CDCA e A Sud alla COP30 a Belém

La voce di A Sud dalla COP30 di Belém (Brasile) e le iniziative in Italia

Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.

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L’agenda della COP30

A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.

Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale.  Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.

La Cupula dos povos

La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.

Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.

La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.

Dichiarazione della Cupula Dos Povos

Perché A Sud e CDCA alla COP?

Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.

Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.

Per costruire e rafforzare alleanze internazionali

Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.

Per portare una visione radicale dentro la COP

Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.


Diario dalla COP30

  • Giorno 12 – 24 novembre 2025
    Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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  • Giorno 11 – 21 novembre 2025
    Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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  • Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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  • Giorno 9 – 19 novembre 2025
    Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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  • Giorno 7 – 17 novembre 2025
    Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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  • Giorno 6 – 15 novembre 2025
    Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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  • Giorno 5 – 14 novembre 2025
    Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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  • Giorno 4 – 13 novembre 2025
    A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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  • Giorno 3 – 12 novembre 2025
    Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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  • Giorno 2 – 11 novembre 2025
    Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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  • Giorno 1 – 10 novembre 2025
    Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30

  • Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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  • Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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  • La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
    Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
    Ascolta su Il Sole 24 ore
  • “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
    Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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  • La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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    • Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
      Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30

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  • Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025

Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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  • Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
    Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
  • Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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  • COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
    Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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  • A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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  • Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
    Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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  • Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
    Ascolta su Lifegate
  • Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
    Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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  • Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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  • Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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  • Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
    Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
    Ascolta su Radio Rai1
  • In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
    Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
    Guarda la diretta
  • Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
    Leggi l’articolo
  • Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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  • L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
    Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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  • La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
    Ascolta l’episodio
  • Road to Belém – 7 novembre 2025Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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  • Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
    Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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  • A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
    A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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  • A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos  – 5 settembre 2025
    Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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  • Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
    A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni

Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop

Sveleremo le contraddizioni

Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni

Daremo voce alle comunità

Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie


INFO E CONTATTI

Per contatti e interviste con la delegazione:

Marica Di Pierri
maricadipierri@asud.net
55 21 967071220

Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184

Ets, istituita una riserva stabilizzatrice per il mercato europeo delle emissioni di CO2

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Ets, istituita una riserva stabilizzatrice per il mercato europeo delle emissioni di CO2

[di Eleonora Santucci su Greenreport.it] Per ovviare agli squilibri fra domanda e offerta e per aumentare la resilienza del sistema per lo scambio di quote di emissione dei gas a effetto serra nell’Unione (Ets) l’Ue ha costituito una riserva stabilizzatrice per il mercato del 2018. La decisione, che va anche a modificare la direttiva del 2003 (ossia quella che istituisce l’Ets in Europa?, è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale europea di oggi. La relazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio sulla situazione del mercato europeo del carbonio nel 2012 ha individuato la necessità di adottare misure per affrontare gli squilibri strutturali tra domanda e offerta. Dalla valutazione d’impatto sul quadro 2030 per le politiche del clima e dell’energia è emerso che gli squilibri perdureranno e non potranno essere riassorbiti in modo adeguato se verranno adattate la traiettoria lineare verso un obiettivo più rigoroso. Ritoccando il fattore lineare si otterrebbero soltanto modifiche graduali della quantità di quote a livello di Unione. L’eccedenza diminuirebbe soltanto gradualmente, tant’è che per oltre un decennio il mercato dovrebbe continuare a funzionare con un’eccedenza di circa 2 miliardi di quote o più. Questo impedirebbe all’Ets di inviare il segnale di investimento necessario per ridurre le emissioni di CO2 in maniera efficace in termini di costi e di divenire un motore dell’innovazione a basse emissioni di carbonio. E’ proprio per ovviare a tale problema e anche per potenziare le sinergie con le altre politiche in materia di clima ed energia che è stata costituita la riserva stabilizzatrice del mercato nel 2018, la quale dovrebbe essere operativa a partire dal 2019. La riserva dovrebbe funzionare attivando la regolazione dei volumi annuali di quote da mettere all’asta. A partire dal 2019 verranno detratte ogni anno dal volume d’asta e integrate nella riserva un volume di quote pari al 12 % del numero di quote in circolazione. Qualora, in un dato anno, il pertinente numero totale delle quote in circolazione scendesse al di sotto dei 400 milioni, un numero corrispondente di quote dovrebbe essere svincolato dalla riserva a favore degli Stati membri con le stesse percentuali e lo stesso ordine applicati al momento dell’integrazione nella riserva e dovrebbe essere aggiunto al volume d’asta. A tal fine, la Commissione e gli Stati membri dovrebbero, senza indebiti ritardi, dopo la pubblicazione del numero totale di quote in circolazione entro il 15 maggio di ogni anno da parte della Commissione, garantire che i calendari delle aste della piattaforma comune per la gestione delle aste e, se del caso, delle piattaforme d’asta indipendenti siano adeguati per tenere conto delle quote integrate nella riserva o delle quote da svincolare dalla medesima. L’adeguamento del volume delle quote da mettere all’asta dovrebbe essere ripartito su un periodo di 12 mesi successivo alla modifica del pertinente calendario delle aste. Oltre alla costituzione della riserva, la Commissione apporta alcune modifiche alla direttiva del 2003 ai fini di garantire la coerenza e il funzionamento fluido dell’Ets. L’attuazione della direttiva può determinare la messa all’asta di un volume ingente di quote alla fine di ciascun periodo di scambio, con possibili effetti negativi sulla stabilità del mercato. Per evitare quindi una situazione di squilibrio del mercato in termini di offerta di quote alla fine di un dato periodo di scambio e all’inizio del successivo, con possibili effetti destabilizzanti per...

