Osservatorio Eni
Un osservatorio permanente monitorerà le attività di esplorazione, estrazione e trasformazione delle fonti fossili. Esaminerà anche la responsabilità sociale di impresa di Eni. Studierà gli impatti sociali e ambientali generati. Valuterà le reazioni delle istituzioni e della società civile, sia in Italia che nel mondo.
Scopri di più ?
Osservatorio Eni è la campagna permanente di A Sud e del CDCA per monitorare le attività di Eni. Attraverso ricerca, reporting e azionariato critico, lavoriamo per denunciare gli impatti di Eni su ambiente, clima e diritti umani. Facciamo informazione e lobbying per indurre Eni a cambiare le sue politiche aziendali.
SU COSA LAVORA OSSERVATORIO ENI
Eni è l’azienda fossile più grande d’Italia e una delle maggiori compagnie energetiche a livello globale. Opera in oltre 60 paesi, non solo con un impatto emissivo enorme a livello globale ma anche un impatto ambientale, sociale e culturale nei territori in cui lavora.
LE RESPONSABILITÀ CLIMATICHE
Il core business di Eni riguarda principalmente lo sfruttamento di idrocarburi, soprattutto petrolio e gas. Le emissioni prodotte sono nell’ordine di decine di milioni di tonnellate di CO?. Se consideriamo anche le emissioni indirette, dovute all’impiego dei prodotti di Eni, i livelli salgono a centinaia di milioni di tonnellate. Questi livelli sono superiori a quelli dell’intera Italia.
Eni è dunque la principale responsabile della crisi climatica a livello nazionale e uno dei soggetti con maggiori responsabilità climatiche a livello globale.
LE RESPONSABILITÀ CLIMATICHE
Il core business di Eni è lo sfruttamento di idrocarburi: petrolio e gas. Le sue emissioni dirette sono nell’ordine di decine di milioni di tonnellate di CO?; se includiamo quelle indirette, generate dall’uso dei suoi prodotti, si arriva a centinaia di milioni di tonnellate, più delle emissioni dell’intera Italia.
Non è un’eccezione, è un modello. Secondo il Carbon Major Database, l’80% delle emissioni globali fossili dal 2016 è attribuibile a 57 società. Tra le 122 principali responsabili, la maggioranza ha aumentato la produzione. Eni è dentro questa classifica: 33ª al mondo, 9ª tra le aziende private per gas serra prodotti dal 2016.
Transizione energetica: parole vs. fatti
Nonostante la retorica sulla transizione e gli investimenti nelle rinnovabili, Eni continua a puntare sui combustibili fossili, contribuendo in modo rilevante alle emissioni di gas serra. Gran parte delle sue operazioni si concentra in Paesi del Sud globale, dove l’estrazione ha impatti pesanti sui territori, sugli ecosistemi e sui diritti delle comunità locali.
A questa realtà corrisponde un racconto aziendale pericolosamente edulcorato. Non è un caso se il marketing di Eni è sempre più verde. Il Cane a sei zampe si presenta come soggetto responsabile e alleato della transizione, mentre le trivelle continuano a estrarre petrolio e gas. Questa distanza tra ciò che viene raccontato e ciò che accade ha un nome preciso: greenwashing.
LE POLITICHE ENERGETICHE NAZIONALI
Pur comportandosi come una multinazionale energetica quotata in borsa, Eni è partecipata dallo Stato, che detiene la maggioranza relativa delle azioni. Invece di essere influenzata da politiche nazionali per la decarbonizzazione, Eni condiziona le politiche energetiche nazionali.
Questo crea un circolo vizioso impossibile da interrompere. Nonostante la crisi climatica e gli allarmi della comunità scientifica, l’azienda continua ad aumentare anno dopo anno la quantità di idrocarburi estratti. Sta sviluppando nuovi progetti di perforazione per sfruttare idrocarburi, sia all’estero che in Italia. Dalla Val d’Agri in Basilicata a Taranto e Gela in Sicilia, diverse zone subiscono l’impatto disastroso del cane a sei zampe.
IL COLONIALISMO ENERGETICO
Lo scoppio della guerra in Ucraina ha reso palese il potere di Eni sulle politiche energetiche italiane. Dietro la retorica della “transizione”, l’azienda ha rafforzato il fossile, inaugurando una nuova stagione di colonialismo energetico: via il gas russo, dentro quello di regimi autoritari come Algeria e Qatar. Nessuna svolta, solo emergenze usate come alibi.
In questo quadro si inserisce il Piano Mattei per l’Africa: presentato come cooperazione e sviluppo, ma nei fatti opaco e neocoloniale. Un progetto che riproduce logiche estrattiviste, piegando territori e comunità agli interessi energetici dell’Occidente. Non è un piano di giustizia climatica e sociale. È un piano di potere.
LA CULTURA
E a proposito di greenwashing, Eni investe anche nella cultura, ma non lo fa per amore dell’arte, ma per costruirsi una maschera. Sfrutta il suo potere economico per colonizzare l’immaginario collettivo, insinuandosi nei musei, nei festival, nei teatri.
Invece di sostenere la cultura indipendente, promuove una narrazione addomesticata, che legittima il suo ruolo nella transizione ecologica. Così, chi inquina diventa mecenate, e la cultura si trasforma in vetrina per interessi fossili. Il risultato è un paesaggio culturale sempre più complice, svuotato di conflitto, critica e verità.
