Dal 10 al 21 novembre 2025 saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatori alla 30° Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Racconteremo quanto avviene dentro e fuori le negoziazioni, porteremo e raccoglieremo le voci dei territori in lotta contro l’estrattivismo, contro il greenwashing e per una transizione ecologica realmente giusta.
Iscriviti al bollettino Sostieni il nostro lavoroL’agenda della COP30
A Belém si discuteranno e valuteranno gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che stabiliscono gli obiettivi di riduzione delle emissioni di ogni paese. Accanto alla mitigazione, l’adattamento sarà uno dei temi centrali attraverso il Global Goal on Adaptation (GGA) e i nuovi Piani nazionali di adattamento. Un altro capitolo chiave sarà quello della finanza per il clima. Tra i punti principali il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG), che punta ad aumentare il sostegno ai Paesi in via di sviluppo da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, e la Roadmap Baku-Belém, che traccia un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035.
Temi cruciali, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile, segnato dal negazionismo climatico, dai venti di guerra, dalla corsa al riarmo e dalla violenza istituzionale. Non è un caso che in gioco a Belém ci sia più che mai la credibilità della diplomazia climatica e la sua capacità di tradurre le intenzioni in impegni concreti.
La Cupula dos povos
La Cúpula dos Povos è il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che vivono in prima linea la crisi climatica. Nata nel 1992 come risposta critica alle negoziazioni ufficiali, propone un’alternativa fondata su giustizia climatica, sociale e ambientale, solidarietà e saperi ancestrali.
Dal 12 al 16 novembre 2025, in concomitanza con la COP30 di Belém, riunirà popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavorator? in marce, dibattiti e azioni culturali.
La Cúpula mette al centro vite, diritti e territori, non statistiche: unisce chi costruisce ogni giorno soluzioni reali, dall’agroecologia alla difesa dei beni comuni, per spingere i governi ad adottare politiche di vera giustizia climatica.
Dichiarazione della Cupula Dos Povos
Perché A Sud e CDCA alla COP?
Nelle Cop si riuniscono i governi dei 197 Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992. Ma la COP30 non è solo un vertice diplomatico: è il terreno di confronto (e di scontro) tra attori diversi e diverse visioni del mondo. Da una parte il business as usual che trasforma la crisi climatica in profitto, dall’altra movimenti e territori che lottano per giustizia climatica, autodeterminazione e diritti della Natura.
La COP30 si terrà nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, in Brasile. Non è un dettaglio geografico ma una scelta politica: è nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili.
Qui non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.
Per raccontare cosa c’è in gioco, e come finisce la partita.
Andiamo alla COP per osservare da vicino i negoziati, capire quali equilibri politici e di potere si stanno ridefinendo, e portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica.
La partecipazione di A Sud e CDCA serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzare alleanze internazionali e raccontare – con sguardo indipendente e critico – come la diplomazia climatica sta affrontando, o eludendo, le proprie responsabilità.
Perché solo intrecciando voci e resistenze dal basso possiamo costruire un futuro giusto per tutt?.
Per costruire e rafforzare alleanze internazionali
Svolgere la COP in Brasile è un segnale che conta: significa rimettere al centro chi la crisi climatica la subisce davvero. Andiamo a Belém per stare con i movimenti globali per la giustizia climatica. In America Latina oggi si gioca una partita enorme: conflitti ambientali, estrattivismo, repressione, lotte indigene e popolari che resistono da decenni. Con tante realtà — dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia — abbiamo già lavorato, fatto campagne, costruito ponti. Lì ritroviamo compagn? con cui condividiamo visioni e pratiche.
Per portare una visione radicale dentro la COP
Sì, probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma proprio per questo dobbiamo esserci, per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre trivellano.
Da dentro vedi meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità di alleanze e di conflitto.
Andiamo per portare la prospettiva della giustizia climatica e delle lotte dal basso, che legano crisi climatica, razzismo, patriarcato e disuguaglianze. La COP non è un punto d’arrivo: è un passaggio. Il resto si fa fuori, insieme, ogni giorno.
Diario dalla COP30
- Giorno 12 – 24 novembre 2025
Belém svela il fallimento della diplomazia climatica, ma apre spiragli: una roadmap anti-fossile e nuove alleanze per la giustizia.
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- Giorno 11 – 21 novembre 2025
Penultimo giorno a Belém: incendio in COP30, stalli politici e pressioni crescenti sul BAM e sull’uscita dai fossili.
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- Giorno 10 – 20 novembre 2025A Belém 85 Paesi spingono per uscire dai fossili, mentre Italia e Polonia frenano. La COP30 è al bivio, il tempo è adesso.
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- Giorno 9 – 19 novembre 2025
Belém rilancia la lotta globale ai fossili: la Colombia guida un fronte che vuole uscire davvero dal modello che brucia il pianeta.
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- Giorno 8 – 18 novembre 2025
Alla COP30 la transizione dai combustibili fossili sembra lontana, mentre i fondi dell’adattamento sono sotto il minimo.
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- Giorno 7 – 17 novembre 2025
Belem in rivolta: popoli indigeni e movimenti sociali spingono per una COP30 che dica finalmente basta ai fossili.
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- Giorno 6 – 15 novembre 2025
Anche quest’anno i dati sulla presenza dei lobbisti Gas&Oil alla conferenza di Belém sono alti: su ogni 25 persone accreditate al vertice, uno è un lobbista dei combustibili fossili, in totale sono oltre 1600.