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Roma e l’espansione edilizia incontrollata

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Roma e l’espansione edilizia incontrollata

[A cura di Luca Verducci su fainotizia.it] L’investimento nel mattone della capitale è un affare, soprattutto con le plusvalenze garantite dall’acquisto di terreni che diventano edificabili con pochi giri negli uffici giusti. Intere aree della città eterna sono di fatto lasciate in mano ai signori del cemento anche grazie al Prg del 2008. A Roma l’avanzata del cemento non conosce sosta, neanche con la nuova giunta di Ignazio Marino e dell’assessore all’urbanistica Giovanni Caudo. Roma è una città che continua a dilatarsi a dismisura senza alcuna garanzia riguardo ai servizi. L’aggressione alla struttura urbana di Roma avviata negli anni ’80 e proseguita con le giunte, sia di centro-sinistra che di centro-destra negli ’90 e 2000, ha serie ricadute sugli aspetti socio-culturali e la qualità della vita nei quartieri. A distanza di 13 anni sopravvive inoltre il meccanismo delle compensazioni che sposta le cubature su aree periferiche e sull’Agro romano, la campagna che collega le aree agricole in provincia di Roma con il resto del Lazio. In pratica, attraverso il sistema delle compensazioni “si consente al proprietario dell’area inizialmente considerata edificabile o al titolare del diritto di edificare, qualora non possa più esercitare tale diritto per effetto di vincoli sopravvenuti diversi da quelli di natura urbanistica, la facoltà di chiederne l’esercizio su un’altra area del territorio comunale, di cui abbia ovviamente acquisito la disponibilità a fini edificatori”. Secondo l’urbanista Paolo Berdini “lo strumento delle compensazioni è stato inserito volutamente nelle norme tecniche di attuazione del Piano regolatore generale (Prg), per consentire l’ampliamento della città, senza alcun rispetto per i servizi ed il benessere delle persone. Era un disegno mirato delle amministrazioni di centro-sinistra”. L’effetto delle compensazioni alla Cecchignola [guarda il video] A ridosso del castello della Cecchignola, in una delle aree più belle dell’Agro romano meridionale, vivono la famiglia di Pietro e di sua figlia. Il peso delle compensazioni (cubature provenienti da Tor Marancia) si è abbattuto su di loro:Pietro, che ha eredito casa e terreni dal padre, deve affrontare un futuro incerto perché non ha ceduto alle richieste dei costruttori. Il quadrante Cecchignola-Tor Pagnotta, a ridosso del parco dell’Appia antica, rischia di scomparire per sempre, seppellito da un milione di metri cubi di cemento. “Tanti in quest’area – racconta Pietro – hanno ceduto all’ondata del cemento, con l’agricoltura portata alla fame hanno preferito monetizzare. Noi siamo legati a questi ambienti e a questa casa: un pezzo della nostra vita che non è barattabile”. La comunità della Cecchignola si è riunita nel Coordinamento Agro romano bene comune e si stringe oggi intorno alle famiglie ed alle storie personali schiacciate dalla speculazione immobiliare. Tor Pagnotta 2, il cuneo “grigio” dei Castelli Romani [guarda il video] Quello che secondo il giornalista e ambientalista Antonio Cederna doveva essere il “grande cuneo verde” che dai Castelli Romani arrivava nel cuore di Roma, rischia di diventare un cuneo grigio. A sud della Cecchignola, si intravedono i palazzoni di Francesco GaetanoCaltagirone che si estendono anche in altre aree sul perimetro del Grande Raccordo Anulare: deserti urbani come Ponte di Nona, Malafede, Bufalotta. “A Tor Pagnotta 2 non è stato realizzato nulla di quanto promesso – commentaSilvio Talarico della rete dei comitati Tor Pagnotta –. Viabilità, centri di aggregazione, parchi, biblioteche è tutto un cantiere e si continua a rilasciare permessi a costruire”. Spiega Talarico: “A questa lottizzazione è legata anche un’inchiesta della procura di Milano che coinvolge Massimo Ponzellini ex presidente della Banca popolare di Milano. Chissà se prima o poi verranno portati a processo anche i beneficiari...