Visita del rappresentante di ERA Nigeria in Val D’agri
STRUMENTI
- Ricerca e informazione
Studiamo, approfondiamo e pubblichiamo articoli su diverse testate per informare sulle condotte di Eni e sulle sue responsabilità ambientali e climatiche
- Reporting e dossier
Redigiamo, pubblichiamo e diffondiamo report su diversi aspetti legati alle attività d’impresa (sono tutti scaricabili in calce alla pagina)
- Azionariato critico
Partecipiamo alle assemblee degli azionisti di Eni come azionisti critici, elaboriamo domande al Cda sui temi di nostro interesse e facilitiamo la partecipazione di comitati locali italiani ed esteri
- Advocacy e lobbying
Portiamo avanti campagne e attività di pressione per indurre l’impresa a migliorare le proprie politiche
- Networking
Facciamo rete con comitati, organizzazioni nazionali ed internazionali che si occupano di giustizia ambientale e climatica, per spingere assieme verso la decarbonizzazione dell’economia
- Supporto a territori
- Supportare le comunità locali impattate da Eni, dando voce a comitati, attivist? e cittadin? colpit? dall’estrattivismo e costruendo strumenti di lotta e incidenza collettiva.
La decarbonizzazione secondo Eni – CCS
/ 2023
Nel nostro Factsheet 2023, smascheriamo la strategia climatica di Eni: gas fossile e CCS come “soluzioni” alla crisi climatica. Entro il 2050, Eni continuerà a puntare sul gas, uno dei principali responsabili del riscaldamento globale (fonte UNEP). Parallelamente investe nella CCS (cattura e stoccaggio della CO?).
GreENIwashing: il greenwashing di Eni e altre storie
/ 2022
Un report che ripercorre e racconta le condotte di greenwashing della principale multinazionale petrolifera italiana
Sessant’anni dopo la morte del fondatore Enrico Mattei, Eni ha visto nel 2022 un ritorno alle origini. La multinazionale del fossile è tornata a influenzare il governo, soprattutto con l’avvio della guerra in Ucraina.
Follow the green: la narrazione di Eni alla prova dei fatti
/ 2020
Se si dà un’occhiata, in un giorno qualsiasi, all’homepage del sito di Eni, quasi non c’è traccia di petrolio. I messaggi promozionali circa la sostenibilità ambientale di Eni inondano quasi tutte le testate nazionali. Ma cosa c’è oltre la patina degli annunci?
Il dossier “Follow the green – la narrazione di Eni alla prova dei fatti” risponde alla domanda sul greenwashing a sei zampe.
Il paese a sei zampe
/ 2019
Il Paese a sei zampe: la questione energetica e il punto di vista dei territori: un report sulle politiche di Eni, tra dark economy e green washing. Oggi si assiste a una nuova espansione della frontiera estrattiva, inclusa l’estrazione offshore. Ci sono anche progetti controversi di riconversione di vecchi impianti dell’industria fossile e chimica.Questi casi sono documentati nel nuovo dossier del CDCA. Nonostante le dichiarazioni delle istituzioni nazionali sui cambiamenti climatici e l’impegno dell’Italia per una azione di contrasto efficace, né nella SEN del 2017 né nella bozza del Piano Energia e Clima del 2018 ci sono misure ambiziose per la decarbonizzazione.
Speciale Ikebiri
/ 2018
Nel 2018 la comunità nigeriana Ikebiri ha citato Eni e la sua controllata NAOC presso il Tribunale di Milano, chiedendo un risarcimento per un grave disastro ambientale: il 5 aprile 2010 un oleodotto NAOC esplose vicino al fiume della comunità, contaminando il territorio e mettendo a rischio la sopravvivenza di chi vive di agricoltura e pesca.
REPORTAGE
I territori in cui opera Eni, e le voci delle comunità locali raccontate attraverso il video reportage
GELA: CICATRICI AMBIENTALI E RESISTENZE TERRITORIALI
Video reportage, Giugno 2022 [Durata: 7?]
Gela è un osservatorio urbano privilegiato per comprendere in che modo le politiche energetiche a livello nazionale si traducono in conflitti e impatti sul territorio. Petrolio e gas hanno radicalmente cambiato la storia della città e sebbene l’arrivo di Eni sia datato fine anni ‘50 ad oggi il ruolo che il cane a sei zampe ha in città è ancora centrale: dai nuovi progetti industriali ai progetti culturali e sociali che la stessa impresa propone sul territorio per edulcorare gli impatti negativi. Ma Gela non è solo un territorio che vive in maniera passiva le conseguenze che questa industrializzazione senza sviluppo ha portato sul territorio. Realtà attive, associazioni e cittadini stanno immaginando nuove possibilità di rigenerare vivibilità, proponendo un’altra visione di città che parte dalla cura delle aree naturali e immagina e mette in campo nuovi scenari, anche dal punto di vista lavorativo.
Credits:
- Videomaker: Andrea Giannone
- Hanno partecipato: Andrea Turco (giornalista), Emilio Giudice (Riserva del Bivere), Manuel Zafarana (Geloi Wetland). Con la collaborazione di: Università di Catania, in particolare Elisa Privitera e a Alessandro Lutri
FOSSIL FREE SCHOOL IN VAL D’AGRI
Video reportage, Giugno 2022 [Durata: 5.30?]
