Stop Climate Crime” prodotto e diffuso da 350.org e Attac France, tra le principali realtà  mobilitate contro un modello di sviluppo insostenibile, “nel passato, uomini e donne determinati hanno resistito e sconfitto i crimini della schiavitù, del totalitarismo, del colonialismo e dell’??apartheid. Decisero di combattere per la giustizia e la solidarietà  e sappiamo che nessuno di loro lo avrebbe fatto per se stesso. Il cambiamento climatico è una sfida simile, e noi stiamo alimentando un altrettanto simile reazione”. Per aderire all’appello “Fermiamo i crimini climatici” cliccare qui   TESTO DELLA PETIZIONE   Teniamo i combustibili sotto terra. Fermiamo i crimini climatici   Siamo a di fronte a un bivio. Non vogliamo essere costretti a sopravvicere in un mondo che è stato reso invivibile. Dalle isole pacifiche australi alle coste della Louisiana, dalle Maldive al Sahel, dalla Groenlandia alle Alpi, la vita quotidiana di milioni di noi è stata già sconvolta dalle conseguenze del cambiamento climatico. Con l’acidificazione degli oceani, la sommersione degli atolli del Pacifico, la migrazione forzata nel subcontinente indiano come in Africa, le tempeste e gli uragani sempre più frequenti, l’attuale ecocidio colpisce tutte le specie e gli ecosistemi, minacciando i diritti delle futute generazioni. E gli impatti del cambiamento del clima non sono uguali per tutti: le comunità indigene e contadine, quelle più povere nel Sud e nel Nord del mondo sono in prima linea tra le realtà maggiormente colpite dagli impatti dello sconvolgimento climatico. Non coviamo alcuna illusione. I Governi si sono riuniti per più di 20 anni, ma le emissioni di gas climalteranti non sono diminuite e il clima continua a cambiare. Prevalgono l’inerzia e gli ostacoli, anche se gli avvertimenti della scienza diventano giorno dopo giorno più preoccupanti. Non è una sorpresa. Decenni di liberalizzazioni del commercio e degli investimenti hanno indebolito la capacità degli Stati di affrontare la crisi climatica. Ad ogni passaggio, forze molto potenti, come le imprese petrolifere, le multinazionali dell’agrobusiness, le istituzioni finanziarie, gli economisti dogmatici, gli scettici e i negazionisti e i Governi alla mercé di questi interessi, mettono i bastoni tra le ruote o propongono false soluzioni. Novanta imprese sono responsabili dei due terzi delle emissioni di gas a effetto serra a livello mondiale. Ogni risposta concreta al cambiamento climatico minaccia il loro potere e la loro ricchezza, l’ideologia del libero mercato e le strutture e i sussidi che li sostengono e li giustificano. Sappiamo che le multinazionali e i Governi non rinunceranno ai profitti che accumulano attraverso l’estrazione di carbone, gas e petrolio, e grazie a un’agricoltura industriale alimentata sui combustibili fossili. Ma tuttavia la nostra crescente abilità di agire, pensare, amare, prendersi cura, lavorare, creare, produrre, contemplare, lottare, richiede che noi li costringiamo a recedere. Per essere in grado di continuare a prosperare come comunità, persone e cittadini, dobbiamo lottare per un...

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Clima, negli ultimi sei anni 157 milioni di migranti a causa degli eventi meteo

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Clima, negli ultimi sei anni 157 milioni di migranti a causa degli eventi meteo

[su repubblica.it]Lo dice il rapporto Migrazioni e cambiamento climatico a cura di Cespi, Focsiv e Wwf che, alla vigilia della Cop21 di Parigi, chiedono alle istituzioni di riconoscere i diritti di chi fugge dai disastri ambientali creati dai cambiamenti climatici. Tempeste e alluvioni soprattutto. Ma anche terremoti. Sono gli eventi meteorologici estremi che, dal 2008 al 2014, hanno costretto a spostarsi oltre 157 milioni di persone. Famiglie e comunità spinte ad abbandonare improvvisamente le proprie abitazioni. Secondo Idmc (Internal Displacement Monitoring Centre), tempeste e alluvioni hanno rappresentato l’85% delle cause, seguite dai terremoti. Sempre l’Idmc ha calcolato che oggi le persone hanno il 60% in più di probabilità di dover abbandonare la propria casa di quanto non ne avessero nel 1975. I dati sono contenuti nel rapportoMigrazioni e cambiamento climatico a cura di Cespi, Focsiv e Wwf Italia diffuso alla vigilia della Cop21 di Parigi. Aumento delle temperature dell’aria e della superficie dei mari, cambiamento delle precipitazioni (frequenza, intensità), innalzamento del livello dei maricausato dalla fusione dei ghiacci, eventi “regionali” come Nino e monsoni asiatici “stanno portando all’intensificazione della competizione tra popolazioni, stati e imprese per il controllo e l’utilizzo delle risorse naturali che potrebbe causare conflitti e quindi provocare migrazioni forzate”, avvertono Cespi, Focsiv e Wwf.   Profughi ambientali, quando il clima costringe a migrare [Guarda la galleria fotografica]   Il rapporto Migrazioni e cambiamento climatico individua cinque “forme” di spostamento: migrazioni di carattere internazionale; a carattere permanente e di spostamento di interi nuclei familiari; sfollati interni e profughi a livello internazionale a causa di calamità naturali improvvise (il caso limite delle piccole isole del Pacifico, Kiribati o Tuvalu); ricollocazione di intere comunità per ridurre la loro esposizione a grandi rischi naturali e climatici. Il fenomeno migratorio è complesso e le cause sono interagenti (in Siria questioni politiche si sono intrecciate con la più forte siccità degli ultimi 40 anni), ma Cespi, Focsiv e Wwf italia chiedono alle istituzioni e propongono alla società civile “una riflessione sugli strumenti legali internazionali, affinché non siano discriminanti verso le persone in difficoltà o che hanno necessità di spostarsi”, riconoscendo “i diritti a chi fugge dai sempre più frequenti disastri ambientali causati dai cambiamenti climatici“. Occorre quindi “creare nuovi regimi dei flussi a livello regionale fondati sul riconoscimento dei diritti dei migranti, integrati nei piani di adattamento al cambiamento climatico”. Lo scenario più estremo dell’ultimo Rapporto dell’Intergovernmental Panel On Climate Change – Ipcc prevede entro il 2100 un incremento dell’innalzamento del livello dei mari di 98 centimetri. James Hansen, eminente climatologo già direttore del Goddard Institute For Space Studies (Giss) della Nasa, prevede un possibile aumento del livello del mare di cinque metri entro cinquanta anni, se si raggiungessero e superassero i 2 gradi di aumento della temperatura. Ciò vorrebbe dire la perdita della maggior parte delle città costiere, ricordano Cespi, Focsiv e Wwf Italia. Per i piccoli stati insulari e le regioni dei delta dei fiumi, l’innalzamento del livello dei mari potrebbe avere conseguenze catastrofiche, soprattutto se associato all’intensificarsi di fenomeni meteorologici estremi come i tifoni. Con un aumento delle temperature di 4 gradi, sarebbero a rischio il Mediterraneo, il nord Africa e il Medio Oriente, ma anche i paesi dell’America Latina e i Caraibi. A essere colpite anche tutte le attività economiche umane, a partire dall’agricoltura. È purtroppo facile prevedere che questo porterà intere popolazioni a subire enormi difficoltà nel soddisfacimento...