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Dichiarazione della Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico e la Difesa della Vita Tiquipaya – Bolivia

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Dichiarazione della Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico e la Difesa della Vita Tiquipaya – Bolivia

[Traduzione di Anna Bianchi per il CDCA, versione originale qui] I popoli del mondo riuniti a Tiquipaya, Bolivia dal 10 al 12 ottobre 2015. Nel corso di quest’incontro è stata elaborata e approvata di comune accordo una proposta da presentare alla comunità internazionale e ai governi del mondo al fine di preservare la vita e contrastare il cambiamento climatico; questa proposta costituisce una risposta urgente a un sistema capitalista in fallimento e a un modello di civilizzazione, cause strutturali della crisi climatica nel mondo. Questa dichiarazione riunisce il pensiero e la sensibilità dei popoli che hanno preso parte all’incontro e costituisce la loro proposta per le negoziazioni internazionali delle Conferenze delle Parti delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, l’ambiente, lo sviluppo sostenibile e altri scenari rilevanti, così come per l’agenda permanente dei popoli per la difesa della vita.   La transizione verso il modello di civilizzazione del Vivere Bene. Il mondo è frustrato da una molteplice crisi globale che si manifesta sotto forma di crisi climatica, finanziaria, alimentare, energetica, istituzionale, culturale, etica e spirituale e in uno stato di guerra permanente. Siamo davanti a chiari segnali di una crisi integrale del capitalismo e del suo modello di società. L’umanità, per sopravvivere, deve liberarsi del capitalismo e dei suoi schemi, che conducono l’umanità verso un orizzonte distruttivo che sancisce la morte della natura e della vita stessa. Le potenze imperiali e i paesi del Nord del mondo hanno esportato il modello di civilizzazione occidentale promosso dal sistema capitalista, perpetrando crimini contro l’umanità, saccheggi e sottomettendo i popoli; le guerre sono state lo strumento di sottomissione e dominazione che ha utilizzato l’imperialismo per imporre la propria volontà politica ed economica. Le guerre sono state utilizzate anche dalle corporazioni transnazionali per espropriare i popoli del loro diritto al mare. Il colonialismo delle potenze del Nord ha esercitato oppressione e dominazione sull’umanità, portando i popoli a perdere la propria identità e a riprodurre modelli estranei, in cui la natura e lo stesso essere umano costituiscono un capitale da sfruttare. L’ordine coloniale ha imposto un’omogeneizzazione economica, sociale, culturale e politica a tutti i paesi del Sud. Le potenze imperiali continuano a violare costantemente la sovranità degli Stati, ricorrendo a  bombardamenti, invasioni, guerre interne, spionaggio e destabilizzandone i governi democratici per sottomettere i governi e i popoli del mondo. I modelli basati sulla corsa agli armamenti e sulla guerra non sono gli unici responsabili della distruzione della vita sul pianeta; non bisogna perdere di vista la responsabilità che i modelli economici e l’architettura finanziaria internazionale hanno nel soffocare l’economia dei paesi che tentano di essere sovrani e meritevoli. Per questo la riorganizzazione della governance delle istituzioni finanziarie multilaterali deve essere un processo trasparente, basato sulla consultazione e includente, volto a ridefinire il sistema finanziario e monetario internazionale. Siamo davanti alla necessità di mettere in marcia un modello di civilizzazione che avvalori la cultura della vita e della pace, in altre parole il Vivere Bene. Il mondo ha bisogno di transitare verso una visione olistica del Vivere Bene, riflettendo sulla complementarità tra i diritti dei popoli e i diritti della Madre Terra, costruendo cioè una relazione di equilibrio tra gli esseri umani e la natura. Il nuovo modello di civilizzazione deve fondarsi sul Vivere Bene in armonia con la Madre Terra, preservando la vita e considerando la Madre Terra...

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Petizione COP21: Naomi Klein “Fermiamo i crimini climatici”

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Petizione COP21: Naomi Klein “Fermiamo i crimini climatici”