In Val D’Agri è attivo da oltre venti anni il più grande polo estrattivo in terra ferma d’Europa. La Valle, con storica vocazione agricola e di turismo culturale ed eno gastronomico, è stata travolta dall’arrivo dell’industria pesante. Attraverso le attività nelle scuole, A Sud e l’Ossevatorio Eni hanno lavorato con docenti e studenti e studentesse sulla percezione del rischio e dell’impatto dell’attività petrolifera sul territorio.
Credits:
- Videomaker: Alessandro Bernardini
- Hanno partecipato: Marica Di Pierri e Maura Peca per A Sud, Isabella Abate per l’Osservatorio Popolare Val D’Agri
Tutti i video dell’Osservatorio Eni:
Informazioni e contatti
Info e contatti con l’Osservatorio Eni:
Osservatorio Eni è sostenuto dai fondi Otto per Mille della Chiesa Valdese e dal Patagonia International Grants Program
ENI e il boom del GNL in Italia
CDCA e A Sud / 2026 Tutto quello che c’è da sapere sul GNL: il Gas Naturale Liquefatto viene venduto come soluzione temporanea alla crisi energetica, ma sta bloccando l’Italia in una nuova dipendenza fossile. Questo factsheet smonta la narrazione del “gas pulito” e mostra chi davvero guadagna dal boom del GNL. Negli ultimi anni il Gas Naturale Liquefatto (GNL) è stato imposto come soluzione rapida alla crisi energetica. Dopo il 2022 l’Italia ha aumentato in modo drastico le importazioni via mare, diventando uno degli hub europei del GNL. Un cambio di rotta veloce, accompagnato dalla costruzione di nuovi rigassificatori e dall’espansione delle infrastrutture fossili, spesso contro la volontà delle comunità locali. Al centro di questo processo c’è Eni, oggi primo fornitore di GNL in Italia e protagonista di una strategia globale che rafforza la dipendenza dal gas, stringendo accordi con Paesi segnati da conflitti ambientali e violazioni dei diritti. Il GNL non è un combustibile “pulito”: l’intero ciclo di vita – estrazione, liquefazione, trasporto e rigassificazione – genera emissioni elevate e nuovi rischi ambientali, dai territori di estrazione alle aree portuali di approdo. La contraddizione è evidente: mentre le infrastrutture GNL aumentano, i consumi di gas in Italia diminuiscono. A crescere sono invece i profitti delle aziende fossili, che continuano a fare business sfruttando l’emergenza climatica ed energetica. Questo factsheet smonta la narrazione della “transizione a gas” e riportare al centro una verità scomoda: il GNL prolunga il modello fossile e allontana una transizione ecologica giusta. Scarica il factsheet Questo factsheet è stato pubblicato nell’ambito del progetto Osservatorio Eni, l’osservatorio permanente di A Sud e CDCA che monitora le attività di esplorazione, estrazione e trasformazione delle fonti fossili. Osservatorio Eni è sostenuto dai fondi Otto per Mille della Chiesa Valdese e dal Patagonia International Grants...
read moreLa decarbonizzazione secondo ENI – Il boom dei biocarburanti e i suoi effetti sui territori
A Sud – CDCA / 2026 Nel Factsheet 2026 dell’Osservatorio Eni smontiamo il mito dei biocarburanti: una falsa soluzione climatica che scarica costi ambientali e sociali sui territori. Non una risposta alla crisi climatica, ma un problema in più per comunità ed ecosistemi. I biocarburanti sono combustibili per il trasporto, come biodiesel e bioetanolo, prodotti da biomasse. Vengono presentati come alternativa rinnovabile ai combustibili fossili per ridurre le emissioni nel settore dei trasporti, ma nel Factsheet si evidenzia come siano in realtà miscelati ai carburanti fossili, senza sostituirli. In Italia è soprattutto ENI a promuovere i biocarburanti nella propria strategia di decarbonizzazione, con due bioraffinerie attive, una in costruzione e altre in fase autorizzativa. Secondo il GSE, nel 2024 in Italia sono stati immessi in consumo circa 1,74 Mtep di biocarburanti, a fronte di piani di forte espansione della capacità produttiva. La filiera delle materie prime utilizzate da ENI presenta forti criticità. Nel 2024 la maggior parte delle materie prime per i biocarburanti è stata importata, soprattutto da Indonesia e Malesia. Parallelamente, l’azienda ha avviato progetti agricoli in diversi Paesi africani, in particolare in Kenya, attraverso agri-hub dedicati alla coltivazione del ricino, con impatti ambientali e sociali documentati dal report. Dal punto di vista climatico ed economico, il Factsheet mostra che i biocarburanti offrono benefici limitati. Le analisi citate evidenziano risparmi di emissioni contenuti e il rischio che l’aumento della produzione comporti maggiore dipendenza dalle importazioni e nuove pressioni ambientali. Il report include infine due reportage sul campo: uno dal Kenya e uno da Livorno, per seguire la filiera dei biocarburanti (e i suoi impatti) dai luoghi di coltivazione a quelli di raffinazione. Scarica il Report La decarbonizzazione secondo ENI – Il boom dei biocarburanti e i suoi effetti sui territori A cura di: A Sud e Centro di documentazione dei conflitti ambientali Testi di: Carlotta Indiano e Andrea Turco Progetto grafico di: WaterMelon Impaginazione e infografiche di: Chiara Arnone In copertina, foto di: Roger Starnes Sr su Unsplash Interni, foto di: Carlotta Indiano Il Factsheet e? stato realizzato nell’ambito del progetto Osservatorio ENI grazie al supporto del fondo Otto Per Mille della Chiesa Valdese e di...