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- Giorno 5 – 14 novembre 2025
Il TFFF entra nella Cupula tra promesse e contraddizioni: fondi incerti, debiti in aumento e movimenti che denunciano l’ennesima falsa soluzione verde.
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- Giorno 4 – 13 novembre 2025
A Belém la protesta indigena irrompe nella COP30 e svela le contraddizioni del Brasile fossile. Intanto la Cupula esplode di mobilitazioni globali.
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- Giorno 3 – 12 novembre 2025
Adattamento al centro della COP30, ma i fondi restano insufficienti. A Belém arrivano movimenti e comunità indigene: la vera pressione viene dai territori.
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- Giorno 2 – 11 novembre 2025
Lula parla di disuguaglianze alla Cop30, ma il Brasile continua a spingere sul fossile. A Belém torna al centro il nodo tra clima e ingiustizia.
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- Giorno 1 – 10 novembre 2025
Dalla Cop30 alla Cúpula dos Povos: a Belém si apre la sfida per la giustizia climatica tra responsabilità globali, diritti dei popoli e resistenza dei territori.
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Articoli di approfondimento alla COP30
- Cosa resta della Cop30, la battaglia per il clima e i diritti è ancora lunga – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Domani – COP30 fallisce su fossili e foreste, ma il Bam e il blocco dei 82 paesi per l’uscita dal fossile aprono spiragli di lotta e nuove alleanze.
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- Sulla fine dei lavori della COP30 – 24 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Cosa è successo alla 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Quali sono le grandi vittorie? Quali le sconfitte?
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- La tabella della discordia – cos’è successo alla COP30 – 23 novembre 2025
Laura Greco su Radio24 – COP30 a Belém annuncia impegni su energia, foreste e adattamento, ma senza una vera uscita dal fossile restano promesse vuote da incalzare con lotte dal basso.
Ascolta su Il Sole 24 ore
- “A resposta somos nós”. Ma alla COP30 le richieste dei popoli indigeni non fanno breccia – 23 novembre 2025
Laura Greco su EconomiaCircolare.com – Alla COP30 le voci indigene restano ai margini mentre la foresta corre verso il punto di non ritorno. Senza giustizia, non c’è futuro.
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- La “Dichiarazione di Belém” e il multilateralismo del phase out dai fossili spinto dal basso – 21 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Da Belém arriva una spinta dal basso per uscire dai fossili: governi e movimenti uniscono le voci per un phase out reale, giusto, globale.
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- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri e Laura Greco su Valori – Nonostante le ambiziose premesse il Gender action plan ha trovato diversi ostacoli sui tavoli negoziali della Cop30
- Cop30: senza il Gender action plan ogni azione climatica è limitata – 21 novembre 2025

- Alla Cop30 arrivano le storie di migrazioni climatiche – 21 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30, in vista delle negoziazioni finali, si parla del fenomeno crescente degli sfollamenti forzati dal cambiamento climatico.
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- Belém, la foresta degli indigeni si ribella a Lula – 20 novembre 2025
Laura Greco su Il Manifesto – Le nazionalità dell’Amazzonia denunciano l’inagibilità politica alla Cop e chiedono una mobilitazione internazionale guidata direttamente dai popoli indigeni per proteggere i loro territori e affrontare la crisi climatica alla radice
- Alla Cop 30 i movimenti si riprendono la scena – 20 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Era dalla Cop 26 di Glasgow che non si vedeva così tanta società civile. Accanto al vertice ufficiale, in più di 50 mila hanno animato la «Cupula dos povos» per una svolta vera sul clima e i diritti
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- COP30, BELÉM | Italiani in mobilitazione – 20 novembre 2025]
Il Climate Pride in azione alla COP30: l? attivist? chiedono all’Italia una roadmap chiara e ambiziosa per uscire dai fossili.
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- A Belém torna il protagonismo sociale – 19 novembre 2025
Marica Di Pierri su Collettiva – Alla Cop30 movimenti, organizzazioni, popoli e sindacati riacquistano centralità: proposte e campagne dal basso sono arrivate nelle stanze dei negoziati.
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- Come procede la COP30 in Brasile? Intervista a Laura Greco da Bélem – 19 novembre 2025
Laura Greco su Scienza e Pace Magazine – COP30 tra repressione, lobby fossili e resistenze indigene: la giustizia climatica la costruiscono i territori, non i negoziati.
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- Lifegate dalla COP30 – 18 novembre 2025
Marica Di Pierri su Lifegate – Dalla COP30 il racconto dell’inedita comunicazione tra dentro e fuori la COP, tra le richieste indigene e l’ambiguo governo di Lula.
Ascolta su Lifegate
- Il Fondo per le foreste e la falsa soluzione del biocapitalismo si ripropone alla Cop30 di Belém – 18 novembre 2025
Laura Greco su Altreconomia – Il Tropical forests forever facility lanciato da Lula è l’ennesimo dispositivo finanziario che viene presentato come innovazione.