Un centinaio di attivisti, accademici, figure di spicco della società  civile mondiale chiamano ad un’azione globale in vista della prossima Conferenza delle Parti dell’Onu sul cambiamento climatico, prevista a Parigi a dicembre. Personaggi come Desmond Tutu, Vivienne Westwood, Naomi Klein e Noam Chomsky assieme a molti altri referenti di realtà  di movimento chiariscono come questo sia un momento storico, in cui è necessaria una crescente pressione dei cittadini per portare a un vero e proprio cambiamento strutturale. “Siamo di fronte a un bivio” si legge nell’appello, pubblicato nel libro “Stop Climate Crime” prodotto e diffuso da 350.org e Attac France, tra le principali realtà  mobilitate contro un modello di sviluppo insostenibile, “nel passato, uomini e donne determinati hanno resistito e sconfitto i crimini della schiavitù, del totalitarismo, del colonialismo e dell’??apartheid. Decisero di combattere per la giustizia e la solidarietà  e sappiamo che nessuno di loro lo avrebbe fatto per se stesso. Il cambiamento climatico è una sfida simile, e noi stiamo alimentando un altrettanto simile reazione”. Per aderire all’appello “Fermiamo i crimini climatici” cliccare qui   TESTO DELLA PETIZIONE   Teniamo i combustibili sotto terra. Fermiamo i crimini climatici   Siamo a di fronte a un bivio. Non vogliamo essere costretti a sopravvicere in un mondo che è stato reso invivibile. Dalle isole pacifiche australi alle coste della Louisiana, dalle Maldive al Sahel, dalla Groenlandia alle Alpi, la vita quotidiana di milioni di noi è stata già sconvolta dalle conseguenze del cambiamento climatico. Con l’acidificazione degli oceani, la sommersione degli atolli del Pacifico, la migrazione forzata nel subcontinente indiano come in Africa, le tempeste e gli uragani sempre più frequenti, l’attuale ecocidio colpisce tutte le specie e gli ecosistemi, minacciando i diritti delle futute generazioni. E gli impatti del cambiamento del clima non sono uguali per tutti: le comunità indigene e contadine, quelle più povere nel Sud e nel Nord del mondo sono in prima linea tra le realtà maggiormente colpite dagli impatti dello sconvolgimento climatico. Non coviamo alcuna illusione. I Governi si sono riuniti per più di 20 anni, ma le emissioni di gas climalteranti non sono diminuite e il clima continua a cambiare. Prevalgono l’inerzia e gli ostacoli, anche se gli avvertimenti della scienza diventano giorno dopo giorno più preoccupanti. Non è una sorpresa. Decenni di liberalizzazioni del commercio e degli investimenti hanno indebolito la capacità degli Stati di affrontare la crisi climatica. Ad ogni passaggio, forze molto potenti, come le imprese petrolifere, le multinazionali dell’agrobusiness, le istituzioni finanziarie, gli economisti dogmatici, gli scettici e i negazionisti e i Governi alla mercé di questi interessi, mettono i bastoni tra le ruote o propongono false soluzioni. Novanta imprese sono responsabili dei due terzi delle emissioni di gas a effetto serra a livello mondiale. Ogni risposta concreta al cambiamento climatico minaccia il loro potere e la loro ricchezza, l’ideologia del libero mercato e le strutture e i sussidi che li sostengono e li giustificano. Sappiamo che le multinazionali e i Governi non rinunceranno ai profitti che accumulano attraverso l’estrazione di carbone, gas e petrolio, e grazie a un’agricoltura industriale alimentata sui combustibili fossili. Ma tuttavia la nostra crescente abilità di agire, pensare, amare, prendersi cura, lavorare, creare, produrre, contemplare, lottare, richiede che noi li costringiamo a recedere. Per essere in grado di continuare a prosperare come comunità, persone e cittadini, dobbiamo lottare per un...

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Clima, negli ultimi sei anni 157 milioni di migranti a causa degli eventi meteo

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Clima, negli ultimi sei anni 157 milioni di migranti a causa degli eventi meteo

[su repubblica.it]Lo dice il rapporto Migrazioni e cambiamento climatico a cura di Cespi, Focsiv e Wwf che, alla vigilia della Cop21 di Parigi, chiedono alle istituzioni di riconoscere i diritti di chi fugge dai disastri ambientali creati dai cambiamenti climatici. Tempeste e alluvioni soprattutto. Ma anche terremoti. Sono gli eventi meteorologici estremi che, dal 2008 al 2014, hanno costretto a spostarsi oltre 157 milioni di persone. Famiglie e comunità spinte ad abbandonare improvvisamente le proprie abitazioni. Secondo Idmc (Internal Displacement Monitoring Centre), tempeste e alluvioni hanno rappresentato l’85% delle cause, seguite dai terremoti. Sempre l’Idmc ha calcolato che oggi le persone hanno il 60% in più di probabilità di dover abbandonare la propria casa di quanto non ne avessero nel 1975. I dati sono contenuti nel rapportoMigrazioni e cambiamento climatico a cura di Cespi, Focsiv e Wwf Italia diffuso alla vigilia della Cop21 di Parigi. Aumento delle temperature dell’aria e della superficie dei mari, cambiamento delle precipitazioni (frequenza, intensità), innalzamento del livello dei maricausato dalla fusione dei ghiacci, eventi “regionali” come Nino e monsoni asiatici “stanno portando all’intensificazione della competizione tra popolazioni, stati e imprese per il controllo e l’utilizzo delle risorse naturali che potrebbe causare conflitti e quindi provocare migrazioni forzate”, avvertono Cespi, Focsiv e Wwf.   Profughi ambientali, quando il clima costringe a migrare [Guarda la galleria fotografica]   Il rapporto Migrazioni e cambiamento climatico individua cinque “forme” di spostamento: migrazioni di carattere internazionale; a carattere permanente e di spostamento di interi nuclei familiari; sfollati interni e profughi a livello internazionale a causa di calamità naturali improvvise (il caso limite delle piccole isole del Pacifico, Kiribati o Tuvalu); ricollocazione di intere comunità per ridurre la loro esposizione a grandi rischi naturali e climatici. Il fenomeno migratorio è complesso e le cause sono interagenti (in Siria questioni politiche si sono intrecciate con la più forte siccità degli ultimi 40 anni), ma Cespi, Focsiv e Wwf italia chiedono alle istituzioni e propongono alla società civile “una riflessione sugli strumenti legali internazionali, affinché non siano discriminanti verso le persone in difficoltà o che hanno necessità di spostarsi”, riconoscendo “i diritti a chi fugge dai sempre più frequenti disastri ambientali causati dai cambiamenti climatici“. Occorre quindi “creare nuovi regimi dei flussi a livello regionale fondati sul riconoscimento dei diritti dei migranti, integrati nei piani di adattamento al cambiamento climatico”. Lo scenario più estremo dell’ultimo Rapporto dell’Intergovernmental Panel On Climate Change – Ipcc prevede entro il 2100 un incremento dell’innalzamento del livello dei mari di 98 centimetri. James Hansen, eminente climatologo già direttore del Goddard Institute For Space Studies (Giss) della Nasa, prevede un possibile aumento del livello del mare di cinque metri entro cinquanta anni, se si raggiungessero e superassero i 2 gradi di aumento della temperatura. Ciò vorrebbe dire la perdita della maggior parte delle città costiere, ricordano Cespi, Focsiv e Wwf Italia. Per i piccoli stati insulari e le regioni dei delta dei fiumi, l’innalzamento del livello dei mari potrebbe avere conseguenze catastrofiche, soprattutto se associato all’intensificarsi di fenomeni meteorologici estremi come i tifoni. Con un aumento delle temperature di 4 gradi, sarebbero a rischio il Mediterraneo, il nord Africa e il Medio Oriente, ma anche i paesi dell’America Latina e i Caraibi. A essere colpite anche tutte le attività economiche umane, a partire dall’agricoltura. È purtroppo facile prevedere che questo porterà intere popolazioni a subire enormi difficoltà nel soddisfacimento...