read moreEni e la cultura del gas
C’è un passaggio rivelatorio tra le risposte, spesso fumose, che Eni fornisce ogni anno poco prima dell’assemblea degli azionisti. Da quando nel 2020 l’emergenza si è fatta sistema, rendendo impossibile la partecipazione dal vivo, l’unico strumento di pressione degli azionisti critici sulle politiche aziendali del cane a sei zampe è quello dell’invio delle domande scritte, alle quali la multinazionale energetica è costretta a rispondere. Associazioni come A Sud ne approfittano perciò per chiedere ragione degli investimenti fatti, verificare le segnalazioni ricevute dai territori dove Eni opera, incrociare i dati con le indagini giornalistiche. Pur se l’azienda troppo spesso si rende poco chiara, qualcosa riesce comunque a emergere. Come, appunto, il passaggio citato all’inizio, che riguarda la possibile trasformazione dell’azienda dall’attuale formula della società per azioni (nota con l’acronimo s.p.a.) a quella di società benefit: se nel primo caso l’unico scopo resta la distribuzione dei dividendi agli azionisti, nel secondo caso si integra nel proprio oggetto sociale, oltre agli obiettivi di profitto, anche l’impatto positivo sulla società e sulla biosfera. Riportiamo il passaggio qui di seguito: Eni in passato ha considerato la possibilità di qualificarsi come “società benefit” o certificarsi come benefit corporation, ma ha ritenuto che non fosse necessario per perseguire scopi di utilità sociale. Alcuni tra i principali investitori istituzionali di Eni, interpellati sul punto, non avevano espresso favore per l’assunzione della qualifica. La non assunzione della qualifica di “società benefit” non preclude ad Eni di perseguire scopi di utilità sociale. Il messaggio è chiarissimo: Eni va dove la portano i soldi e pazienza per il resto. Ma la vita del pianeta e delle persone non può più aspettare. In un altro passaggio, nel quale A Sud chiede una verifica su un report pubblicato a maggio 2023 dall’Oil & Environment Commission sulle fuoriuscite di petrolio in Nigeria, l’azienda risponde piccata e conclude: Non c’è nulla di più lontano dalla nostra cultura aziendale che l’accusa di razzismo ambientale. Quel che emerge però dalla lettura delle 124 pagine delle domande e risposte pre-assemblea è che la cultura aziendale di Eni è incentrata sul gas. Ancora una fonte fossile, ancora la riproposizione delle false soluzioni, come le abbiamo definite in due report che potete trovare qui e qui. Un affare che conviene a poche persone e ne danneggia molte Come abbiamo ripetuto più volte, in appena tre anni Eni ha conseguito utili per una cifra di circa 35 miliardi euro. Chi ne ha beneficiato? Di sicuro, anche se di poco, i circa 20mila dipendenti dell’azienda in Italia, che hanno ottenuto una serie di benefici: bonus carburanti, bonus energia e aumento del ticket per chi lavora da casa. Un esborso però di appena 85 milioni. E la gran parte dei soldi rimasti? Non certo per colmare l’enorme ritardo dell’azienda sul fronte delle rinnovabili, dove si registra un eccesso di ottimismo: Eni è impegnata a sviluppare i business low carbon per raggiungere massa critica e dimensioni sempre più rilevanti. In questi anni Eni ha già investito in maniera significativa in questi business. Plenitude a fine 2023 ha raggiunto l’obiettivo di 3 GW di capacità installata rinnovabile, in aumento di oltre il 35% rispetto al 2022 (e di 10 volte rispetto al 2020), presenta una rete di ricarica per veicoli elettrici di circa 19 mila unità, in aumento del 45% rispetto al 2022 e al contempo ha consolidato...
read moreDossier ENI: La cultura a sei zampe
Come, dove e perché Eni finanzia la cultura in Italia Un report a cura di A Sud e CDCA Testi di Andrea Turco, con il contributo di Laura Greco Leggi il Dossier Eni: La Cultura A Sei Zampe Questo dossier approfondisce il legame tra Eni e il mondo della cultura. Evidenzia come il colosso petrolifero si presenti come promotore di numerose iniziative culturali in Italia. Attraverso un’attenta disamina, il report Cultura a sei zampe esplora le strategie di “cultural washing” attuate dall’azienda. Eni mira a ripulire la propria immagine sfruttando il finanziamento alla cultura. In questo modo, cerca di allontanare l’attenzione dalle proprie attività legate al petrolio e, soprattutto, al gas. Cultural Washing: Strategie per ripulire l’immagine L’operazione di Eni è una sofisticata forma di distrazione di massa. Mira a deviare l’attenzione dalle gravi responsabilità ambientali dell’azienda. Allo stesso tempo, tenta di costruire un’immagine di vicinanza alle comunità locali. Promuove narrazioni di sostenibilità e sostegno alla bellezza artistica italiana. Tuttavia, questa visione nasconde un’eredità tossica lasciata in molti territori italiani. Le bonifiche promesse non si sono mai concretizzate. In sostanza, Eni rimuove il suo immaginario “nero” e propone un’immagine falsamente green. Rafforza l’idea che solo i grandi attori economici possano guidare la transizione verso un futuro sostenibile. Ignora, però, le responsabilità che essi stessi hanno nel compromettere il nostro futuro. Il Ruolo delle Grandi Aziende nella Cultura: Un pericolo per l’indipendenza Il report evidenzia quanto sia urgente riconsiderare i legami tra il mondo della cultura e le grandi aziende come Eni. Le loro sponsorizzazioni mettono a rischio l’indipendenza culturale. Questi finanziamenti nascondono spesso obiettivi speculativi. Lungi dal promuovere un reale cambiamento sostenibile, fungono piuttosto da schermo per le pratiche distruttive di queste multinazionali. Leggi il Dossier Eni: La Cultura A Sei Zampe Il report fa parte della campagna Osservatorio Eni e del programma Cultura Sostenibile di A...