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- Attivismo e giustizia climatica: se il diritto alla protesta diventa un reato – 17 novembre 2025
Marica Di Pierri su Valori.it – Alla Cop30 emerge un allarme globale: in molti Paesi il diritto alla protesta viene represso e l’attivismo ambientale è sempre più criminalizzato
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- Alla Cop30 di Belèm il fondo per l’adattamento resta senza fondi – 17 novembre 2025]
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – Alla Cop30 fallisce, per il terzo anno di fila, l’obiettivo di raccolta minima per finanziare l’adattamento dei Paesi del Sud globale.
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- Massiccia partecipazione popolare a Belém – 16 novebre 2025
Marica Di Pierri su L’aria Che Respiri – Alla Cúpula dos Povos tantissime voci per reclamare la fine dei combustibili fossili e una giustizia climatica guidata dai popoli, non dalle multinazionali.
Ascolta su Radio Rai1
- In diretta da Bele?m – Aggiornamenti sulla prima settimana di COP30 – 15 novembre 2025
Marica Di Pierri su EconomiaCircolare.com – In diretta da Belém, per raccontare in diretta i lavori della 30° Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. ?Foto di Oliver Ninja e Midia Ninja
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- Cop30: chi difende i combustibili fossili dentro i negoziati sul clima – 14 novembre 2025
Marica Di Pierri per Altreconomia – Alla Cop30 un lobbista fossile ogni 25 delegat?: il vertice che dovrebbe chiudere l’era fossile continua a farsela scrivere da chi la profitta.
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- Giustizia climatica, questa dimenticata – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri su Il Manifesto – Il legame tra clima e disuguaglianze è ormai assodato. Ma dopo 30 anni di conferenze, i ricchi continuano a fare grandi affari con i fossili.
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- L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere” – 13 novembre 2025
Marica Di Pierri per EconomiaCircolare.com – COP30 punta a rendere operativo il Global Goal on Adaptation, tra governance multilivello, indicatori, fondi insufficienti e necessità di giustizia climatica.
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- La Cop30 in Brasile e le politiche industriali green – 11 novembre 2025
Marica Di Pierri per Tutta La Città Ne Parla, Radio3 – È iniziata la Cop30 a Belém, 10 giorni in cui si discuterà su come trovare una via d’uscita alla deriva del cambiamento climatico nonostante le difficoltà politiche che ci circondano.
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- Road to Belém – 7 novembre 2025
Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.
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- Da Parigi a Belém, i conti che non tornano – 6 novembre 2025
Marica Di Pierri per Il Manifesto – Tra tensioni e fragili compromessi, i preparativi alla vigilia della Conferenza Onu. A che punto sono gli impegni nazionali di riduzione e i piani di adattamento dei singoli Paesi.
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- A Sud a Belém alla Cop30 – 6 novembre 2025
A Sud seguirà negoziati e mobilitazioni dalla COP30 di Belém, amplificando le voci dei movimenti per giustizia climatica e sociale.
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- A Sud aderisce alla Global Call to Action della Cúpula dos Povos – 5 settembre 2025
Il 15 novembre scendiamo in piazza: basta disuguaglianze e razzismo ambientale, vogliamo giustizia climatica e un mondo dove la vita sia al centro.
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- Vertice dei Popoli Verso la COP30: Manifesto Politico – 13 giugno 2025
A Sud aderisce al Manifesto dei Popoli verso la COP30: un appello globale per giustizia climatica, anticapitalismo e democrazia dal basso.
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Racconteremo le negoziazioni
Per spiegare cosa accade davvero alla COP30, come si muovono i governi e quali interessi guidano le scelte sulla crisi climatica. Vi offriremo una copertura quotidiana per raccontarvi con le nostre parole e con uno sguardo critico, indipendente e radicale, vicino ai movimenti il dentro e fuori la Cop
Sveleremo le contraddizioni
Tra le promesse ufficiali e la realtà, mostrando lo scontro continuo tra lobby fossili e popoli che difendono la vita e i territori. Denunceremo le responsabilità smascherando la falsa transizione energetica e chi continua a inquinare mentre parla di sostenibilità con greenwashing e false soluzioni
Daremo voce alle comunità
Portando le loro storie, le lotte quotidiane e le alternative concrete alla devastazione ambientale, contro colonialismo ed estrazione. Ci collegheremo con l’Italia per connettere istanze e battaglie
INFO E CONTATTI
Per contatti e interviste con la delegazione:
maricadipierri@asud.net
+ 55 21 967071220
Laura Greco
lauragreco@asud.net
+55 21 997673184
Epidemie, inquinamento e clima: una storia di inconsapevolezze e ritardi
Il saggio “Il destino di Roma” di Kyle Harper ha fatto parte della documentazione che Gianni Silvestrini ed io abbiamo utilizzato per scrivere il libro “Le trappole del clima”. È un’analisi dettagliata (368 pagine) e documentatissima (135 di riferimenti bibliografici), di come l’insorgere di epidemie, favorite dal cambiamento climatico, avesse indebolito l’esercito romano, favorendone la sconfitta da parte degli invasori (i barbari), a loro volta costretti a spostarsi verso sud dalla siccità e da temperature diventate più rigide. Il libro di Harper si conclude con questo monito: “Lungi dal rappresentare la scena finale di un mondo antico irrimediabilmente perduto, l’incontro di Roma con la natura può costituire piuttosto il primo atto di un nuovo dramma, che si sta ancora svolgendo intorno a noi. Un mondo precocemente globalizzato, dove la vendetta della natura comincia a farsi sentire, nonostante la persistente illusione di esercitare un controllo … tutto questo potrebbe suonarci non così sconosciuto. Il primato dell’ambiente naturale nel destino di questa civiltà ci avvicina ai