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Il landgrabbing a danno della comunità dei Guarani

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Il landgrabbing a danno della comunità dei Guarani

[su survival.it] I Guarani soffrono enormemente per la perdita quasi totale della loro terra e le violenze dei coloni. Per i Guarani, la terra è origine di ogni forma di vita. Ma il loro territorio è stato completamente invaso e devastato da allevatori e imprenditori agricoli. I loro leader vengono assassinati, e i loro bambini muoiono di fame. A centinaia si sono tolti la vita.   Quando gli Europei arrivarono in Sud America, circa 500 anni fa, i Guarani furono uno dei primi popoli ad esser contattati. Oggi, in Brasile vivono circa 51.000 Guarani, in sette stati diversi. Sono il popolo indigeno più numeroso del paese. Altri gruppi vivono nei paesi vicini: Paraguay, Bolivia e Argentina. I Guarani brasiliani sono suddivisi in tre gruppi, di cui quello dei Kaiowá è il più numeroso (Kaiowá significa ‘popolo della foresta’). Gli altri due gruppi sono i Ñandeva e gli M’byá. Sono un popolo profondamente spirituale. Molte comunità hanno una casa di preghiera comune e un capo religioso, il pajé, la cui autorità dipende solo dal suo prestigio e dalla sua autorevolezza. La “Terra senza Demonio” Sin da quando possono ricordare, i Guarani sono sempre stati alla ricerca di una terra senza dolore, o “Terra senza Demonio”, in cui le anime possono riposare in pace dopo la morte. Raggiungere questo luogo è per loro importantissimo. Per centinaia di anni i Guarani hanno percorso grandi distanze in cerca di questa terra. Nel XVI secolo un cronista notò il loro “desiderio costante di trovare nuove terre, in cui credono che troveranno l’immortalità e riposo infinito.” Questa ricerca continua è indicativa del carattere unico dei Guarani, una “diversità” che gli esterni hanno spesso notato. Oggi, però, si manifesta nel modo più tragico: toccati nel profondo dalla perdita di quasi tutto il loro territorio nell’ultimo secolo, i Guarani soffrono un tasso di suicidi che non ha eguali nel Sud America. I problemi sono particolarmente gravi nel Mato Grosso do Sul, dove i Guarani un tempo occupavano circa 350.000 chilometri quadrati di foreste e pianure. I sicari. Una comunità guarani descrive le minacce che subisce dai sicari assoldati dagli allevatori che le hanno rubato la terra. Guarda il video Oggi, invece, vivono ammassati in anguste porzioni di terra circondate da allevatori di bestiame e vaste piantagioni di canna da zucchero e soia. Alcuni gruppi sono rimasti completamente senza terra e vivono accampati ai margini delle strade. La storia di Marcos Veron ‘Questa è la mia vita, la mia anima. Se mi allontanerete da questa terra, mi toglierete la vita’ Marcos Veron L’assassinio del leader guarani Marcos Veron, avvenuto nel 2003, è un tragico ma assolutamente tipico esempio delle violenze a cui i Guarani sono sottoposti. Marcos Veron aveva 70 anni ed era il leader della comunità guarani kaiowà di Takuára. Da oltre 50 anni, il suo popolo lottava per rientrare in possesso di una minuscola fetta della terra ancestrale, frazionata da un ricco proprietario terriero locale e trasformata in allevamento. La maggior parte della foresta che un tempo la ricopriva era stata completamente tagliata. Nell’aprile 1997, stanchi di negoziare e attendere invano l’intervento del governo, Marcos guidò la sua comunità all’interno del ranch. Cominciarono a ricostruire le loro case, a ripiantare i loro orti. Ma il proprietario terriero che aveva occupato l’area decise di rivolgersi al giudice, che sentenziò per l’espulsione...