read moreEni e la cultura del gas
C’è un passaggio rivelatorio tra le risposte, spesso fumose, che Eni fornisce ogni anno poco prima dell’assemblea degli azionisti. Da quando nel 2020 l’emergenza si è fatta sistema, rendendo impossibile la partecipazione dal vivo, l’unico strumento di pressione degli azionisti critici sulle politiche aziendali del cane a sei zampe è quello dell’invio delle domande scritte, alle quali la multinazionale energetica è costretta a rispondere. Associazioni come A Sud ne approfittano perciò per chiedere ragione degli investimenti fatti, verificare le segnalazioni ricevute dai territori dove Eni opera, incrociare i dati con le indagini giornalistiche. Pur se l’azienda troppo spesso si rende poco chiara, qualcosa riesce comunque a emergere. Come, appunto, il passaggio citato all’inizio, che riguarda la possibile trasformazione dell’azienda dall’attuale formula della società per azioni (nota con l’acronimo s.p.a.) a quella di società benefit: se nel primo caso l’unico scopo resta la distribuzione dei dividendi agli azionisti, nel secondo caso si integra nel proprio oggetto sociale, oltre agli obiettivi di profitto, anche l’impatto positivo sulla società e sulla biosfera. Riportiamo il passaggio qui di seguito: Eni in passato ha considerato la possibilità di qualificarsi come “società benefit” o certificarsi come benefit corporation, ma ha ritenuto che non fosse necessario per perseguire scopi di utilità sociale. Alcuni tra i principali investitori istituzionali di Eni, interpellati sul punto, non avevano espresso favore per l’assunzione della qualifica. La non assunzione della qualifica di “società benefit” non preclude ad Eni di perseguire scopi di utilità sociale. Il messaggio è chiarissimo: Eni va dove la portano i soldi e pazienza per il resto. Ma la vita del pianeta e delle persone non può più aspettare. In un altro passaggio, nel quale A Sud chiede una verifica su un report pubblicato a maggio 2023 dall’Oil & Environment Commission sulle fuoriuscite di petrolio in Nigeria, l’azienda risponde piccata e conclude: Non c’è nulla di più lontano dalla nostra cultura aziendale che l’accusa di razzismo ambientale. Quel che emerge però dalla lettura delle 124 pagine delle domande e risposte pre-assemblea è che la cultura aziendale di Eni è incentrata sul gas. Ancora una fonte fossile, ancora la riproposizione delle false soluzioni, come le abbiamo definite in due report che potete trovare qui e qui. UN AFFARE CHE CONVIENE A POCHE PERSONE E NE DANNEGGIA MOLTE Come abbiamo ripetuto più volte, in appena tre anni Eni ha conseguito utili per una cifra di circa 35 miliardi euro. Chi ne ha beneficiato? Di sicuro, anche se di poco, i circa 20mila dipendenti dell’azienda in Italia, che hanno ottenuto una serie di benefici: bonus carburanti, bonus energia e aumento del ticket per chi lavora da casa. Un esborso però di appena 85 milioni. E la gran parte dei soldi rimasti? Non certo per colmare l’enorme ritardo dell’azienda sul fronte delle rinnovabili, dove si registra un eccesso di ottimismo: Eni è impegnata a sviluppare i business low carbon per raggiungere massa critica e dimensioni sempre più rilevanti. In questi anni Eni ha già investito in maniera significativa in questi business. Plenitude a fine 2023 ha raggiunto l’obiettivo di 3 GW di capacità installata rinnovabile, in aumento di oltre il 35% rispetto al 2022 (e di 10 volte rispetto al 2020), presenta una rete di ricarica per veicoli elettrici di circa 19 mila unità, in aumento del 45% rispetto al 2022 e al contempo ha consolidato...