romani accalcati nei teatri ad applaudire gli antichi spettacoli, senza nulla sospettare del prossimo capitolo della storia, in modi che mai avremmo potuto immaginare”. Nel libro abbiamo citato il saggio di Harper all’interno del capitolo in cui documentiamo i possibili effetti a lungo termine di un’emergenza climatica non combattuta con provvedimenti tempestivi. Abbiamo però omesso di citare il suo preoccupato riferimento a eventi drammatici di natura diversa che, subito dopo la pubblicazione del nostro libro, con la crisi pandemica da possibili sono diventati effettivi Eppure, Harper descrive un mondo non dissimile da quello odierno. Era stata la diffusione, nell’età imperiale, del gigantismo metropolitano – Roma raggiunse la cifra, incredibile per l’epoca, di un milione di abitanti – a creare le condizioni per l’insorgenza di epidemie interne, mentre la conseguente crescita della domanda di generi alimentari e di conforto aveva creato la prima globalizzazione commerciale, con navi che collegavano Roma ai porti di tutto il mondo allora conosciuto (fino alla lontana India), diventate inevitabili vettori di qualsiasi epidemia si fosse sviluppata altrove. Un errore di lettura imperdonabile, il nostro, ma comprensibile. Come confermano i ritardi e le incomprensioni con cui l’occidente ha reagito alla diffusione del Covid-19 al proprio interno, fino a ieri le epidemie erano vissute come fenomeni del passato o, se attuali come l’Ebola, confinate nel mondo meno sviluppato. Un concetto astratto, lontano dalla realtà quotidiana. Viceversa, il virus ha colpito con maggiore virulenza proprio la Lombardia, cioè la regione italiana più sviluppata secondo il pensiero dominante, che tutto misura solo in termini di PIL. Circostanza che non dovrebbe stupire, se ci liberiamo dei paraocchi. Similmente alla Roma imperiale, lì è ubicata la principale costellazione di assembramenti urbani, resi insalubri non dalle condizioni igienico-sanitarie dell’antichità, ma dall’elevato livello d’inquinamento; lì gli interscambi di uomini e merci riflettono un livello di globalizzazione molto sviluppato. Non entro nel merito delle ipotesi secondo cui le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio nella pianura padana avrebbero prodotto un’accelerazione alla diffusione del Covid-19. Anche se così non fosse, non va dimenticato che la stragrande parte dei decessi si è verificata in persone già colpite da altre patologie, tra cui rientrano anche quelle provocate dall’inquinamento atmosferico. Infatti, secondo il rapporto “Air quality 2019” dell’Agenzia europea dell’ambiente, nel 2016 in Italia 76.200 morti premature erano attribuibili al particolato solido, agli ossidi di azoto e all’ozono presenti nell’atmosfera e, in rapporto al numero...
read moreL’acqua non è infinita: ricordiamoci di non sprecarla
[da Repubblica] Il sondaggio Ipsos “Acqua nelle nostre mani” realizzato per Finish rivela che due italiani su dieci ignorano il problema e ne sprecano tanta. Eppure basta poco per tagliare i consumi e risparmiare il bene più prezioso In questi giorni di isolamento, chiusi in casa dopo aver provveduto a fare la spesa, ricordiamoci di un bene speciale che troppo spesso diamo per scontato: l’acqua. È un bene che per molti italiani sembra “infinito”, sempre a disposizione, quando in realtà lo scenario drammatico legato alla crisi climatica in corso e agli sprechi ci racconta qualcosa d’altro: stiamo già vivendo in un periodo di forte siccità e nel 2040, secondo il World Resources Institute, il rapporto fra l’uso d’acqua e l’approvvigionamento idrico in Italia diventerà talmente critico da non avere garanzie sull’acqua a disposizione in futuro. La crisi idrica infatti, che colpisce da Nord (con il Po a secco) a Sud (con la desertificazione in Sicilia), sta raggiungendo livelli sempre più intensi. Per questo, in vista del 22 marzo, giornata mondiale dell’acqua, È fondamentale riflettere su come possiamo preservare, proteggere e tutelare quello che dovrebbe essere un diritto essenziale per tutti, oggi minacciato da sprechi e scarsità. Come ci ricorda il rapporto “Acqua nelle nostre mani” realizzato da Finish per sensibilizzare l’opinione pubblica e realizzato grazie a un sondaggio Ispos, in Italia due delle criticità maggiori legate alle risorse idriche sono l’”inconsapevolezza del problema” e l’enorme spreco di acqua. Sebbene sempre più attenti alla sostenibilità, gli italiani non sembrano infatti essere particolarmente preoccupati dalla questione “scarsità d’acqua” che è oggi un tema in secondo piano rispetto a rifiuti o inquinamento. Nel sondaggio, realizzato su un campione di mille persone fra 18 e 65 anni, emerge ad esempio che solo 2 italiani su 10 pensano che la scarsità d’ acqua sia già un problema (3 su 10 al Sud, dove la crisi si fa sentire di più). Il 71% degli intervistati sostiene ad esempio che la carenza è una questione relativa “solo a certe parti dell’anno o solo ad alcune zone”. C’è perfino una percezione sbagliata di quanto consumiamo: crediamo di usare 100 litri al giorno ma in realtà una famiglia italiana consuma in media 500 litri al giorno (più di duecento a persona), una quantità insostenibile in relazione alla crisi in corso. Ecco perché, ricorda il report, è necessario “diffondere la conoscenza del problema come primo passo per iniziare a cambiare le cose”. Con piccole attenzioni, si può già fare molto: ad esempio innaffiare la sera per evitare dispersione col calore (cosa che 2 italiani su 3 già fanno); usare elettrodomestici come la lavastoviglie senza prelavare a mano (il prelavaggio comporta uno spreco di 38 litri); installare limitatori di flusso per i rubinetti e preferire sempre brevi docce anziché il bagno in vasca. La vasca, che sei italiani su dieci hanno in casa, è un lusso deleterio dato che per un solo bagno si consumano anche 100 litri d’acqua. Pensiamoci, in questi giorni di “clausura”: così come la libertà, anche l’acqua dovrà continuare ad essere un diritto essenziale per tutti, ma serve un impegno globale. (L’articolo è tratto da Scienze, l’inserto di Repubblica dedicato a scienze, tecnologia e ambiente oggi in...