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Expo, Sala: ‘Dieci padiglioni continueranno a vivere. Troppo costoso Albero della vita in città’

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Expo, Sala: ‘Dieci padiglioni continueranno a vivere. Troppo costoso Albero della vita in città’

[su repubblica.it] Il commissario sul dopo. “In settimana un incontro su Palazzo Italia. Sarebbe un peccato abbattere il padiglione Zero”. Cantone: “Neanche prima della chiusura riusciremo a sapere quanto è costata” Dopo Expo, Sala: “Spostare l’Albero della vita in città? Lo escludo””Più di 10 padiglioni saranno smantellati e ricostruiti altrove, nei loro Paesi o in città, come quello della Coca Cola o di Don Bosco. Ma la maggior parte verrà distrutta. Escludo che l’Albero della vita possa essere spostato in città, e per quando riguarda Padiglione Italia ne discuteremo presto. Sarebbe però un peccato buttare già padiglione Zero”. Comincia a prendere forma il quadro delle possibilità del post-Expo. Alcuni punti fermi sono stati descritti dal commissario unico Giuseppe Sala a margine dell’incontro ‘Expo dopo Expo’, organizzato per cominciare a delineare il da farsi in vista della chiusura dei cancelli il 31 ottobre. All’incontro ha partecipato anche il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone. Amara la sua considerazione: Expo finirà e non sapremo neanche allora quanto ci sarà costata. Il punto sono gli extracosti, le spese extra dovute ai ritardi e alle modifiche in corsa nella gara contro il tempo che a maggio ha permesso di aprire l’Esposizione universale dopo gli scandali. Partita ancora tutta da giocare. Non è detto che entro la fine dell’esposizione universale si saprà quanto è costato in più costruirla rispetto al previsto, ha spiegato Cantone, sottolineando di non essere “così ottimista nel dire che possiamo chiudere entro il 31 ottobre”.   IL FUTURO DEI PADIGLIONI E DELL’AREA – “Mi piacerebbe che Expo potesse rimanere aperto – ha detto Sala – sarebbe l’unica volta nella storia, ma il tema vero riguarda i Paesi. Tutti i Paesi smantelleranno i loro padiglioni, hanno già i contratti col personale che lo farà. Sarebbe veramente un peccato però buttare giù Padiglione Zero, onestamente. E’ il mio preferito, l’ho già detto il primo giorno, e bisogna trovare una soluzione”. Per quanto riguarda il destino del sito di Rho, Sala ha ribadito: “Continuo a pensare che l’idea della cittadella universitaria sia la migliore. Questa è un’area talmente grande che bisogna partire con un’idea solida, a cui poi altri si aggregheranno. Per me ora c’è l’urgenza di poter affermare che una parte del progetto c’è ed è sicura. In questo senso vedo con molto favore l’ingresso di governo in Arexpo”.   PADIGLIONE ITALIA – “In settimana – ha aggiunto Sala – parlerò con il commissario Bracco del futuro di Padiglione Italia, perché è chiaro che, se decidiamo di tenere aperto qualcosa, non possiamo usare la copertura di Expo, deve farsene carico il commissario italiano. Il mio unico punto è che ci sia chiarezza con chi gestisce, nella certezza che tutto sarà in sicurezza”. Il punto che l’area sarà interessata dai lavori di smontaggio ed è difficile pensare al via vai di gente su un Decumano costellato di cantieri. Ma Palazzo Italia “come da regolamento del Bie rimarrà anche dopo Expo e deve essere il punto di partenza di un grande progetto che coinvolgerà tutto il sito”, ha aggiunto Diana Bracco.   L’ALBERO DELLA VITA – Sul futuro dell’Albero della Vita, invece, il commissario ha detto di essere “più prudente”, perché “al di là della struttura dell’hardware, vive di software delicatissimo, costoso, e che ha senso solo se lo metti di fronte a decine di migliaia di persone, come in un...

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La strada «segreta» dei pozzi di petrolio nel parco di Yasuni

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La strada «segreta» dei pozzi di petrolio nel parco di Yasuni