read moreI profitti di Eni contro la salute e la pace del pianeta
Una riflessione di Andrea Turco alla vigilia dell’assemblea annuale degli azionisti Come arriva Eni all’assemblea degli azionisti 2024, che si terrà il prossimo 15 maggio? Ancora affamata, dopo i lussuriosi pasti a base di gas degli scorsi anni. La più importante azienda energetica italiana si presenta all’appuntamento annuale con i suoi azionisti col petto in fuori per i lauti bilanci conseguiti negli ultimi anni. Dal 2021 al 2023 Eni ha conseguito utili per una cifra di circa 35 miliardi euro. Si tratta di una cifra mostruosa: per capirci è più di quanto spende lo Stato italiano in un anno per la manovra finanziaria. E la tendenza, seppure al ribasso, è confermata anche dal primo trimestre 2024: in appena tre mesi l’utile netto adjusted (cioè depurato dalle spese straordinarie) è stato di 1,58 miliardi di euro Il motivo principale, come è ormai noto, è l’aumento dei prezzi del gas sul mercato TTF di Amsterdam (soltanto nel 2022, l’anno principale della crisi energetica, Eni ha conseguito utili per 20,4 miliardi). Non sorprende, dunque, che nel Piano 2024-2027 l’azienda abbia comunicato di voler continuare a estrarre petrolio e gas, a un tasso medio annuo di crescita del 3-4%, spostando il “picco di crescita di un ulteriore anno rispetto al Piano precedente”. I business del cane a sei zampe, insomma, vanno benone. E l’assemblea di maggio sarà la restituzione di questo periodo favorevole. Che importa se il mese di aprile è stato il più caldo mai registrato a livello globale, superando tutti i dati precedenti? Che importa se aprile è l’undicesimo mese consecutivo in cui si registrano temperature da record? Che importa se le temperature di aprile 2024 sono state di ben 1,58°C più calde rispetto alla media di aprile del periodo pre-industriale, sforando l’obiettivo degli Accordi di Parigi? L’ultimo rapporto di Copernicus (C3S), il servizio meteorologico dell’Unione europea che analizza dati provenienti da miliardi di misurazioni raccolte da satelliti, navi, aerei e stazioni meteorologiche in tutto il mondo, segnala un trend sempre più allarmante. Mica l’assemblea degli azionisti della più importante azienda fossile italiana, le cui responsabilità sulla crisi climatica sono accertate, può diventare il luogo di confronto per una delle questioni più urgenti del nostro tempo, no? Meglio parlare di affari. D’altra parte è stato lo stesso amministratore delegato Claudio Descalzi a lasciarsi sfuggire una frase rivelatrice, in occasione del Piano 2024-2027. “Riteniamo che la transizione energetica possa essere realizzabile se genera ritorni adeguati e sostenibili, e pone le basi per nuove e profittevoli forme di business. Ed è proprio quello che stiamo facendo” ha detto Descalzi. “Stiamo valorizzando il nostro ampio portafoglio di attività in modo disciplinato, bilanciando gli investimenti con maggiori ritorni per gli azionisti” ha aggiunto successivamente. Saranno contenti gli azionisti – lo Stato italiano al 32,3% (Ministero dell’Economia e delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti) e i privati per le quote restanti – con una presenza crescente dei fondi azionari. Lo saranno molto meno i territori impattati direttamente dalle attività di Eni e più in generale il pianeta. Allo scopo di dare voce alle istanze e alle esigenze delle persone e dell’ambiente anche quest’anno A Sud ha presentato, nella solita veste di azionista critico, un lungo e dettagliato elenco di domande sui principali interessi a sei zampe. Per provare a diradare la cortina fumogena del greenwashing di Eni e porre al centro la necessaria riconversione del modello di sviluppo, che...
read moreI profitti di Eni contro la salute e la pace del pianeta
UNA RIFLESSIONE DI ANDREA TURCO ALLA VIGILIA DELL’ASSEMBLEA ANNUALE DEGLI AZIONISTI Come arriva Eni all’assemblea degli azionisti 2024, che si terrà il prossimo 15 maggio? Ancora affamata, dopo i lussuriosi pasti a base di gas degli scorsi anni. La più importante azienda energetica italiana si presenta all’appuntamento annuale con i suoi azionisti col petto in fuori per i lauti bilanci conseguiti negli ultimi anni. Dal 2021 al 2023 Eni ha conseguito utili per una cifra di circa 35 miliardi euro. Si tratta di una cifra mostruosa: per capirci è più di quanto spende lo Stato italiano in un anno per la manovra finanziaria. E la tendenza, seppure al ribasso, è confermata anche dal primo trimestre 2024: in appena tre mesi l’utile netto adjusted (cioè depurato dalle spese straordinarie) è stato di 1,58 miliardi di euro Il motivo principale, come è ormai noto, è l’aumento dei prezzi del gas sul mercato TTF di Amsterdam (soltanto nel 2022, l’anno principale della crisi energetica, Eni ha conseguito utili per 20,4 miliardi). Non sorprende, dunque, che nel Piano 2024-2027 l’azienda abbia comunicato di voler continuare a estrarre petrolio e gas, a un tasso medio annuo di crescita del 3-4%, spostando il “picco di crescita di un ulteriore anno rispetto al Piano precedente”. I business del cane a sei zampe, insomma, vanno benone. E l’assemblea di maggio sarà la restituzione di questo periodo favorevole. Che importa se il mese di aprile è stato il più caldo mai registrato a livello globale, superando tutti i dati precedenti? Che importa se aprile è l’undicesimo mese consecutivo in cui si registrano temperature da record? Che importa se le temperature di aprile 2024 sono state di ben 1,58°C più calde rispetto alla media di aprile del periodo pre-industriale, sforando l’obiettivo degli Accordi di Parigi? L’ultimo rapporto di Copernicus (C3S), il servizio meteorologico dell’Unione europea che analizza dati provenienti da miliardi di misurazioni raccolte da satelliti, navi, aerei e stazioni meteorologiche in tutto il mondo, segnala un trend sempre più allarmante. Mica l’assemblea degli azionisti della più importante azienda fossile italiana, le cui responsabilità sulla crisi climatica sono accertate, può diventare il luogo di confronto per una delle questioni più urgenti del nostro tempo, no? Meglio parlare di affari. D’altra parte è stato lo stesso amministratore delegato Claudio Descalzi a lasciarsi sfuggire una frase rivelatrice, in occasione del Piano 2024-2027. “Riteniamo che la transizione energetica possa essere realizzabile se genera ritorni adeguati e sostenibili, e pone le basi per nuove e profittevoli forme di business. Ed è proprio quello che stiamo facendo” ha detto Descalzi. “Stiamo valorizzando il nostro ampio portafoglio di attività in modo disciplinato, bilanciando gli investimenti con maggiori ritorni per gli azionisti” ha aggiunto successivamente. Saranno contenti gli azionisti – lo Stato italiano al 32,3% (Ministero dell’Economia e delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti) e i privati per le quote restanti – con una presenza crescente dei fondi azionari. Lo saranno molto meno i territori impattati direttamente dalle attività di Eni e più in generale il pianeta. Allo scopo di dare voce alle istanze e alle esigenze delle persone e dell’ambiente anche quest’anno A Sud ha presentato, nella solita veste di azionista critico, un lungo e dettagliato elenco di domande sui principali interessi a sei zampe. Per provare a diradare la cortina fumogena del greenwashing di Eni e porre al centro la necessaria riconversione del modello di sviluppo, che...