read moreUn modello diverso: scopriamo l’economia circolare
Possono i nostri rifiuti diventare capitale anziché ridurlo? E i prodotti di oggi diventare le risorse di domani? E’ possibile grazie all’economia circolare. Secondo la definizione della Ellen MacArthur Foundation economia circolare «è un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. Nel secondo Rapporto nazionale sull’economia circolare elaborato da Cen-Circular Economy Network ed ENEA – Agenzia nazionale l’Italia è ancora una volta una campione di economia circolare: in questo momento è in corso la diretta streaming per la presentazione del rapporto ????http://bit.ly/2vx0EPi Vuoi saperne di...
read moreI pericoli della terra
Nel 1992 un gruppo di scienziati e premi nobel lanciarono il primo allarme sullo stato del pianeta. Mostrarono come l’umanità fosse in rotta di collisione con il mondo naturale e con il rischio di un danno sostanziale e irreversibile, chiedendo di cambiare subito il modo in cui viviamo il nostro Pianeta e limitare la distruzione ambientali. A novembre del 2017, 25 anni dopo, viene pubblicato un articolo firmato da più di 15mila scienziati che hanno lanciato un secondo avvertimento sullo stato del pianeta, proprio durante la COP di Bonn. “Presto sarà troppo tardi”: oggi come allora, le richieste della comunità scientifica sono le stesse: ridurre le emissioni di gas e controllare il buco dell’ozono, abbandonare l’utilizzo di combustibili fossili, frenare la deforestazione, evitare il collasso della biodiversità, evitare la distruzione di interi ecosistemi o habitat e tenere sotto controllo la sempre minor disponibilità di acqua dolce. Molte di queste problematiche ambientali si stanno di gran lunga aggravando e i fenomeni legati ai cambiamenti climatici si stanno manifestando sotto i nostri occhi. La giustizia climatica non può restare un grido inascoltato della società civile ma deve diventare un punto fisso nelle agende politiche mondiali: non abbiamo un altro pianeta da...
read moreImpronta ecologica: di cosa si tratta?
Worldmapper è una interessantissima piattaforma che rielabora dati costruendo mappe con una particolare caratteristica: i vari Paesi del mondo vengono rappresentati con dimensioni alterate proporzionalmente alla concentrazione del dato che si sceglie di mappare. In questa mappa è rappresentata l’impronta ecologica pro-capite dei singoli Paesi. Sapete di cosa si tratta? L’Overshoot Day è la data in cui il consumo di risorse ecologiche (acqua, cibo e foreste, ad esempio) da parte dell’umanità supera la capacità del Pianeta di produrne per un anno, e così l’umanità entra in debito ecologico: comincia, cioè, a consumare le risorse che spetterebbero agli anni successivi, alle generazioni future. Secondo la Global Footprint Network, l’overshoot day del 2019 è stato il 29 luglio. La capacità della Terra di sostenere l’esistenza dell’umanità è legata alla produttività del pianeta e alla sua capacità biologica. In senso lato, ciò non si riferisce solo alle risorse che gli esseri umani consumano, ma anche alla capacità della natura di assorbire e rigenerare i rifiuti che produciamo. Con una popolazione ancora in crescita e un crescente utilizzo delle risorse naturali, la bio capacità è costantemente sotto...
read moreAtlante: monocoltura di Ferrero impatti sul lago di Vico
C’è un nuovo conflitto sull’atlante italiano dei conflitti ambientali: è la questione della monocoltura di Ferrero nel viterbese e gli impatti sul lago di Vico. L’Italia ha un ruolo importante nella produzione mondiale di nocciole, è al secondo posto con il 13 % della produzione mondiale, l’80% di questa produzione va alla Ferrero. Per aumentare la produzione di materia prima proveniente dall’Italia, nel 2015 ha lanciato il progetto Nocciola Italia, in collaborazione con ISMEA e siglando degli accordi con alcune regioni italiane per implementare la filiera. Gli impatti ambientali e sanitari sui territori dove si fa già monocoltura sono particolarmente gravi, sopratutto nella zona dei Monti Cimini e quindi del Lago di Vico, in cui la monocoltura c’è da 30 anni. A documentare e studiare il conflitto, provando a contrastarlo c’è il Bio-distretto Della Via Amerina, primo bio-distretto Italiano di 13 comuni, che coniuga cittadini, università e amministrazioni comunali per la tutela del luogo. Consulta la scheda sull’Atlante Italiano dei conflitti Ambientali, clicca...