[di Marina Forti su terraterraonline.org] Esiste o no, nell’Amazzonia ecuadoriana, una strada che attraversa il Parco nazionale di Yasuni fino al Blocco 31, zona di estrazione di petrolio? Dalle foto satellitari pare proprio di sì. Il governo dell’Ecuador invece nega: non esiste nessuna strada. Ora una giornalista svela il segreto: la strada c’è e lei l’ha percorsa, raccogliendo foto e filmati. Una rivelazione destinata ad alimentare le polemiche attorno ai pozzi di petrolio del parco Yasuni, e il confronto politico tra il governo del presidente Rafael Correa e quanti criticano la politica di espandere l’estrazione di idrocarburi, con le popolazioni indigene in primo piano. Il parco Nazionale di Yasuni è un’ampia zona di foresta amazzonica in Ecuador vicino al confine con il Perù. Con oltre 100 mila specie per ettaro, è considerata tra le più “biodiverse” del pianeta. Per questo è una zona protetta, abitata da alcune popolazioni indigene tra cui due che restano in quello che viene ufficialmente definito “isolamento volontario”. Ma racchiude anche un grande giacimento petrolifero: si stima sia il 20 per cento del petrolio ecuadoriano. Due anni fa il governo dell’Ecuador ha autorizzato l’estrazione nel parco di Yasuni, in quello che viene designato sulle mappe dei giacimenti del paese come Blocco 31. La decisione di cercare petrolio nella foresta protetta è arrivata dopo un (fallito) tentativo di inventare un meccanismo per lasciare il petrolio sotto terra: la “Iniziativa Yasuni-ITT” era una sorta di “scambio” tra reddito e natura: il petrolio non viene estratto e i potenziali acquirenti sottoscrivono “buoni” per compensare l’Ecuador del reddito mancato, con un sistema organizzato dalle Nazioni unite. Utopistico forse, ma un fronte di gruppi ambientalisti e organizzazioni delle comunità indigene in Ecuador chiede ancora un referendum per espellere le trivelle da quella foresta, e accusa il governo di permettere la consultazione dei cittadini. Forse è per questo che alla fine del 2013, quando ha aperto allo sfruttamento petrolifero il triangolo Ishpingo-Tiputini-Tambococha, quasi tutto all’interno del Parco naturale, per il Blocco 31 il governo ha posto la condizione che nessuna strada venga costruita attraverso quella preziosa foresta: solo un tracciato, che poi sarà ricoperto dalla foresta. Il motivo è chiaro: una strada apre un accesso, ovunque ci sono strade arrivano prima o poi tagliatori di legname, coloni e altro. Non è la prima volta che si parla di una strada nel Yasuni – anzi, se ne parla da anni. Alcuni, tra i critici della politica di espandere l’estrazione petrolifera, la citano come prova che il governo non ha mai preso sul serio la storia dell’area protetta. Il governo però nega che esista. Del resto è una zona così remota che andare a vedere non è così semplice. L’anno scorso però  un gruppo di ricercatori ha pubblicato un rapporto corredato da foto satellitari ad alta definizione. ¿Bloque 31: sendero ecológico o carretera petrolera? è un rapporto pubblicato su Geoyasuni.org, condotto tra gli altri da ricercatori dell’Università di Padova. Da quelle foto la strada si vede benissimo: è proprio una strada, larga 30 metri e oltre (non i 10 metri di un semplice tracciato), con veicoli pesanti che la percorrono. Anche dopo quel rapporto il governo ha negato: sostiene che Petroamazonas, la compagnia petrolifera nazionale, ha costruito solo un “sentiero ecologico” (ecological trail), temporaneo, servito a stendere la conduttura interrata. Così,  la giornalista Nina Bigalke ha deciso di andarci....

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L’India annuncia un ambizioso piano sul clima: più rinnovabili, più foreste. Ma il carbone, allora?

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L’India annuncia un ambizioso piano sul clima: più rinnovabili, più foreste. Ma il carbone, allora?

[di Marina Forti su terraterraonline.org] Anche l’India ha annunciato il suo piano di impegni sul clima, in vista della conferenza mondiale convocata dall’Onu a Parigi in dicembre. Una delle grandi «economie emergenti», e oggi terzo paese emettitore di gas di serra in termini assoluti, l’India è l’ultimo tra i grandi paesi ad annunciare cosa intende fare per combattere il cambiamento del clima. Nel suo piano, New Delhi si impegna a generare il 40% della sua energia con fonti rinnovabili entro il 2030, e diminuire l’intensità di emissioni del suo Prodotto interno lordo (“intensità di emissioni” vuol dire la quantità di anidride carbonica, il principale dei gas responsabili del riscaldamento dell’atmosfera terrestre, generata per unità di Pil): per il 2013 sarà tra il 33 e il 35 per cento al di sotto del livello del 2005. Dunque bruciare meno combustibili fossili, e usare l’energia in modo più efficiente. Inoltre l’India si impegna a proteggere e ripristinare la copertura forestale, in modo che nel 2030 arrivi ad assorbire tra 2,5 e 3 miliardi di tonnellate di CO2. «Anche se l’India non è parte del problema, vuole essere parte della soluzione», ha detto il ministro dell’ambiente indiano Prakash Javadekar, presentando il piano (Intended Nationally Determined Contribution, Indc), ora inoltrato formalmente al segretariato della Convenzione Onu sul cambiamento climatico. In effetti l’India non è tra i grandi inquinatori, se consideriamo le emissioni pro capite. Con una popolazione di 1 miliardo e 200 milioni (di cui circa un terzo vivono in povertà assoluta, le sue emissioni storiche a oggi sono sotto il 3 percento del totale globale). Casomai, è tra i paesi che subiscono l’impatto del cambiamento del clima molto più di quanto contribuisce a provocarlo. «Il mondo sviluppato deve assumere la responsabilità morale per lo stato del mondo oggi», ha detto ancora Javadekar (citando anche Papa Francesco). Ma certo, l’economia cresce, e la popolazione arriverà a 1,5 miliardi nel 2030: «si stima che più di metà dell’India sia ancora da costruire», ha aggiunto il ministro. Il governo indiano non ha ancora fatto previsioni su quando le sue emissioni di gas di serra potranno raggiungere il picco. Il primo ministro Narendra Modi ha più volte ripetuto che l’India non accetterà limitazioni al suo sviluppo economico in nome di un accordo sul clima. E però anche l’India riconosce che il cambiamento del clima ha (e avrà sempre di più) un impatto notevole sulla sua stessa economia e accetta di investire per adattare settori vulnerabili come l’agricoltura, le risorse idriche, le regioni costiere, la sanità e la gestione dei disastri. Ma insiste: avrà bisogno del sostegno della finanza e della tecnologia internazionale per raggiungere questo obiettivi (tecnologie e soldi sono sempre un tema caldo ai vertici Onu sul clima). Il piano annunciato dall’India è stato accolto in modo in genere favorevole, da parte ambientalista. «Un piano ambizioso, soprattutto su energie rinnovabili e foreste», secondo il Centre for Science and Environment, una delle più autorevoli organizzazioni indiane per la giustizia ambientale: «Riflette le sfide dello sviluppo, le aspirazioni del gran numero di persone in povertà, e le realtà del clima». Il Cse osserva che l’India si è data obiettivi perfino più ambizioni della Cina. In particolare, l’impegno a produrre il 40% dell’energia da fonti non fossili: se realizzato, secondo le proiezioni del Cse, nel 2030 l’India avrà...