read moreLa decarbonizzazione secondo Eni – Biocarburanti, una partita italiana
Un report che analizza la strategia di Eni sui biocarburanti, che vengono considerati climaticamente neutri, ma presentano notevoli problemi in termini di efficienza e di impatto su ambiente e comunità locali. I biocarburanti sono carburanti combustibili, liquidi o gassosi, utilizzati per il trasporto e prodotti da biomasse, inclusi rifiuti e sottoprodotti. Nascono come alternativa rinnovabile ai combustibili fossili in quanto derivanti da fonti di energia che non si esauriscono e hanno l’obiettivo di contribuire alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra nel settore dei trasporti in Europa. In Italia è soprattutto la multinazionale Eni a spingerne la diffusione all’interno della propria strategia di decarbonizzazione, con due bio raffinerie attive e una via in via di realizzazione sul territorio nazionale e una serie di progetti in corso in tutto il mondo.Secondo il GSE, in Italia si consumano circa 1,6 milioni di tonnellate all’anno di biocarburanti. Ma come vengono prodotte? E con quali materie prime? Proprio la filiera dell’olio vegetale utilizzato da Eni per “un approvvigionamento sostenibile delle bioraffineria in Italia” – così come viene definito dall’azienda – genera impatti ambientali e sociali negativi nei Paesi, soprattutto africani, in cui sono stati avviati progetti di “agri-hub” con cui vengono raccolte le materie di scarto o coltivate le piante necessarie alla produzione di biocarburanti. Dal punto di vista dell’efficacia, inoltre, gli elevati costi per una produzione su larga scala rendono questi carburanti una soluzione incerta. Lo dimostrano le numerose analisi pubblicate dall’ultima direttiva UE sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili in cui sono inclusi i biocarburanti e in particolare una relazione speciale della Corte dei Conti di dicembre 2023. Il report contiene un Case study a cura di Giorgio Vitali “Il racconto dei contadini del Kenya”, che ha partecipato al “Corso di giornalismo d’inchiesta ambientale” organizzato da A Sud, CDCA – Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali ed EconomiaCircolare.com, in collaborazione con IRPI MEDIA, Fandango e Centro di Giornalismo Permanente. Il caso studio racconta l’incontro del dicembre 2023 con i contadini di Mbegi, uno dei villaggi dove comincia la filiera dei biocarburanti di Eni. L’incontro è avvenuto nel contesto di un laboratorio universitario organizzato dalla facoltà di Scienze Umane dell’Ambiente, del Territorio e del Paesaggio dell’Università Statale di Milano. Dalle testimonianze dirette dei contadini, che sono stati convinti a destinare parte dei loro terreni prevalentemente alla pianta del ricino, emergono molti elementi in contraddizione con la narrazione di Eni per quanto riguarda gli impatti della filiera dei biocombustibili sulle comunità locali. A cura di: A Sud e Centro di documentazione dei conflitti ambientali Testi di: Carlotta Indiano e Andrea Turco Con un contributo di: Giorgio Vitali Supervisione Editoriale: Marica Di Pierri Impaginazione e grafiche: Chiara Arnone Scarica il Factisheet La decarbonizzazione secondo Eni – Biocarburanti, una partita italiana Il Factsheet e? stato realizzato nell’ambito del progetto Osservatorio ENI grazie al supporto del fondo Otto Per Mille della Chiesa Valdese e di...