read moreLE MILLE BOLLE … DI METANO
[di Emma Gagliardi per CDCA] Sappiamo già tutto sulle emissioni climalteranti? L’allarmismo che si sta diffondendo è inutile, superfluo, o al contrario stiamo addirittura sottovalutando i rischi di cambiamenti ormai irreversibili? La minaccia dell’effetto serra, uno dei primi argomenti ad entrare nella cultura ambientalista di massa, si è indubbiamente evoluta, assumendo sfaccettature ed implicazioni nuove e variegate. È stata chiarita infatti la complessità di alcuni meccanismi atmosferici, biochimici e fisici che rendono inscindibile il legame tra oceani, aria e terra; si è fatta luce sui nessi fondamentali che rendono il tanto chiacchierato cambiamento climatico la nuova realtà nella quale l’umanità tutta si ritrova a vivere e con la quale fa quotidianamente i conti. Che ne sia consapevole o meno, che voglia accettarlo o meno. Dovrebbe aver sorpreso tutti la recente notizia sulle temperature nella Penisola Antartica, l’ultima roccaforte del ghiaccio: +20°C contro una media che può oscillare tra i -50°C e i -25°C, a seconda delle altitudini. E non è tutto. Le registrazioni satellitari degli ultimi anni rivelano che dal 2014 il processo consolidato di aumento delle estensioni di ghiaccio nell’Antartico si è invertito e che la superficie complessiva sta notevolmente diminuendo, registrando il punto di minimo degli ultimi 40 anni. Se questo è ciò che accade nel luogo più a sud del Pianeta, quale sarà la situazione al Polo Nord? Il Circolo polare artico, a differenza di quello antartico, è sostanzialmente un oceano circondato da terre, all’interno del quale emergono zone interamente ricoperte di ghiaccio per tutto l’arco dell’anno. Proprio la presenza dell’acqua fa sì che si alternino stagioni di rigidità e mitezza del clima: le temperature nel periodo invernale possono scendere fin sotto i ?50°C in alcune zone, mentre si va dai ?10 °C ai +10 °C nel periodo estivo. Ma c’è un’ulteriore caratteristica che sicuramente lo contraddistingue: nel Mare Glaciale Artico è concentrato circa un terzo del carbonio presente sul Pianeta: 1600 miliardi di tonnellate di metano e CO2 disseminati su un’area di 22.8 milioni di chilometri quadrati, una delle maggiori riserve naturali di metano al mondo. Ebbene si, stiamo parlando di un grandissimo quantitativo di quei gas che immediatamente ci fanno pensare al Global Warming. Ma perché mai dovremmo preoccuparcene se sono sotterrati a decine, centinaia di metri di profondità ed oltretutto lontani da noi migliaia di chilometri? Capiamoci meglio. Questi gas, rilasciati dalla decomposizione anaerobica di materia organica, sono rimasti intrappolati in rocce uniche per le loro caratteristiche termiche: il permafrost, lo strato più interno del terreno glaciale che, a differenza di quello esterno che giaccia d’inverno e scongela d’estate, rimane sempre sotto lo zero. Insomma è ciò che resta dell’ultima glaciazione terminata undicimila anni fa. Almeno finora. Le cose stanno drasticamente cambiando si sa, ma la portata sconvolgente delle ulteriori trasformazioni in corso è nell’irreversibilità dei loro effetti. La temperatura media annua nel circolo polare artico è passata dai -2°C del 1880 ai circa +1.75°C di fine 2019. Tramite le misurazioni dei flussi di metano atmosferico, acquisite durante una spedizione scientifica statunitense condotta dall’estremo Nord della Norvegia fino all’Alaska, gli scienziati del National Snow & Ice Data Center (Nsidc) hanno dimostrato l’esistenza di alcuni hotspot ovvero punti in cui le emissioni di metano mostrano picchi fino a 25 volte più elevati rispetto alla media. Ed è qui che entra in gioco il permafrost. I...