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Il landgrabbing a danno della comunità dei Guarani

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Il landgrabbing a danno della comunità dei Guarani

[su survival.it] I Guarani soffrono enormemente per la perdita quasi totale della loro terra e le violenze dei coloni. Per i Guarani, la terra è origine di ogni forma di vita. Ma il loro territorio è stato completamente invaso e devastato da allevatori e imprenditori agricoli. I loro leader vengono assassinati, e i loro bambini muoiono di fame. A centinaia si sono tolti la vita.   Quando gli Europei arrivarono in Sud America, circa 500 anni fa, i Guarani furono uno dei primi popoli ad esser contattati. Oggi, in Brasile vivono circa 51.000 Guarani, in sette stati diversi. Sono il popolo indigeno più numeroso del paese. Altri gruppi vivono nei paesi vicini: Paraguay, Bolivia e Argentina. I Guarani brasiliani sono suddivisi in tre gruppi, di cui quello dei Kaiowá è il più numeroso (Kaiowá significa ‘popolo della foresta’). Gli altri due gruppi sono i Ñandeva e gli M’byá. Sono un popolo profondamente spirituale. Molte comunità hanno una casa di preghiera comune e un capo religioso, il pajé, la cui autorità dipende solo dal suo prestigio e dalla sua autorevolezza. La “Terra senza Demonio” Sin da quando possono ricordare, i Guarani sono sempre stati alla ricerca di una terra senza dolore, o “Terra senza Demonio”, in cui le anime possono riposare in pace dopo la morte. Raggiungere questo luogo è per loro importantissimo. Per centinaia di anni i Guarani hanno percorso grandi distanze in cerca di questa terra. Nel XVI secolo un cronista notò il loro “desiderio costante di trovare nuove terre, in cui credono che troveranno l’immortalità e riposo infinito.” Questa ricerca continua è indicativa del carattere unico dei Guarani, una “diversità” che gli esterni hanno spesso notato. Oggi, però, si manifesta nel modo più tragico: toccati nel profondo dalla perdita di quasi tutto il loro territorio nell’ultimo secolo, i Guarani soffrono un tasso di suicidi che non ha eguali nel Sud America. I problemi sono particolarmente gravi nel Mato Grosso do Sul, dove i Guarani un tempo occupavano circa 350.000 chilometri quadrati di foreste e pianure. I sicari. Una comunità guarani descrive le minacce che subisce dai sicari assoldati dagli allevatori che le hanno rubato la terra. Guarda il video Oggi, invece, vivono ammassati in anguste porzioni di terra circondate da allevatori di bestiame e vaste piantagioni di canna da zucchero e soia. Alcuni gruppi sono rimasti completamente senza terra e vivono accampati ai margini delle strade. La storia di Marcos Veron ‘Questa è la mia vita, la mia anima. Se mi allontanerete da questa terra, mi toglierete la vita’ Marcos Veron L’assassinio del leader guarani Marcos Veron, avvenuto nel 2003, è un tragico ma assolutamente tipico esempio delle violenze a cui i Guarani sono sottoposti. Marcos Veron aveva 70 anni ed era il leader della comunità guarani kaiowà di Takuára. Da oltre 50 anni, il suo popolo lottava per rientrare in possesso di una minuscola fetta della terra ancestrale, frazionata da un ricco proprietario terriero locale e trasformata in allevamento. La maggior parte della foresta che un tempo la ricopriva era stata completamente tagliata. Nell’aprile 1997, stanchi di negoziare e attendere invano l’intervento del governo, Marcos guidò la sua comunità all’interno del ranch. Cominciarono a ricostruire le loro case, a ripiantare i loro orti. Ma il proprietario terriero che aveva occupato l’area decise di rivolgersi al giudice, che sentenziò per l’espulsione...

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