read moreLa decarbonizzazione secondo Eni – Biocarburanti, una partita italiana
A SUD – CDCA / 2024 Un report che analizza la strategia di Eni sui biocarburanti, che vengono considerati climaticamente neutri, ma presentano notevoli problemi in termini di efficienza e di impatto su ambiente e comunità locali. I biocarburanti sono carburanti combustibili, liquidi o gassosi, utilizzati per il trasporto e prodotti da biomasse, inclusi rifiuti e sottoprodotti. Nascono come alternativa rinnovabile ai combustibili fossili in quanto derivanti da fonti di energia che non si esauriscono e hanno l’obiettivo di contribuire alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra nel settore dei trasporti in Europa. In Italia è soprattutto la multinazionale Eni a spingerne la diffusione all’interno della propria strategia di decarbonizzazione, con due bio raffinerie attive e una via in via di realizzazione sul territorio nazionale e una serie di progetti in corso in tutto il mondo.Secondo il GSE, in Italia si consumano circa 1,6 milioni di tonnellate all’anno di biocarburanti. Ma come vengono prodotte? E con quali materie prime? Proprio la filiera dell’olio vegetale utilizzato da Eni per “un approvvigionamento sostenibile delle bioraffineria in Italia” – così come viene definito dall’azienda – genera impatti ambientali e sociali negativi nei Paesi, soprattutto africani, in cui sono stati avviati progetti di “agri-hub” con cui vengono raccolte le materie di scarto o coltivate le piante necessarie alla produzione di biocarburanti. Dal punto di vista dell’efficacia, inoltre, gli elevati costi per una produzione su larga scala rendono questi carburanti una soluzione incerta. Lo dimostrano le numerose analisi pubblicate dall’ultima direttiva UE sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili in cui sono inclusi i biocarburanti e in particolare una relazione speciale della Corte dei Conti di dicembre 2023. Il report contiene un Case study a cura di Giorgio Vitali “Il racconto dei contadini del Kenya”, che ha partecipato al “Corso di giornalismo d’inchiesta ambientale” organizzato da A Sud, CDCA – Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali ed EconomiaCircolare.com, in collaborazione con IRPI MEDIA, Fandango e Centro di Giornalismo Permanente. Il caso studio racconta l’incontro del dicembre 2023 con i contadini di Mbegi, uno dei villaggi dove comincia la filiera dei biocarburanti di Eni. L’incontro è avvenuto nel contesto di un laboratorio universitario organizzato dalla facoltà di Scienze Umane dell’Ambiente, del Territorio e del Paesaggio dell’Università Statale di Milano. Dalle testimonianze dirette dei contadini, che sono stati convinti a destinare parte dei loro terreni prevalentemente alla pianta del ricino, emergono molti elementi in contraddizione con la narrazione di Eni per quanto riguarda gli impatti della filiera dei biocombustibili sulle comunità locali. A cura di: A Sud e Centro di documentazione dei conflitti ambientali Testi di: Carlotta Indiano e Andrea Turco Con un contributo di: Giorgio Vitali Supervisione Editoriale: Marica Di Pierri Impaginazione e grafiche: Chiara Arnone SCARICA IL FACTSHEET La decarbonizzazione secondo Eni – Biocarburanti, una partita italiana Il Factsheet e? stato realizzato nell’ambito del progetto Osservatorio ENI grazie al supporto del fondo Otto Per Mille della Chiesa Valdese e di...
read moreLa decarbonizzazione secondo Eni – CCS e false soluzioni alla crisi climatica
Nel Factsheet 2023 del progetto Osservatorio Eni analizziamo le strategie di decarbonizzazione secondo Eni, la CCS e le false soluzioni alla crisi climatica Da qui al 2050 Eni, una delle principali aziende italiane nonché il principale emettitore di gas serra a livello nazionale e la multinazionale a cui si è affidato lo Stato per la diversificazione energetica dopo la guerra in Ucraina, ha deciso di affidarsi al gas come fonte energetica primaria – pur se il metano è uno dei principali responsabili della crisi climatica (fonte UNEP) – e a progetti di CCS, ovvero di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica. Entro il 2050 l’azienda prevede di garantire una capacità totale di stoccaggio di 50 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Per raggiungere gli obiettivi prefissati, Eni intende sviluppare un progetto di CCS a Ravenna, città eletta nel discorso pubblico ad hub energetico del Mediterraneo. Qui, insieme alla società di trasporto del gas Snam, Eni prevede raggiungere una capacità di stoccaggio di 500 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2050. La CCS è un tecnologia imperfetta che solleva non poche problematiche. La stessa IEA, Agenzia Internazionale per l’Energia, nell’aggiornamento 2023 del report “Net Zero Roadmap: A Global Pathway to Keep the 1.5 °C Goal in Reach” ha tagliato del 40% il contributo stimato del ccs alla roadmap declassandone il ruolo come soluzione efficace a livello climatico. Dopo anni di esiti tutt’altro che soddisfacenti, sembra suggerire l’Agenzia, sarebbe bene concentrarsi su altro. A cura di: A Sud odv e Centro di documentazione dei conflitti ambientali Testi di: Carlotta Indiano e Andrea Turco Supervisione Editoriale: Marica Di Pierri Impaginazione e grafiche: Chiara Arnone Scarica il Factsheet Il factsheet contiene un’analisi delle strategie di decarbonizzazione secondo Eni, della CCS e delle false soluzioni alla crisi climatica Scarica le infografiche Al loro interno i dati aggregati sulle attività di Eni nel mondo Scarica le infografiche Al loro interno i dati aggregati sulle attività di Eni in Italia e in Europa Il Factsheet e? stato realizzato nell’ambito del progetto Osservatorio ENI grazie al supporto del fondo Otto Per Mille della Chiesa Valdese e di...
read more