read moreL’Ue apre la porta (sul retro) ai pesticidi cancerogeni
[di Francesco Paniè per La Stampa] Le pressioni delle imprese e dei governi hanno spinto Bruxelles a indebolire le sue regole: sarà legale importare cibo con residui di sostanze cancerogene vietate in Europa. Proprio mentre, con l’aiuto dell’Italia, la Commissione vuole chiudere un accordo commerciale con gli Stati Uniti. Negli ultimi anni l’Unione europea ha approvato regolamenti e criteri per mettere al bando sostanze cancerogene e interferenti endocrini nei pesticidi. Il risultato è che dal 2009, nel vecchio continente, non è più permesso mettere in commercio prodotti alimentari contenenti – in tutto o talvolta in parte – questi composti chimici tossici. L’implementazione completa di queste regole, tuttavia, dovrebbe coprire anche il cibo di importazione, che molto spesso contiene residui di sostanze vietate. Ma secondo un nuovo rapporto del Corporate Europe Observatory (CEO), visto in anteprima da Tuttogreen, i gruppi dell’agribusiness hanno lottato duramente negli ultimi anni, riuscendo a bloccare parzialmente l’applicazione delle norme. Questo significa che cibo contaminato da pesticidi cancerogeni può ancora arrivare nei nostri piatti attraverso le importazioni. Proprio in questi giorni, l’UE sta rinnovando l’impegno a stringere accordi commerciali per aumentare gli scambi internazionali nel settore agricolo, con il rischio di aprire il mercato a prodotti alimentari la cui sicurezza è tutta da dimostrare. Il dossier del CEO, organizzazione con base a Bruxelles che denuncia l’influenza delle lobby nel processo decisionale europeo, ricostruisce la strategia di pressione da parte delle più grandi imprese dell’agrochimica, come Bayer-Monsanto, Basf e Syngenta. Questi colossi – secondo le prove raccolte dai ricercatori, avrebbero spinto per far naufragare la normativa, riuscendoci in parte. Così, mentre la nuova Commissione europea promette che il green deal promuoverà “un maggiore livello di ambizione per ridurre significativamente l’uso e il rischio di pesticidi chimici”, in realtà sta aprendo all’industria agrochimica la porta sul retro dei negoziati commerciali in corso. “I leader europei continuano a dire che gli standard alimentari non verranno abbassati a causa degli accordi di libero scambio – ha detto Nina Holland, ricercatrice del CEO – Ma questa storia dimostra che tali affermazioni sono false. Se non cambia nulla, residui di pesticidi tossici vietati in Europa saranno ammessi negli alimenti importati”. Com’è stato possibile? Quella descritta dal rapporto è un’opera di vero e proprio assedio alle istituzioni comunitarie, e in particolare delle Direzioni generali salute (SANTE) e commercio (TRADE) della Commissione europea. Questa campagna di pressione politica ha visto fianco a fianco governi e settore privato. Anche le Missioni statunitense e canadese in UE, infatti, sono intervenute nel 2017 a rinforzo di un martellante lavoro di lobbying orchestrato dall’industria. L’adozione di criteri di esclusione per i pesticidi cancerogeni, lamentavano le imprese, avrebbe colpito non solo il loro business in Europa, ma anche in altri paesi che esportano nel nostro mercato comune. Al posto del divieto assoluto chiedevano, almeno per il cibo di importazione, una valutazione che tollerasse la presenza di residui. È partita così una girandola di incontri privati, lettere, audizioni, convegni, conferenze: in tutte le sedi e con tutti i mezzi possibili, Bayer, Basf, Corteva, Syngenta e le loro varie associazioni di categoria hanno messo sotto pressione gli allora commissari all’agricoltura e alla salute, Phil Hogan (oggi al commercio internazionale nella scacchiera della von der Leyen) e Vytenis Andriukaitis. Finché non hanno trovato il punto debole. Prima di applicare le restrizioni agli alimenti importati, chiedevano unitamente i lobbisti, bisogna condurre una...
read moreCosa aspettarsi in realtà dallo smaltimento delle scorie nucleari?
[di Emma Gagliardi per CDCA] Una recente ricerca condotta da Xiaolei Guo, vicedirettore del Center for Performance and Design of Nuclear Waste Forms and Containers dell’Ohio, insieme ad alcuni scienziati dell’Ohio State University, riapre il dibattito sugli highly radioactive wastes, i rifiuti nucleari ad alta attività e lunga durata che rimangono pericolosi per gli esseri umani e per l’ambiente per centinaia di migliaia di anni: i metodi di smaltimento e stoccaggio a lungo termine di questa tipologia di scorie potrebbero essere meno affidabili e duraturi di quanto si pensasse. Ad oggi sia negli Stati Uniti, dove vige il Nuclear Waste Policy Act, che nell’Unione Europea data la Direttiva 2011/70/EURATOM, in materia di stoccaggio e deposito di rifiuti ad alta attività, si prevede lo smaltimento tramite l’immobilizzazione degli scarti di fissione sottoforma di scorie di vetro o ceramica e il loro successivo immagazzinamento in contenitori di acciaio inossidabile, posizionati in depositi geologici profondi, atti a garantire un isolamento dalle attività umane e una stabilità su tempi molto lunghi. Anche l’Italia si è adeguata alla normativa europea per la gestione responsabile e sicura del combustibile nucleare esaurito, proveniente dalle centrali ormai dismesse o dall’estero, e dei rifiuti radioattivi col DECRETO LEGISLATIVO 4 marzo 2014, n. 45. Considerato da sempre uno dei più sicuri, tale metodo è ormai previsto da quasi tutti i paesi con attività nucleari civili e militari, sebbene fino al 2003 non fosse stato identificato alcun deposito geologico definitivo. Al di là infatti degli accertamenti che tuttora sono in corso in alcuni paesi europei (Germania, Francia, Belgio, Svezia e Svizzera) e del Canada, l’unico deposito geologico attualmente in esercizio è l’americano WIPP (Waste Isolation Pilot Plant) situato nel deserto salino del Nuovo Messico; mentre in Finlandia è in corso la costruzione del primo deposito geologico al mondo per lo smaltimento definitivo di rifiuti radioattivi ad alta attività, il deposito geologico di Onkalo. Tuttavia i risultati dello studio, pubblicati sul Nature Research Journal, pongono gravi dubbi sulla sicurezza a lungo termine dei metodi di stoccaggio di scorie altamente radioattive e introducono la reale possibilità che, contrariamente a quanto si sia sempre sostenuto, ci siano seri rischi in termini di rilascio di sostanze radioattive e conseguente contaminazione dell’ambiente. Gli scienziati, simulando per 30 giorni le condizioni di stoccaggio dei rifiuti nucleari ad alta attività, hanno infatti evidenziato processi di “self-accelerated corrosion of nuclear waste forms at material interfaces” ovvero di corrosione accelerata sia della superficie interna dei fusti che del loro contenuto radioattivo. A tal proposito, gli autori dello studio evidenziano come gli attuali standard di sicurezza, basati sulla valutazione dei livelli di corruttibilità dei singoli gruppi di materiali in modo indipendente, non abbiano al contrario considerato le potenziali interazioni tra i diversi materiali che si trovano a contatto nei fusti. Il fenomeno della corrosione avverrebbe poiché il raffreddamento delle scorie depositate in ambienti pur sempre soggetti ad infiltrazioni d’acqua, fa sì che si formino degli spazi tra i fusti e la massa di vetro e ceramica che isola i rifiuti. L’acciaio dei fusti dissolvendosi genera cationi metallici, ovvero ioni metallici con carica elettrica positiva, che andando incontro a idrolisi, producono protoni. Questi aumentano fortemente l’acidità locale, che a sua volta rinforza la corrosione dell’acciaio e provoca quella del materiale vetroso o di ceramica, accelerando il tasso di rilascio delle specie...