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Iea, le energie rinnovabili leader del mercato energetico nel 2020

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Iea, le energie rinnovabili leader del mercato energetico nel 2020

[di redazione su greenreport.it] L’Agenzia Internazionale dell’energia: grandi opportunità, ma restano troppe incertezze politiche. «L’energia rinnovabile rappresenterà la principale fonte di crescita di energia elettrica per i prossimi cinque anni, spinta dai costi in calo e dall’espansione aggressiva nelle economie emergenti». A dirlo è il Medium-Term Renewable Energy Market Report 2015 (MTRMR) dell’International energy agency (IEA), che indica nelle rinnovabili la fonte più affidabile per mitigare i cambiamenti climatici e migliorare la sicurezza energetica. Ma L’IEA chiede ai governi di «Ridurre le incertezze politiche che agiscono come freni per una maggiore distribuzione» delle energie rinnovabili. Il direttore esecutivo dell’IEA, Fatih Birol, che ha presentato il MTRMR 2015 al meeting del ministri dell’energia del G20 che termina oggi a Istanbul in Turchia, ha sottolineato che «Le fonti rinnovabili sono ponte a prendere il cruciale primo posto nella crescita della fornitura globale di energia, ma questo non è certo il momento di compiacersi. Se queste tecnologie devono raggiungere il loro pieno potenziale, i governi devono rimuovere i dubbi sulle fonti rinnovabili e mettere il nostro sistema energetico su un percorso più sostenibile e sicuro». Nei prossimi 5 anni le rinnovabili forniranno oltre 700 gigawatt (GW) in più di energia elettrica, più del doppio attuale potenza installata in Giappone e rappresentano quasi i due terzi delle capacità nette della global power capacity, cioè la quantità di nuova produzione energetica meno la chiusura in programma delle centrali esistenti. Le fonti no-idro, come l’eolico e il fotovoltaico, rappresenteranno quasi la metà dell’aumento totale dell’energia globale. Secondo il rapporto IEA, la quota di energie rinnovabili nella produzione di energia globale entro il 2020 salirà ad oltre il 26%, nel 2013 era al 22%, «un cambiamento notevole in un periodo di tempo molto limitato. Entro il 2020, la quantità di produzione di energia elettrica globale proveniente da fonti rinnovabili sarà superiore all’odierna domanda di energia elettrica di Cina, India e Brasile messi insieme». La crescita delle rinnovabili si realizzerà sempre di più nelle economie emergenti e nei Paesi i via di sviluppo, che nel 2020 costituiranno i due terzi dell’espansione energia elettrica da fonti rinnovabili. Da sola la Cina nel 2020 rappresenterà quasi il 40% della crescita totale di energia rinnovabile e richiederà quasi un terzo dei nuovi investimenti. Il rapido progresso delle tecnologie sostenibili, il miglioramento delle condizioni di finanziamento e l’espansione della distribuzione di prodotti di qualità in nuovi mercati con le risorse rinnovabili migliori, sta facendo calare i prezzi delle rinnovabili in molte parti del mondo. In Brasile, l’India, il Medio Oriente, Sud Africa e Stati Uniti i contratti di produzione a lungo termine sono sempre più favorevoli e alcuni Paesi poveri, soprattutto nell’Africa sub-sahariana, stanno passando dalla scarsità energetica ad un nuovo paradigma dello sviluppo basato principalmente sull’energia rinnovabile sempre più accessibile. Birol è convinto che «Le fonti rinnovabili a prezzi accessibili sono destinate a dominare i sistemi energetici emergenti del mondo. Con eccellenti risorse idroelettriche, solari ed eoliche, il miglioramento del rapporto costo-efficacia e il momentum politico, le fonti rinnovabili possono svolgere un ruolo fondamentale nel sostenere la crescita economica e l’accesso all’energia nell’Africa sub-sahariana, soddisfacendo quasi i due terzi delle nuove esigenze della domanda della regione oltre i prossimi cinque anni». Ma il MTRMR 2015 evidenzia anche i rischi: «Il finanziamento rimane chiave per il raggiungimento di investimenti sostenuti. Ostacoli normativi, vincoli di...

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