read moreSentenza ONU: espellere i migranti climatici costituisce una violazione dei diritti umani
[di Maria Marano per CDCA] Sta facendo molto discutere in questi giorni la sentenza “Views adopted by the Committee under article 5 (4) of the Optional Protocol, concerning communication No. 2728/2016” del Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, nella quale si legge che le persone costrette a migrare a causa di un imminente pericolo legato agli effetti della crisi climatica non possono essere rimpatriate in quanto ciò costituirebbe una violazione dei diritti umani, in particolare “del diritto alla vita”. Il Comitato ha emesso questo giudizio dopo aver esaminato il caso di Ioane Teitiota, cittadino di Tarawa (isola della Repubblica di Kiribati nell’oceano Pacifico), che nel 2013 aveva cercato protezione in Nuova Zelanda, indicando l’innalzamento del livello del mare come una minaccia per la sua vita. Per comprendere meglio la richiesta di rifugio fatta da Teitiota è necessario analizzare il contesto di provenienza. L’isola di Tarawa nel 1947, quando Kiribati era ancora una colonia britannica delle Gilbert ed Ellice, contava solo 1.641 abitanti mentre nel 2010 erano arrivati a circa 50.000, questo perché l’innalzamento del livello del mare aveva reso inabitabili le isole vicine e costretto le persone a spostarsi in zone più sicure. Un sovraffollamento che ha generato tensioni sociali, disordini e violenza. Inoltre, secondo il racconto di Teitiota, a Kiribati i raccolti sono già insufficienti per sfamare la popolazione locale, l’erosione costiera e la contaminazione delle acque dolci costituiscono un pericolo reale, e probabilmente le Piccole isole del Pacifico diventeranno non abitabili entro i prossimi 10-15 anni. Nonostante le minacce alla propria sopravvivenza derivate dal cambiamento climatico, dopo vari ricorsi alla giustizia neozelandese la richiesta di Teitiota è stata respinta, così nel 2015 lui e la sua famiglia sono stati rimpatri. A nulla è servito anche il ricorso al Comitato per i Diritti Umani dell’ONU. I giudici hanno difatti stabilito che, in questo caso specifico, la vita dell’uomo e dei suoi familiari non era a rischio imminente. Il Comitato ha però sottolineato, e qui si trova la forza di questa sentenza (seppure non vincolante), che obbligare le persone a tornare in Paesi in cui i cambiamenti climatici rappresentano una minaccia impellente violerebbe i diritti umani, secondo quanto previsto dagli articoli 6 e 7 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che tutelano il diritto alla vita. Inoltre, nella sentenza è significativo il passaggio in cui si riporta che “Dato che il rischio che un intero Paese venga sommerso dall’acqua è un pericolo estremo, le condizioni di vita in un Paese del genere possono diventare incompatibili con il diritto a una vita dignitosa prima che il rischio venga realizzato”. In futuro questa sentenza del Comitato dell’ONU per i Diritti umani potrebbe costituire uno strumento giuridico al quale appellarsi per le richieste di asilo legate alla crisi climatica. Ciò apre degli scenari interessanti in campo giuridico e anche politico, tenuto conto che il numero delle persone costrette a migrare a causa degli effetti dei cambiamenti climatici è in aumento. Siccità, innalzamento dei livelli dei mari, riduzione delle terre fertili, come sottolineato anche negli ultimi tre rapporti: “Oceani e Criosfera”, “Cambiamento climatico e territorio” e “Rapporto speciale 1.5°C” dell’IPCC (il gruppo di scienziato dell’ONU che studia il cambiamento climatico), porteranno milioni di persone a dover abbandonare le proprie case. Con questa sentenza, inoltre, l’ONU invita gli Stati a compiere degli sforzi,...
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Marica Di Pierri per Valori.it – Verso la Cop30 di Belém, cosa aspettarci dal più importante appuntamento per salvare il clima della Terra? Diretta con Marica Di Pierri, Luca Lombroso, Giovanni Mori e Lorenzo Tecleme.